1967 Rob
L’epoca del silenzio si apre con una rumorosa festa di carnevale in birreria.
Fra coriandoli e stelle filanti Hermann e il gruppo di Clemens, il batterista dei primi tempi a Monaco, in abiti che hanno un tocco folkloristico adatto all’ambiente, fanno serate musicali per pochi marchi, il bilancio famigliare è molto magro e lo stipendio di Schnüsschen basta appena per mangiare e per Lulu.
Lontani i tempi della libertà e dei sogni, i progetti nati nella “tana della volpe” sono ricordi sbiaditi, mentre lo squallore quotidiano avvolge tutti come una ragnatela.
Clarissa e Volker sono sempre più distanti, il piccolo Arnold non ha cementato quell’unione che Clarissa si è imposta, negandosi perfino la musica.
“Sul violoncello ci sono due dita di polvere”, le dice la madre, e Clarissa lo porta via, lo riconsegna a Georg che glielo aveva regalato tanto tempo prima per lo splendido futuro che si stava aprendo davanti a lei.
Anche Hermann si sta allontanando da Schnüsschen, le difficoltà economiche, la fatica quotidiana e lo straniamento di un ménage piccolo borghese che spegne ogni aspirazione sul nascere lo fanno andare alla deriva, ora tace anche la sua musica.
E’ passato un anno dall’annegamento di Reinhard nell’Ammersee, lo ricorda Rob, l’amico cameraman che ora accompagna il padre a caccia sul lago.
Rob è l’unico del gruppo che viva con i genitori, nella casa di fronte al lago, il loro è un rapporto sereno che si riflette nel viso sorridente e nel suo entusiasmo, l’unico del gruppo che continui ad averne.
“In famiglia non parlavamo molto, eppure sapevamo sempre esattamente quello che l’altro pensava”.
Rob ha appreso dal padre ad osservare, per lui parlare non ha molta importanza, quello che conta è il suo sguardo.
Dei due, Reinhard era invece l’ideatore, quello che pensava e programmava, che raccontava storie.
“Le cose più essenziali della vita – diceva – non sono visibili e sfuggono all’occhio di una cinepresa. L’amore, ciò che la gente pensa o sente, la morte”.
Ora anche su di lui è caduto il silenzio e “… là, sott’acqua, nuota coi pesci, anche loro muti”.
E’ il capitolo del silenzio che, scende grigio, pesante, quando finiscono le parole che sono vita e tace il silenzio fertile, ricco, quello che crea idee e fa diventare i linguaggi progetti.
C’è silenzio anche in Esther, venuta da Venezia per guardare il lago dove Reinhard è morto e cercare l’ombra della madre a Dachau, dove tutto è diventato apparato fotografico per turisti, vedere dove viveva, rideva, amava, dov’era quando l’hanno portata via.
Ma la rimozione ha prodotto ignoranza ”… le sue tracce si sono perse, come le tracce di tutte quelle persone che qui sono state torturate e uccise senza pietà. Non si vede né si sente più niente. Tutto è così pulito e ordinato. Lì c’è una corona deposta da un politico ipocrita per rimettersi la coscienza a posto e tutto questo è già stato fotografato migliaia di volte. E’ come se li sentissi quelli che si sono mossi qui in coda e hanno scattato, una dopo l’altra, le loro belle foto, come i cani che alzano la zampa perché un altro ha già pisciato lì … tutto ciò che vedo in questo paese mi nasconde qualcosa… la Germania è un libro dalle pagine strappate”[1]
Le sterili polemiche suscitate dal rapporto di HEIMAT con la Shoah, da molti considerato insufficiente e riduttivo, trovano nell’episodio di Esther una risposta esauriente.
Non servono lettere di fuoco nè proclami altisonanti per dichiarare l’orrore, come dice il poeta: “Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato… Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.” (E. Montale, Non chiederci la parola, da Ossi di seppia, 1925)
Il silenzio di Hermann è il silenzio della sua musica.
