Rifkin’s Festival di Woody Allen

Stasera su Rai 3

Il caro, vecchio Woody colpisce ancora, e quando dico vecchio non parlo dei suoi 85 anni ma della pacca sulla spalla che si dà all’amico che torna a trovarci: ehi, vecchio, come va?che ci racconti di bello?.

Prima che arrivi la solita gragnuola di lamentazioni sul “Woody che non è più lui”, “Woody che una volta…et miserabilia di acide zitelle per cui il tempo passa, eccome!, finalmente in sala, finalmente nel buio stroboscopico, ci godiamo quest’ultima perla e che il Dio degli Ebrei ce lo conservi ancora ( anche se quel Dio là con Woody non ha un gran feedback).

Stavolta siamo a San Sebastian, glorioso film festival, Spagna meravigliosa, mare splendido, una costa frastagliata da sballo e una suite d’hotel di lusso con terrazza sul mare dove ogni colazione costa una fortuna.

Ma non importa, c’è il parterre de roi festivaliero che pullula, conferenze stampa in cui si dicono cose “definitive” in tema di cinema, gran serate di gala esclusive per accreditati dove circolano, in mistura equilibrata, invidia, noia e veleni, insomma c’è il Gotha del cinema e un nuovo premio Bunuel (che immaginiamo con i radi capelli ritti nella fossa) assegnato al giovane, bello e tenebroso Philippe non so chi (Garrel sempre più splendido, bisogna dirlo), con un film, anche quello “definitivo”, sulla guerra, sulla pace, sulle cose che è sempre bene non dimenticare.Non mancano i pop corn, alimento feticcio di ogni sala che si rispetti.

 

Lui, Mort Rifkin (Wallace Shawn) è lì come un pesce fuor d’acqua. Ha accompagnato la moglie addetta stampa di Philippe, giovane e bella tanto quanto lui è malmesso e stagionato, ha un romanzo da scrivere che forse non finirà mai perché scrive una pagina e la strappa subito dopo, odia i festival ma cerca di tener d’occhio la vispa mogliettina che pare subisca il fascino del bel Philippe.

Non che sia un problema, la coppia è libera e aperta, lei subì il fascino del suo intelletto in un tempo lontano, ma, si sa, l’intelletto non produce ormoni e spesso più che ragionare di massimi sistemi si preferisce andare al sodo.

Il nostro buon Mort, che naturalmente è Woody sotto mentite spoglie, è uno che ama il cinema, quello vero, quello del tempo che fu. Insegnava cinema, è stato anche a Parigi, la sua lezione alla Cinematèque piacque molto, ma ora non resta che sognarlo, quel cinema.

Infatti, nello spazio del lettone a tre piazze dell’hotel, il suo onirico galoppa, merito delle vicende giornaliere e delle sedimentazioni del suo subconscio.

Si alternano così Welles e rosebud diventa rose nick, il ragazzino dietro i vetri tiene ben dritta la slitta così che il fotografo possa inquadrarla bene, e poi un Otto e mezzo di Fellini che con grande riguardo per il Maestro allarga la sequenza della fonte termale, e naturalmente ci sono i genitori sempre prodighi di consigli, c’è un gran profluvio di Bergman, da Persona al Settimo Sigillo con un Christoph Waltz con scacchiera sotto il saio pronta all’uso che da solo varrebbe una seconda visione del film, insomma c’è il grande cinema in grande stile, senza dimenticare Jules e Jim in bicicletta (moglie e Philippe) con Mort che arranca dietro e tutta la troupe della Nouvelle Vague stracitata ad ogni piè sospinto.

Ma niente da fare, mala tempora currunt, e il povero Mort dovrà cedere al nuovo che avanza, rassegnarsi che se vuoi parlare di cinema ti sorbisci tutti i festival, se vuoi una bella moglie devi essere un gran fico, se vuoi scrivere un romanzo devi parlare della fame nel mondo o giù di lì.

Non resta allora che tornare solo soletto a New York, Manhattan grazie a Dio c’è  ancora e quel laghetto al Central park pure. Basta stare alla larga da Hollywood.

A San Sebastian Mort ha lasciato mezzo cuore alla bella cardiologa Jo, moglie infelice di un pittore gran cazzone e testa da gallinaceo, una dolce e bella sirena che con Mort ha tante cose in comune.

Purtroppo manca quella fondamentale, e allora niente.

L’altra metà del cuore è rimasto alla bella moglie, a lui restano i sogni, rigorosamente in bianco e nero.

Ma Vittorio Storaro sa come fare.

 

Woody Allen e Vittorio Storaro

Tutto vero, quello che accade sullo schermo e quello che più o meno capita nella vita, frequentare un festival del cinema per credere, basta Venezia senza andare a San Sebastian!

Una citazione da Arnheim allora ci sta bene, credo che Woody approverebbe:

” Purché i personaggi sullo schermo si comportino come esseri umani e abbiano aspetto umano, non è indispensabile averli dinanzi a noi in carne e ossa, né vederli occupare uno spazio reale; sono abbastanza reali anche così. Si ottiene in tale modo il risultato voluto: si percepiscono cose e fatti come vivi e al tempo stesso immaginari, come oggetti reali e come semplici composizioni di luce sullo schermo di proiezione; ed è questo che rende possibile l’arte cinematografica. (Arnheim 1932, Film come arte,trad. it. 1989, 37)

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Rifkin’s Festival

USA, Spagna durata 92′

Regia di Woody Allen

Con Wallace Shawn, Gina Gershon, Elena Anaya, Louis Garrel, Sergi López, Christoph Waltz

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