La Vienna in cui vive Canetti negli anni Venti e Trenta è sopravvissuta alle macerie dell’impero asburgico e sta attraversando la complessa esperienza della prima repubblica.
Di questa Austria perdurante nella sua memoria egli scrive:[1]
“ Non era certo un momento favorevole per la Vecchia Austria. La monarchia, or ora andata a pezzi, era ormai screditata, e monarchiche, mi dicevano, erano rimaste soltanto le beghine. Della mutilazione dell’Austria e della strana sopravvivenza di Vienna – una capitale ormai troppo grande – come una sorta di “idrocefalo” erano tutti ben consapevoli. Ma non per questo si rinunciava alle pretese intellettuali di una vera metropoli. La gente si interessava a tutto ciò che accadeva nel mondo, proprio come se il mondo fosse in trepida attesa di quel che si pensava a Vienna.”
Vienna, la Kaiserstadt, la capitale imperiale, sede del Congresso che aveva riunito l’Europa dopo Napoleone, aveva vissuto il suo crepuscolo tra la fine del secolo XIX e la Grande Guerra.
Nel dopoguerra, pur mantenendo la sua fisionomia esteriore sostanzialmente immutata, l’aria che vi si respirava era piena di oscuri presagi. Non si poteva rimuovere l’esperienza della guerra e il crollo dell’impero aveva prodotto quella rivoluzione copernicana degli spiriti che, scossi dalla tranquilla indolenza di un mondo da operetta, assistevano agli effetti della disgregazione irreversibile di quella civiltà. Bisognava prendere atto dei tempi nuovi o rifugiarsi nel mito di quel mondo ormai tramontato. Il mito nacque, e le parole di Roth registrano un modo di guardare al passato segnato da profonda nostalgia allora comune a molti: “Tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo”.
A questo passato idealizzato si contrapponeva l’incertezza del presente, e, pur nel ritmo di vita apparentemente calmo e pieno di moderazione che contraddistingueva la vecchia capitale, non ci si poteva impedire di avvertire forti segnali di disagio. Scrive Canetti sul suo ritorno a Vienna dopo alcuni mesi trascorsi nella frenetica Berlino del ’28:[2]
“… il ritorno a Vienna non fu affatto un idillio. Ero pieno di domande e di chimere, di dubbi, di cattivi presagi, di timori di un’imminente catastrofe …”.
Quanto alla costruzione di nuove prospettive culturali, è certo che proprio in questa città, oscillante tra disincantata osservazione della realtà e memoria nostalgica, giunse a compimento fra le due guerre quel processo di rottura delle regole tradizionali che già da decenni aveva dato vita a sperimentazioni radicali in tutti i campi dell’arte e del pensiero, spezzando il blocco monolitico della cultura tradizionale. Continua infatti Canetti nello stesso luogo del testo:
“… ma ero anche animato da una volontà tenacissima di orizzontarmi, di isolare le singole cose, di accertare la loro direzione e farmene, in questo modo, un’idea chiara ”.
Il clima del dopoguerra aveva annullato definitivamente quell’immagine di “Capua della mente” e “terra dei mangiatori di loto” [3] che la Vienna asburgica aveva dato di sé, e non solo a chi guardava dall’esterno, se anche gli intellettuali viennesi avevano convalidato quel ritratto.
Karl Kraus, uno dei massimi protagonisti di quella realtà culturale, aveva definito la vita a Vienna un oppio che solo uno straniero poteva prendere sul serio; Freud la ritenne sempre città invivibile, dove nessuna idea nuova maturava da cinquant’anni.
Un’ autentica presa di coscienza della cosiddetta “ modernità viennese” avverrà solo più tardi, nel secondo dopoguerra, in una ricostruzione a posteriori del fenomeno [4].
Solo allora apparve chiara la portata immensamente innovatrice di quella cultura, rispetto alla quale i contemporanei avevano assunto atteggiamenti contrastanti e sostanzialmente critici.
