L’angolo della musica – Vladimir Horowitz: a Reminiscence

  a cura di Gabriele Civello

Vienna, Musikvereinsplatz, 31 maggio 1987.

Volodia – come lo chiama Wanda, la donna della sua vita – termina l’esecuzione della grandiosa Polonaise in la bemolle maggiore op. 53 di Chopin (la famosa “Polacca eroica”) in uno strapieno Musikverein, il tempio della musica viennese. Ha 83 anni e dopo due anni lascerà questo mondo, ma nello strepitoso concerto viennese ha ancora le energie e la forza travolgente di un giovane pianista.

 

Terminata l’interpretazione dell’op. 53, non riserva al pubblico i gesti pomposi e narcisistici dei pianisti di fama, ma esala una specie di comico “sbuffo” che gli gonfia le guance, quasi a dire: “e anche questa volta me la sono cavata benino!”.

Così comincia il magico documentario A Reminiscence dedicato alla straordinaria figura artistica di Vladimir Horowitz (Kiev, 1° ottobre 1903  – New York, 5 novembre 1989): 55 lunghi minuti di pura emozione e commozione.

Nel 1993, quattro anni dopo la morte del pianista, Pat Jaffe and Bob Eisenhardt intervistano la vedova, Wanda Toscanini (figlia del grande Toscanini!), per rendere l’ultimo tributo all’inimitabile genio di Horowitz.

 

“Volodia aveva un grandissimo senso dello humor: nonostante fosse un grande pianista, non si considerava come tale. Non si prendeva sul serio, perché era un grande artista”, afferma Wanda davanti al pianoforte di casa, restituendoci quell’understatement di un artista ironico e leggero che, per la verità, è possibile cogliere osservando una qualsiasi esecuzione di Vladimir Horowitz.

Dimessa semplicità, umorismo, composta e garbata malinconia sono i tratti inconfondibili e deliziosi della poetica pianistica di Volodia, che si condensano nella mimica che spesso accompagna le sue interpretazioni, una nobile e appena accennata smorfia che è difficile descrivere a parole; molto meglio osservarla con gli occhi.

 

“La sua filosofia consisteva in questo: trasmettere la musica al pubblico senza annoiarlo. Sosteneva che non si va ai concerti per ascoltare conferenze, ma per il piacere di ascoltare musica”.

Le parole di Donna Wanda, dopo 56 anni di matrimonio, risuonano nello studio del Maestro: i registi riescono ad intrecciare perfettamente la sua voce pacata con le note del marito, come se Volodia, ancora vivo, stesse suonando proprio lì e ora mentre Wanda parla e racconta.

In effetti, il documentario del 1993 non contiene solo l’intervista postuma a Wanda, ma anche altri video domestici e familiari, nei quali ella siede comodamente al divano di casa, mentre Volodia suona distrattamente il pianoforte. “Quando finisci di suonare, evita di fare quelle smorfie con la faccia!”, raccomanda la signora a Volodia, con un certo piglio autoritario.

Riemergono così le memorie sul giovanissimo Horowitz, un tenebroso pianista con lo sguardo già immerso in un futuro radioso.

 

“Ora, qualcosa di molto intimo”, avverte Horowitz quasi a zittire con il dito chi lo ascolta, poco prima di eseguire al pianoforte una sempre magica Mazurka op. 17 n. 4 di Chopin.

La sua prima insegnante fu sua madre:

 

“Avevo 6 anni. Vedevo mia madre suonare e decisi che volevo suonare anch’io. Mia madre diceva che a 3 anni mi vide “suonare” con le mani sul vetro della finestra. Ruppi perfino il vetro e lei mi trovò con le mani tutte piene di sangue. Fu allora che capì che avrei suonato il pianoforte come lei: avevo 3 anni! A 10 o 11 anni volevo già suonare a modo mio, non volevo più imitare nessuno. A scuola, fin da piccolo, mi chiamavano Il pianista pazzo”.

Il documentario A Reminiscence recupera anche ampie parti del meraviglioso film The last romantic, girato negli anni ’80 nel salotto della casa di Manhattan.

Qui Volodia ricorda gli eventi cruciali della sua vita, come quando suonò nientemeno che per Scriabin un anno prima della sua morte, avvenuta nel 1915.

 

“Stava seduto in modo bizzarro: era pazzo e pieno di tic. Suonai circa dieci minuti; a mia madre disse che avevo le qualità per diventare un buon pianista, ma che avevo bisogno di una educazione che spaziasse in ogni campo e che includesse ogni genere musicale, dall’opera al repertorio sinfonico”.

