1970 Hermann e Clarissa
Kunst oder Leben, Arte o Vita?
“Qualunque negozio d’una grande città moderna con le sue eleganti vetrine nelle quali si espongono oggetti utili e dilettevoli, supera nel godimento artistico tutte le tanto decantate esposizioni passatiste. Un elettrico ferro da stiro, bianco metallico, liscio, trilucente, pulitissimo, delizia gli occhi meglio della statuetta nudino poggiata su un piedistallo tinto per l’occasione. La macchinetta per scrivere è più architettonica dei progetti edilizi premiati nelle accademie o concorsi. La vetrina d’un profumiere con scatole, scatolette, scatolettine, boccette, boccettine, futurcolor triplicate negli specchi elegantissimi. La modellatura sapiente e civettuola delle scarpette per donna, l’ingegnosità bizzarra degli ombrelloni multicolori. Pelliccerie, valigerie, stoviglie, appagano al meglio la vista degli sporchettini quadri, quadrettini appesi al chiodo nel muro grigio del pittore passatista” (Giacomo Balla, Roma, 1918)
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Ultimo capitolo di HEIMAT 2, non è una fine ma “un tentativo di arrestare l’ondata del racconto per ristabilire la calma e dare allo spettatore l’opportunità di tornare a sé stesso. Infatti ci siamo accorti che lo spettatore diventa dipendente e vuole sapere cosa ne è dei personaggi, sembra incapace di tornare in sé” (E.Reitz, A colloquio con E.Reitz su Die Zweite Heimat).
1970, finisce il decennio aperto con la fuga di Hermann da Schabbach.
Reitz ha costruito per 26 ore storie e personaggi, li ha guardati crescere e trasformarsi, anche scomparire per sempre (Ansgar, Reinhard, ora Alex, distrutto dall’alcool e dalla sua filosofica innocenza).
Hermann è stato il filo conduttore di questi anni, la sua vocazione musicale e il suo amore per Clarissa, sempre vivo ma sempre temuto e guardato a distanza proprio per la sua forza.
Tanti volti e mondi hanno ruotato intorno a lui, ognuno in cerca di quella seconda patria dove fermarsi da adulti, convinti di trovare un approdo sicuro.
E’ stato il tempo della “tana della volpe”, quando tutto doveva ancora accadere e si credeva che bastasse pensarla una cosa perché fosse.
La ricerca della libertà aveva unito quei giovani, accorgersi quanto fosse difficile, a volte impossibile, raggiungerla, li ha divisi.
La grande città dove il rito di iniziazione si è compiuto è stata Monaco, la città di Reitz, centro di confluenza di nuove ricerche artistiche, territorio in cui tradurre in atto potenzialità, confrontarsi, sperimentare.
L’arte e l’amore sono stati i temi centrali di questo percorso polifonico.
Sullo sfondo, ma determinanti per il riflesso sulla vita individuale, la politica e lo sviluppo economico del dopoguerra, con un’accelerazione del tempo che ha segnato gli ultimi decenni del secolo.
E’ stato forse questo a creare quella reazione di straniamento e disagio esistenziale che si avverte in ognuno dei personaggi.
Il tempo della crescita è mancato, con la sua sedimentazione naturale del vissuto, per l’esplodere di un mondo nuovo di cui era impossibile arginare i confini, sentirlo vivere in sé mantenendo un distacco critico, se ne avvertiva troppo prepotente il fascino.
Sbagliare, imboccare vicoli ciechi, dover tornare sui propri passi, era inevitabile, ed è accaduto a molti di quella generazione.
Hermann ripercorre in questo capitolo finale la sua vita di trentenne, peregrinando in treno lungo una Germania che in 25 anni dalla fine della guerra è profondamente cambiata.
Il console Handschuh e sua moglie, ricchi e soli, lo vorrebbero quasi adottare, farne il loro erede, l’affetto c’è e il futuro sarebbe dorato, ma Hermann ha bisogno di un consiglio, non è facile dare una risposta.
Sente sempre più forte, ora che il matrimonio è liquidato una volta per tutte, di dover dar corso a quello che di autentico sente dentro, ed è l’amore per Clarissa, insieme al bisogno di tornare a Schabbach, dopo dieci anni.