La certezza dell’imminente catastrofe negli anni fra le due guerre era una costante a cui non era possibile sottrarsi e al diffuso malessere tipico di quegli anni, come pure ad un certo fatale rassegnarsi all’inevitabile, potevano ancora adattarsi le parole che il conte Czernin, ex ministro degli esteri di Francesco Giuseppe, aveva pronunciato anni prima, commentando il crollo dell’impero [5]:
“Eravamo destinati a morire. Eravamo liberi soltanto di scegliere come, e scegliemmo la via più spaventosa”.
La vita intellettuale restava in ogni caso molto viva, come nei decenni che avevano preceduto la guerra; nei caffè viennesi si facevano ancora gli incontri più importanti e si elaboravano idee all’avanguardia in ogni campo.
In questo Vienna non era diversa da quel mondo di cui resta traccia fra i ricordi giovanili di Stefan Zweig, che così descrive l’età dell’oro della città quando era ancora capitale dell’impero: [6]
“Eravamo stati colti come da una febbre di saper tutto e di conoscere tutto quanto accadeva nel campo dell’arte e della scienza; il pomeriggio ci univamo agli studenti dell’università per sentire qualche lezione, visitavamo le esposizioni, ci introducevamo nelle aule di anatomia per assistere alle sezioni. Tutto andavamo annusando con nari vibranti di curiosità, riuscivamo a sentir le prove dei concerti filarmonici, frugavamo fra i libri degli antiquari, passavamo ogni giorno in rivista le vetrine dei librai per scoprire le novità. E soprattutto leggevamo senza posa e senza scelta quanto ci veniva in mano.[…] Il miglior centro di cultura per ogni novità rimaneva tuttavia il caffé. Per capire questo, bisogna ricordare che il caffè viennese rappresenta un’istituzione speciale, non paragonabile a nessun’altra al mondo. Esso è in fondo una specie di club democratico, accessibile a tutti in cambio di un’economica tazza di caffè, dove ogni modestissimo obolo, ha il diritto di starsene per ore a discutere, a scrivere, a giocare a carte, ricevendo la posta e divorando soprattutto un illimitato numero di giornali e di riviste.”
G.Boldini, Conversazione al caffè
[…] Nulla forse ha contribuito all’abilità intellettuale e all’orientamento internazionale degli austriaci, quanto la possibilità di informarsi al caffé sugli eventi del mondo, discutendoli in pari tempo fra gli amici”
Una connotazione costante della cultura viennese era il senso di orgogliosa convinzione della propria identità, che suonava anche come affermazione di primato culturale; nel dopoguerra gli intellettuali viennesi (fra cui moltissimi di origine ebraica) accentuarono in modo sempre più esplicito la propria distanza dalla cultura tedesca.
Berlino era stata sempre considerata una città rozza, e già prima della guerra circolava una canzone che bene esprimeva questo sentimento diffuso:
Es gibt nur eine Kaiserstadt
Es gibt nur ein Wien
Es gibt nur ein Raübernest
Und das heisst Berlin [7]
Le impressioni che un breve soggiorno a Berlino nel ‘28 lasciano a Canetti descrivono bene la diversità profonda nella qualità della vita delle due capitali:[8]
“ Tutto avveniva ininterrottamente alla presenza degli altri, l’ostentazione apparteneva al carattere della vita berlinese dell’epoca. Tutto era lecito, tutto si faceva, e la Vienna di Freud, nella quale si parlava di questo e di quello, appariva, al confronto di Berlino, una città di chiacchiere innocue. Mai prima di allora avevo avuto la sensazione di essermi avvicinato al mondo intero in ogni suo aspetto, e questo mondo, che in tre mesi non potevo certo padroneggiare, mi appariva un mondo di pazzi ”.
