In un’ intervista di di alcuni anni fa, dopo quest’ultimo film girato in digitale, con effetti visivi di nitidezza ineccepibile e bella resa espressiva, De Seta diceva:
”Si avvera il sogno di Zavattini, avere una super8 in tasca e fare un film così, con pochissimi soldi”
Grandi uomini per opere preziose come questa, che affascina, trattiene, costringe a fermarsi e ragionare un po’.
Certo il film ha dei limiti, qualche taglio qua e là e diventava più arioso, ma cose davvero irrisorie di fronte ad un lavoro che va oltre, è documento e creazione insieme.
Vent’anni, poco più, dopo Moravia, e queste nuove Lettere dal Sahara sono lontane spazi siderali da quello sguardo. Il viaggio alla scoperta dell’uomo è finito, da Odisseo passando per Goethe e Stendhal, Blixen e Conrad, sembra che siano trascorsi millenni.
“Su cento e passa film all’anno, provate a fare un elenco dei film italiani sulla droga– dice De Seta – I film sull’immigrazione si contano sulla punta di una mano, persino sulle Br non c’è un granché. Perché è difficile elaborare il presente. Anche quello di Muccino è presente, ma non so quanto sia rappresentativo. La verità è che il cinema è molto consolatorio e razionalizzante: giustifica. La gente vuole essere confortata, consolata, favoleggiata. Anche se non è troppo crudo questo mio film vuole dare un quadro; lo si può vedere fra trent’anni e dire: ecco più o meno era così l’immigrazione.”
Le lettere sono quelle che Assane, clandestino senegalese protagonista di vicende durissime di violenza e rifiuto dopo il suo approdo in Italia, scrive alla madre in Senegal e riceve dal vecchio prof. di Storia e Filosofia dell’Università di Dakar.
Tutto quello che fa parte di questa storia italiana occupa tre quarti del film ed è cronaca quasi in presa diretta, se ne conoscono tutti i connotati e le dinamiche, ma è una scoperta riviverla attraverso lo sguardo etico di De Seta, la dimensione del sentimento e dell’intuizione, come lui stesso dice.
“Il cinema è la sintesi di quattro arti, potrebbe cambiare il mondo”
Vero, quanto meno ci aiuta a conoscerlo.
L’ultima mezz’ora è girata in Africa, la “sua” Africa, quella di Assane, che torna in piena crisi di identità al villaggio di case di argilla e paglia e ritrova la madre, la sorella, il prof, la comunità intera, le danze e i canti, l’oceano e le barche leggere dipinte, le donne che torniscono a mano i vasi e il maestro che fa scuola sotto una tettoia, i bambini legati alla schiena delle madri e l’albero del pane.
Non è uno sguardo neutrale quello di De Seta, è assurdo pretendere la neutralità del documento:
“Lo sguardo neutrale è una menzogna, specie nel mio lavoro, dove basta spostare la macchina da presa di pochi centimetri perché tutto cambi“
Qui c’è dolore e ammirazione, sguardo attento privo di condanne manichee, c’è il bello e il brutto di due mondi diversi, ognuno decide per quale optare, ma “non vi sentite superiori” dice il vecchio prof. ai ragazzi che imparano a scuola “forse dovrete partire anche voi e l’esperienza raccontata da Assane vi ha detto che non sarà facile. Se tornerete, però, potrete lavorare per il vostro popolo che ne ha bisogno”.
L’Africa di De Seta forse è un sogno possibile e rivolto al futuro, quella che conosciamo noi oscilla tra le stragi, le carestie e i ricchi résort per turisti spensierati.
Ci si chiede, durante quell’ultima mezz’ora, se esiste ancora un pezzettino d’Africa così.
Lettere dal Sahara
Italia, 2006, durata 123’
regia di Vittorio De Seta
con Marco Balliani, Claudia Muzzi, Djbril Kebe
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