“Cara madre”, la lettera che sta scrivendo non va avanti, le parole che seguono suonano vuote, resta solo “Cara madre” nel primo piano che Reitz fa sulle sue labbra.
La crisi d’identità che ora lo spinge ad una nuova ricerca di sé, più matura e consapevole dopo dieci anni, è quella di tutti i processi di crescita.
“Odiavo i sentimenti spianati dal peso della quotidianità- gli fa dire Reitz- ero rauco, non avevo più niente da dire, volevo che finalmente si facesse giorno. La nostalgia riprende ad urlare dentro di me, tutto ciò che avrei voluto realizzare era ancora davanti a me“.
Per andare verso questo futuro Hermann ha bisogno di recuperare il passato e tornerà a Schabbach.
“Finalmente volevo tacere“, i tumulti dei vent’anni si placano nella Heimat d’origine, dove la madre sta per compiere settant’anni.
“Qui vorrei imparare ad aspettare“, l’arte o la vita, l’arte e la vita possono ricominciare da lì.
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Il viaggio in treno fa riemergere volti e storie, Juan che fa l’ acrobata in un circo di Colonia, sempre sorridente e triste, Renate che ha chiuso il locale e gira carica di strani costumi da indossare in altrettanto strane conventions, figura felliniana di rara efficacia, Helga entrata definitivamente nella lotta armata e ricercata dalla polizia, Stefan quasi ammazzato dai poliziotti in casa sua per colpa di lei, e ancora Kathrin, Elisabeth, Marianne, meteore passate veloci in questa cronaca di una giovinezza che sta finendo.
L’incontro cercato, atteso, con Clarissa, ora vocalist di successo in un gruppo musicale femminile d’avanguardia che porta in tournée la Hexenpassion (La passione delle streghe), ha la bellezza del frammento inconcluso, consumato in due sole notti ad Amsterdam, in una stanza dell’hotel Acacia, dove Hermann non ha il coraggio di aspettarla di ritorno dalle prove:
”La quotidianità divora l’amore…” dice Hermann
“Credo l’opposto: l’amore divora la quotidianità… Lo sanno le stelle e quelle si sono fermate per noi stanotte“, ma Clarissa ha un equilibrio che ancora Hermann deve conquistare.
Hermann rompe lo specchio che riflette quel sè che non accetta più, deve andar via e percorrere a ritroso la strada che l’ha portato fin là, per capire.
Ora ha preso la sua decisione e può scrivere al console, che ancora spera in un suo ritorno:
“Caro console Handschuh, nel mio viaggio sono arrivato dove ero partito oltre 10 anni fa: nel paese di mia madre. So che qui non ho nulla da imparare e non potrò neppure riprendere gli sviluppi iniziati a Monaco. Ricomincio da zero. Ciononostante vorrei accomiatarmi per sempre da lei. La sua fiducia mi ha sconvolto ma i miei sogni sono diversi. Quindi, voglio scoprirlo. Vorrei imparare ad aspettare.”
Dopo aver confinato il colore soprattutto a ciò che accadeva dopo il tramonto del sole per l’intera durata di HEIMAT 2, Reitz restituisce il colore diurno alla strada al paese che ora Hermann percorre e dove incontra Glasich, presenza costante, specie di nume tutelare del luogo fin dalle prime ore di HEIMAT, quando riassumeva le storie di tutti attraverso le foto e si dondolava fra le strade e le persone sempre più malmesso, ma vigile e attento a tutto.
“Non sei cambiato per niente, Hermanino” è il saluto affettuoso di una patria che accoglie come se fosse andato via ieri anche chi è sparito per dieci anni.
Per quella strada, 51 anni prima, era tornato Paul Simon dalla guerra, da lì era passato per andare in America, e poi ancora era tornato Paul l’Americano.
Maria ha aspettato tutti e sta per compiere settant’anni.
Il mondo che ora Hermann lascia alle sue spalle per toccare la terra madre e riprendere energia è la storia della sua giovinezza, Chronik einer Jugend.
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