L’Americano (Der Amerikaner)

1945-1947

18 marzo ’45, per Schabbach la guerra è finita, sono arrivati gli Americani.

Le foto hanno ricapitolato i morti o presunti tali: l’aereo di Ernst, pilota di caccia, è stato abbattuto in Francia, Anton e Robert sono dispersi in Russia, Otto è saltato in aria con l’ultima bomba. Hermann, suo figlio, visto solo per qualche ora quando aveva quattro anni, ora ne ha sette. Mathias, il nonno fabbro, è morto poco prima dell’arrivo degli Americani.

Tra le foto che scorrono, una, strappata, è di Hitler, forse viene dalla casa di Edmund e Lucie.

A Berlino la guerra continua.

Fine Aprile 1945.

Una città spettrale, fumo e fuoco, macerie, uomini e donne in fuga, feriti e in trappola.

Un piano sequenza di sette minuti racconta la fuga, l’amore per il suo uomo ferito, senza scampo, mentre tutto crolla intorno e la morte di Martine, l’amica di Lucie, la ragazza allegra e un po’ svitata che friggeva frittelle tanto buone quella sera spensierata a Schabbach.

La sua morte fra le macerie e il fuoco di Berlino riesce a mettere insieme il senso tragico delle immagini di Germania anno zero e l’agghiacciante fulmineità della morte di Nannarella in Roma città aperta, un capolavoro di regia, fotografia e commento sonoro.

E’ il prologo del capitolo 8, Der Amerikaner, gli Americani che salvano l’Europa e Paul che torna dopo quasi vent’anni.

L’Europa intanto ha 40 milioni di morti da seppellire.

Nei campi intorno a Schabbach può anche capitare di trovare, passeggiando, pezzi di cadavere di soldati e continuare come se niente fosse, anzi, salutare gli Americani che passano in jeep regalando chewingum e scherzando con le ragazze.

Arriva un bel macchinone nero con chauffeur nero  alle porte del paese.

Un signore elegante di mezza età, cappello vagamente texano e cappotto di cammello, scende e si guarda intorno con aria soddisfatta: “Joseph, please, follow me with the car”.

Paul, il ricco americano di Detroit, produttore di materiale elettrico, emigrato in America nel ’28, è di nuovo qui, dopo diciassette anni.

Non ha più niente del sognatore di terre lontane visto nelle prime puntate, Reitz l’ha invecchiato cambiando attore, gli ha disegnato addosso una patina di americanità disturbante che toccherà l’apice nelle puntate successive, quando indosserà una orrenda camicia a fiori hawayana.

Maria lo guarda in silenzio, anni di solitudine, l’amore per Otto senza futuro, il piccolo Hermann.  Le parole non servono più.

A Paul che, incredibilmente, dopo diciotto anni di silenzio vorrebbe quasi ritrovare quel legame spezzato e cerca il calore del suo letto perché, dice, ha freddo, lei risponde tendendogli una coperta.

Maria non è più la dolce figura che conoscevamo, si è chiusa ormai in una patina di silenzio e solitudine che salva solo Hermann, ma anche lui la lascerà sola.

L’Americano resta fino alla morte di Katharina, quel giorno in cui la vecchia madre ha detto:

Vado a riposare, Maria, avvertimi quando è pronto il caffè”, si è messa a letto e ha chiuso gli occhi per sempre, senza rumore, come tutte le buone madri.

Aveva esclamato, la saggia Katharina, leggendo il giornale quel giorno, giù in cucina con Marie-Goot:

Una nuova epoca, il punto zero! Ne ho viste almeno sei di nuove epoche, poi si ricomincia coi debiti”.

Anton è tornato da poco, ha fatto 5300 chilometri a piedi da Odessa, fuggito dal campo di prigionia, ha grandi idee per il futuro, invenzioni e brevetti nel campo dell’ottica e l’aria pulita dell’Hunsrück è l’ideale per un’attività del genere, la Germania può rinascere.

Martha, devi fidarti di me, verranno tempi migliori” dice alla tenera moglie.

Ernst si è salvato, ma ancora non trova la strada di casa, dissipa il suo tempo in facili amorazzi usa e getta in giro, ha spedito a Schabbach, subito dopo la guerra, Clärchen, una profuga, dicendo di aspettarlo lì, l’hanno accolta tutti, ma lui è ancora perso dietro il suo sogno di volare, non si rassegna alle parole dell’ex ufficiale della Luftwaffe, che ora è ridotto a fare il falegname:

 “Il cielo non ci appartiene più. Noi tedeschi non potremo più volare”.

Non sarà facile per Ernst vivere con i piedi per terra.

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