VENEZIA75 – Orizzonti – Tel Aviv on fire di Sameh Zoabi
Una soap opera al tempo della guerra dei sei giorni, un andirivieni febbrile al checkpoint fra Ramallah e Tel Aviv alla ricerca del finale giusto per la love story fra il comandante Yehuda e la bella spia palestinese che deve rubargli i piani strategici, una storia a puntate di spionaggio che finisce con fiori d’arancio e baci “arabi” (vedere il film per sapere come sono), una fiction che ogni sera inchioda ai teleschermi israeliani e palestinesi perché, almeno per mezz’ora al giorno, bisogna non pensare al muro, ai raid aerei, ai sassi e alle molotov.
La vena leggera che percorre Tel Aviv on fire è tutt’altro che irridente, c’è l’arguzia di chi usa il registro del comico per dire cose molto serie, e se si può stare da entrambe le parti con una fiction perché non provare a farlo anche nella realtà? Utopia, naturalmente, ma al cinema si può.
Tel Aviv on fire è il titolo dato al film dalla fiction e l’unico fuoco che brucia è quello della passione. Si pensa subito alle bombe leggendolo e invece il campo si allarga e si scopre il set dove stanno registrando l’ultima puntata. E’ una soap di grande audience che va avanti da tempo immemorabile, come ogni soap che si rispetti, e ancora ce ne sarà per la prossima stagione.Salem (Kais Nashif) stagista imbranato ma esperto in ebraico è presente sul set solo perché suo zio è il produttore e l’attrice,francese, deve capire le battute. Per tutta una serie di peripezie e litigi fra i membri del cast si ritrova a dover scrivere lui tutta la sceneggiatura.
A corto di idee com’è, la sorte gli mette sulla strada Assi, rude comandante del checkpoint israeliano. Da quel momento non ci saranno più freni per nessuno, saltano gli steccati politico/culturali, quel che conta è la strada da far prendere alla soap per arrivare al finale che piaccia al comandante e a sua moglie, e per questo si ricorre a tutto, perquisizioni, sequestro di documenti, mitragliette spianate, nulla manca perché la storia prenda il verso giusto, e infatti lo prenderà, con grande soddisfazione di tutti e un finale da Oscar delle soap (che devono ancora inventare ma tranquilli, si arriverà anche a quello).
Sameh Zoabi, sceneggiatore e regista palestinese, ha cercato una strada fin dai suoi primi lavori (il corto Be Quiet e il lungo Man Without a Cellphone ) che il Sundance e Locarno hanno doverosamente premiato, ed è quella del racconto leggero che si presta a decodifiche molto serie, perché prendersi in giro è cosa molto seria, come ben sapevano gli antichi e pare anche Molière.
E’ un cinema che attinge alla realtà e la filtra con vena sulfurea e divertita, e se la realtà è quella che è da fin troppo tempo, si può parlarne anche così e farla vedere tutta, e il lungo muro grigio tra Israele e Gaza con Salem che scorrazza sotto perché non è riuscito a passare dall’altra parte senza i documenti sequestrati da Assi che vuole un altro finale per la soap, e la miseria di certi quartieri dove l’Intifada ha momentaneamente sospeso le operazioni di lancio, e lo schieramento militare in perenne assetto di guerra per controlli quotidiani, assurdi, ottusi, insensati al checkpoint. Questo è quel mondo e lì tocca vivere.
E allora prendiamoci un po’ in giro senza far male a nessuno e rispondiamo come Derrida alla proposizione 7 del Tractatus di Wittgenstein: “ciò che non si può dire, non si deve soprattutto tacerlo, ma scriverlo”.E Sameh Zoabi scrive, e può sembrare una sceneggiatura facile, che strizza l’occhio alle platee dei festival.
Niente di meno vero, ridere fa pensare, mette alla prova, altera la realtà, la perverte, la usura. Perchè, come diceva il buon Flaiano che di satira fu il maestro, “la situazione è grave ma non seria”.
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Tel Aviv on fire
Lussemburgo, Francia, Israele, Belgio durata 97′
regia di Sameh Zoabi
con Kais Nashif, Lubna Azabal, Yaniv Biton, Nadim Sawalha, Maïsa Abd Elhadi, Salim Daw, Yousef Sweid, Amer Hlehel, Ashraf Farah, Laëtitia Eïd
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