In cosa consistesse ”essere austriaco” lo dice l’efficace identikit tracciato da Alfred Polgar, ebreo di origine, durante il suo esilio statunitense dopo la fuga dall’Austria, divenuta provincia del Terzo Reich:[9]
“E’ vero, l’Austriaco ha buone ragioni per amare la sua patria, indipendentemente dalla ragione soggettiva che essa è appunto la sua patria. La natura ha posto quinte e fondali molto belli sullo scenario austriaco, alcuni luoghi del paesaggio austriaco sono davvero unici nel riunire in sé aspetti leggiadri e grandiosi. Gli edifici delle città austriache testimoniano una notevole sensibilità per la forma, nonché il piacere che i loro abitanti traggono dalla bellezza. Il seme della cultura ha sempre messo radici con facilità nella terra dell’Austria, il suo clima spirituale è andato a genio alle arti e alle scienze, la musica vi si è sentita a suo agio come in casa propria.
Un tratto che caratterizzava la maggior parte degli Austriaci – la loro “massima misura comune”- era il talento di estrarre dall’esistenza i suoi lati luminosi, la tendenza a prendere alla leggera anche le cose pesanti. Non si può negare che queste gradevoli qualità si siano talvolta manifestate in maniera sgradevole: come premura di lasciar andare le cose così come vanno; come disconoscimento consapevole di un pericolo per evitare il problema molesto di dover pensare al modo in cui allontanarlo; come indolenza del cuore, nascosta dietro un amabile menefreghismo.
In Austria, prima che essa scomparisse nelle fauci della grande Germania, vigeva il seguente principio:“Vivi e lascia vivere”. L’addestramento alla massima prussiana:“Muori e lascia morire” fece buoni progressi nel Paese soltanto quando questo, consegnato alla fame e alla putrefazione dall’impotenza dei suoi politici borghesi, non ebbe più alcuna volontà di vita da contrapporre alla morte.
[…]L’Austriaco, prima della sua temporanea rovina, era riluttante ad automatizzare e uniformare la propria esistenza. La “serietà bestiale” che l’uomo genuinamente tedesco mostra anche quando deve trattare e sbrigare problemucci e quisquilie, gli era per sua natura estranea. L’Austriaco aveva un fiuto naturale per la comicità che è insita nell’eccessiva presunzione. Aveva sensibilità e simpatia per tutte le cose su cui la grazia, come una sorta di contrassegno, sembra aver lasciato la sua impronta. Ciò che è libero da costrizioni gli piaceva più di tutto ciò che è rigido e formalistico.
I metodi con i quali l’Austriaco veniva a patti con la vita e le sue pretese furono determinati fra le altre cose da un presentimento istintivo della commedia che in essa si recita. Sul fatto che “la vita è un teatro” gli Austriaci colti erano d’accordo con gli incolti. Questo è il motivo per cui, di tanto in tanto, si è ripetuto loro, invertendo le circostanze di fatto, che il teatro è la loro vita.
[…] Nell’aria della caserma l’Austriaco non si sentì mai.[…] La gioia di fare la guerra o addirittura l’idolatria della guerra erano assolutamente contrari alla sua natura. Al suo patriottismo mancava la componente aggressiva che rende così pericoloso l’amore dei Tedeschi per la loro patria.
[…] L’Austriaco è Tedesco quanto il suo Danubio è blu. Ma quest’ultimo, come tutti sanno, sebbene il valzer si ostini ad affermare il contrario, non è blu affatto. Forse lo è stato una volta … nell’ idea. Però, dopo una lunga carriera come torrente, il Danubio ha un aspetto tale che sembra che tutti i pennelli con cui è stata dipinta di mille colori la campagna all’intorno, il buon Dio li abbia poi lavati nelle sue acque”.
Nel chiudere questo “necrologio” (è la definizione data dallo stesso Polgar) lo scrittore così descrisse il tramonto del suo Paese:
“Abbandonato dal cielo e dalle potenze terrene, grandi potenze, esso scese a compromessi con il diavolo, il quale alla fine se lo portò via. Con tutta probabilità questo sarebbe accaduto comunque, anche se gli Austriaci di buoni sentimenti gli avessero opposto una resistenza altrettanto eroica quanto fu quella che nel 1934 gli ammirevoli operai di Vienna opposero al dittatore in miniatura nel loro Paese.