Alla fine del capitolo 9 il diploma del Conservatorio gli era servito per ripararsi dalla pioggia e ora addirittura scopre, guardando il foglio del giornale che incarta il pesce, che a Cannes hanno premiato la musica che aveva composto per il documentario di Reinhard girato in Sud America.
Nessuno l’ha avvertito, questo gli dà la misura del suo isolamento, ed è la spinta ad uscire da quel torpore.
Entra ora in scena quello che si potrebbe definire il suo deus ex machina, il console Handschuh, presidente della ISARfilm.
Una figura anomala di uomo di potere ancora capace di idealità e fiducia nei giovani, forse in loro cerca quello che cercava Elisabeth Cerphal, compensazioni, figli che non ha avuto, e sarà il trait d’union fra Hermann e Rob, quest’ultimo ideatore di un rivoluzionario sistema di ripresa cinematografica, la Varia Vision, esperienza di cinema totalizzante, “perpetuum mobile” che negli anni ’60 preparò con i primi pionieri la strada al dolby surround e al 3D.
Anche Reitz fece esperienze del genere, allora, sulle orme della polivisione di Abel Gance, e questo segmento di HEIMAT rappresenta un omaggio a quel cinema.
Al cinema, dunque, le rivoluzionarie possibilità di creare nuove forme d’arte e di comunicazione e le sperimentazioni musicali di Hermann sembrano trovare lo spazio adatto in questo progetto multimediale.
Volker invece resta indietro, non condivide le sue scelte.
“Si lascia abbagliare dalla tecnica, Hermann non ha le idee chiare” – dice a Clarissa.
Mentre le vite private segnano stanche tappe di routine, sul fronte pubblico si preparano tempi nuovi.
Helga e i suoi amici, fra le nuvole di fumo degli spinelli, si muovono sull’onda che sta avanzando ovunque, il tempo del “tutto è politico” è alle porte, gli intellettuali sono chiamati all’appuntamento con la Storia:
“A volte c’è qualcosa di più importante che scrivere poesie – proclama convinta Helga – noi intellettuali siamo responsabili della democrazia nel paese. Proprio in questo punto, nel ’33, sono falliti molti artisti tedeschi. Non deve ripetersi” –
Il progetto di Rob ed Hermann va avanti, ma gli amici politicizzati lo abbandonano, non lo vedono abbastanza funzionale alla rivoluzione prossima ventura, prima o poi anche a loro saranno evidenti i limiti e le difficoltà, ma per ora il futuro è in quella scommessa fatta di fatica e d’ impegno, e andranno avanti.
“Quando avevo 16 anni mi immaginavo il futuro come qualcosa che ti viene incontro. Pensavo di dover solo stare lì ad aspettar. Dobbiamo impegnarci, questa è la sola cosa che conta, siamo rimasti in pochi”.
Hermann è molto saggio nel dire questo a Rob,n on importa se dovrà perdere qualche illusione nel misurarsi con una realtà molto meno ideale.
Il giorno dell’inaugurazione alla Varia Vision arriva con troppo anticipo, i politici e i finanziatori si preoccupano solo del risalto che darà la stampa, ma le apparecchiature non sono messe a punto alla perfezione e l’incidente, puntuale, si verifica.
Rob perde temporaneamente la vista nello scoppio e il lavoro segna una lunga battuta di arresto.
Nel finale si torna sulla riva dell’ Ammersee, quel luogo di silenzio dove Rob andava a caccia col padre e non avevano bisogno di parole.
Il vecchio lo guida fino al ciglio dell’acqua, la benda viene sollevata e gli occhi di Rob si riaprono fra dolore e lacrime.
Quasi all’orizzonte mettono a fuoco una piccola barca.
Sopra c’è Esther che fotografa il lago dove Reinhard è sparito.
“… là, sott’acqua, nuota coi pesci, anche loro muti”.
[1] Turisti in posa davanti al forno crematorio o sdraiati sulle panche nelle baracche per foto ricordo, o ancora seduti qua e là a mangiar panini del pranzo al sacco sono uno spettacolo non inconsueto, visto a Dachau in tempi molto recenti (n.d.r.)
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