Nel 1925, il primo grandissimo successo a Berlino, seguito da una strepitosa tournée in tutto il continente: Francia, Italia, Spagna, Inghilterra e Svizzera. Ma quando l’intervistatore gli dice che all’epoca egli venne ritenuto il miglior pianista in circolazione, Volodia risponde stupito: “No! Questa è solo una grande esagerazione. Vi erano moltissimi pianisti assai bravi. Rachmaninov era un pianista straordinario!”.

L’arrivo di Horowitz in America decreta il suo definitivo successo mondiale:

“Il trionfo sgomenta il giovane pianista”, “Horowitz, il talento di una generazione che fa scalpore”, recitano a caratteri cubitali i titoli di giornale negli Stati Uniti.

 

 

Le sue interpretazioni colpiscono per l’apparente facilità con la quale egli affronta anche i passaggi tecnici più ardui, per non parlare poi di certi finali, nei quali Horowitz esegue con grandissima maestria, e senza mai scomporsi, scale e arpeggi di enorme difficoltà, ma sempre in punta di piedi, con la stessa leggerezza con la quale chiunque suonerebbe un piccolo corale a quattro voci; scatenando così l’immediato boato del pubblico, un istante dopo la fine del suono.

Come tanti artisti conobbe la depressione e per dodici anni non si esibì più in pubblico, continuando tuttavia a suonare in privato e a registrare le sue esecuzioni più celebri, dal 1953 al 1965.

Nell’intervista, Horowitz sostiene provocatoriamente di aver passato questi anni “felicemente” nel suo studio, ma la moglie non sembra poi così d’accordo.

Ogni tanto le diceva: “non suonerò mai più” e giravano persino voci che fosse gravemente malato.

Il primo concerto dopo questa lunga pausa fu alla Carnegie Hall di New York nel 1966: la gente rimase in fila anche 24 ore, dormendo per terra davanti al botteghino, pur di acquistare il biglietto.

Il successo del Maestro fu di nuovo strepitoso; i giornali titolarono l’evento come “il ritorno di un Titano”, “Horowitz incanta di nuovo il pubblico”.

Ma è la lunga parentesi su Scriabin che rende davvero unico questo breve, intenso documentario.

In una delle ultime interviste, Horowitz ricorda che Scriabin, nell’ultima parte della sua vita, divenne un vero e proprio mistico. Credeva che, un giorno, il mondo sarebbe stato distrutto dal calore, che avrebbe preso il sopravvento su tutta la realtà: non poteva certo immaginare cosa sarebbe successo con la bomba atomica ma, in qualche modo, lo aveva già misticamente intuito.

Questa è senza dubbio la parte più toccante di A Reminiscence, quella in cui Horowitz esegue integralmente l’op. 72 di Scriabin, Vers la Flamme (1912), un’opera sconvolgente e criptica al contempo, in cui il pianoforte viene adoperato in modo brutalmente percussivo, con un grande uso dei pollici come una sorta “arma impropria”. Un pezzo elettrizzante che Donna Wanda gli raccomanda di eseguire sotto le cineprese, non senza essersi prima tolto la giacca per non sudare troppo! “Spero di non collassare a terra dopo l’esecuzione”, dice scherzosamente Volodia.

Anche il concerto di Mosca del 1986 è una delle più celebri occasioni nelle quali Horowitz si confronta con un vasto pubblico, prima di lasciare questo mondo.

È la prima volta dopo 61 anni che Volodia torna a suonare nella sua grande Madre Russia: “prima di morire, voglio vedere il continente in cui sono nato”, afferma con il solito sorriso sotto i baffi; “se aspetto ancora un anno, potrei non essere più in grado di suonare”.

Il ritorno in Russia segna il culmine della sua carriera; la folla è in visibilio come nei concerti delle grandi pop-star americane.

È anche l’ultima occasione per suonare nella casa di Aleksandr Scriabin, dove vive ancora l’anziana figlia del grande compositore, morto nel lontano aprile del 1915.

Del concerto di Mosca ci resta un sublime documento dell’epoca: il video dell’evento, nel quale un geniale regista non riprende solo le mani miracolose di Volodia, ma anche e soprattutto i volti estasiati, quasi ipnotizzati degli spettatori, come ad esempio in questo rarefatto Traumerei di Schumann.

È un freddo aprile del 1986.

Volodia Horowitz ci lascerà solo tre anni dopo, il 5 novembre 1989, come racconta lo struggente finale di A Reminiscence, un documentario davvero unico nel suo genere e imperdibile, che ci porta per mano fino alla fine, facendoci amare il protagonista come un familiare o un amico di infanzia.

 

Vladimir Horowitz: a Reminiscence

1993 durata 55’

Directed by Pat Jaffe e Bob Eisenhardt

 

Recensione: GABRIELE CIVELLO

Editing by Paola Di Giuseppe

 

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