Ciò che diede all’ascensione all’Inferno austriaca la sua nota particolarmente orribile fu la circostanza che il viaggio fu intrapreso da molti con grida di giubilo, come se si trattasse di andare dritti in Paradiso. Uno spettacolo reso ancora più triste dal fatto che la Chiesa gli impartì la sua benedizione. Il vice-rappresentante di Dio in terra austriaca, cardinale Innitzer, il 13 marzo 1938 firmò il suo proclama al popolo austriaco con la formula finale “Heil Hitler!”.
(Per un riepilogo cronologico degli avvenimenti che portarono all’Anschlüss v. Appendice).
Vienna fu in quegli anni il vero “laboratorio sperimentale della fine del mondo”, secondo la celebre definizione coniata nei primi anni del secolo da Karl Kraus.
Una città che era stata centro di ogni sperimentazione a cavallo tra i due secoli, crogiuolo di arti e di pensiero, caso unico nella storia europea, paragonabile in qualche modo soltanto all’Atene periclea o alla Firenze dei Medici, si stava avviando ormai alla conclusione di quella lunga stagione felice, e viveva schizofrenicamente divisa tra orgoglio e smarrimento, autoesaltazione e presagi di morte.
Così Canetti descrive questo clima nell’autobiografia [10]:
“Bisogna cercare di immaginare che cos’era quella città e la vita dei suoi caffé, quel diluvio di discorsi in prima persona, tra asseverazioni, confessioni e autoaffermazioni. Ognuno straripava di compassione per se stesso ed era gonfio della propria importanza. Ognuno si lamentava, ognuno ululava e suonava la propria tromba. Ma tutti vivevano anche pubblicamente in piccoli gruppi, perché avevano bisogno l’uno dell’altro per i loro discorsi e li sopportavano. Si discuteva di tutto, e i giornali dispensavano la materia prima di uso comune. Era un tempo in cui accadevano già abbastanza cose, ma più ancora era un tempo in cui si sentiva quante cose stavano per accadere. Si era infelici per la piega presa dagli avvenimenti nel vicino Paese che parlava la medesima lingua. Una catastrofe era nell’aria: contro ogni attesa l’esplosione era rinviata di anno in anno. Nel nostro stesso Paese le cose andavano male, e se ne poteva avere la misura dal numero dei disoccupati. A ogni nevicata si diceva:”Farà piacere ai disoccupati”. Alla spalatura il municipio di Vienna adibiva i disoccupati, che per breve tempo avevano qualcosa da guadagnare. La gente guardava gli spalatori al lavoro e si augurava, per il loro bene, che cadesse altra neve”.
Di questa Vienna prossima alla catastrofe, ma che continua come un automa a mettere in scena i suoi riti pubblici, quasi inebetita in una sorta d’incantesimo che le preclude la visione della realtà, Canetti scriverà l’epitafio più scarno e graffiante, prendendo spunto dallo “spettacolo del dolore”[11] fornitogli dai partecipanti (i “fortunati dolenti”) al funerale di Manon, figlia di Alma Mahler e Walter Gropius, figure eccellenti del milieu cultural-mondano di quegli anni:
“Per questo erano venuti, per tributare al suo dolore il pubblico riconoscimento che gli spettava. Era giusto, era bello essere stati al funerale, aver partecipato a una delle ultime grandi giornate di Vienna, prima che finisse barcollando nell’abisso e fosse dichiarata provincia dai nuovi padroni ”.
Alban Berg Alla memoria di un angelo, concerto per violino e orchestra, 1935
La dolorosa certezza di essere sull’orlo di un abisso, prossimi a sprofondarvi, balena a tratti nell’autobiografia di Canetti quando, con scarto improvviso, lo scrittore sposta la narrazione sullo scenario che fa da sfondo alle vicende della sua giovinezza e ristabilisce, con brevi e illuminanti intermezzi, le connessioni della sua vicenda privata con la storia.
Ecco infatti come, avvicinandosi alla fine del racconto (siamo nel 1934), coglie con efficace sintesi i segnali della prossima catastrofe: [12]
“ Si viveva in una vecchia capitale che non era più capitale ma aveva attirato su di sé gli occhi del mondo grazie ai suoi programmi sociali, arditi e ben ponderati. Erano state fatte cose nuove che potevano ben servire da modello. Erano state fatte senza usare la violenza, si poteva esserne orgogliosi e si viveva nell’illusione che avrebbero resistito, mentre nella vicina Germania la grande ossessione guadagnava terreno e i suoi corifei occupavano tutti i posti di comando nell’apparato statale. Ma ora, nel febbraio del 1934, il potere del Municipio di Vienna era stato stroncato. Tra coloro che ne avevano sostenuto la causa regnava lo sconforto. Era come se tutto fosse stato inutile, quella che era stata la nuova peculiarità di Vienna era cancellata. Rimaneva il ricordo di una Vienna precedente, non ancora abbastanza remota per essere assolta dalla correità nella prima guerra mondiale in cui era andata a cacciarsi. I viennesi non avevano più dinanzi agli occhi una speranza che potesse contrapporsi alla miseria e alla disoccupazione. Molti, incapaci di vivere in un simile vuoto, furono colpiti dal contagio germanico e sperarono di arrivare ad una vita migliore lasciandosi ingoiare dalla massa più grande. I più non volevano ammettere neanche con se stessi che tutto ciò poteva solo condurre a una nuova guerra, e quando se lo sentivano dire dai pochi che avevano coscienza del pericolo preferivano chiudere gli occhi alla verità”.
Note
[1] E.Canetti, Il frutto del fuoco, cit., p.127
[2] E.Canetti, ibid., pp. 322-323
[3] Cit. in Barbara W. Tuchman, Dall’Expo’ a Sarajevo, Mondadori, 1962, p. 386
[4] Nel saggio di H. Broch, Hoffmannsthal e il suo tempo, del 1948, l’autore indica Vienna come centro propulsore della nuova civiltà europea per la novità e l’arditezza delle nuove concezioni politiche, artistiche e culturali. Sulla mancanza di un’adeguata consapevolezza di sè nella Vienna del primo dopoguerra, Canetti così scrive nel 1973 in una postfazione ad Auto da fé :“ Molte, anzi moltissime cose che allora a Vienna erano tenute in gran conto valevano pochissimo, e soltanto oggi si riconosce l’importanza di ciò che si sviluppò in quel periodo quasi a porte chiuse, trascurato e disprezzato da ogni ufficialità, come per esempio le opere di Berg e Webern.”( E. Canetti, Il mio primo libro, Auto da fé, trad. R. Colorni in Id., Auto da fé,(1935), trad. L. e B. Zagari, Milano, Adelphi, 1981, p. 542)
[5] Cit. in M. Freschi, La Vienna di fine secolo, 1997, Editori Riuniti, Roma, p.9
[6] S. Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (1944), trad. L. Mazzucchetti, Milano, Mondadori, 1994, p. 38
[7] Vi è una sola città imperiale /Vienna è il suo nome,/ vi è un solo covo di briganti / Berlino è il suo nome.
[8] E. Canetti, Il mio primo libro Auto da fé , cit., p. 543
[9] A. Polgar, Piccole storie senza morale, trad. C. Pennavaja, edizione a cura di R. Colorni, Milano, Adelphi, 1994, pp. 255-256
[10] E.Canetti, Il gioco degli occhi, trad. G. Forti, Milano, Adelphi, 1985, pp.159-160
[11] E. Canetti, ibid., p. 238
[12] E. Canetti, ibid.,pp. 290-291
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