ANGOLO POESIA: Dino Campana, Canti Orfici

a cura di Gabriele Civello

Canti Orfici è un prosimetro “barbaro”, ove la barbarie – termine martellante nei Canti – sta qui a significare l’espressa, consapevole e talvolta ostentata volontà, da parte dell’Autore (Marradi 1885 – Castel Pulci 1932), di porsi al di fuori di ogni civiltà convenzionale, urbana e borghese, e di esiliarsi così all’esterno del pomerio cittadino, in una sorta di “sacertà” autoinflittasi dal poeta, moderno Eautòn timoroúmenos.

«Sacer sim!» – omologo del «Sacer esto» dell’antico diritto romano – «Sacer sim!», sembra vociare un rude e sconsiderato Campana fra le righe dei propri Canti. «Che io sia sacer!», cioè al contempo sacro e maledetto, punito e flagellato ma anche sacri-ficato, fatto sacro, consacrato alle forze di un Trascendente che, nei Canti Orfici, si presenta in effetti come improbabile, o addirittura impossibile, sotto il peso di una Immanenza pressoché ineluttabile.

Ecco allora il ricorso a toni mistici, quasi apocalittici, come “Io vidi…” o “Io sentii…”, clausole sibilline che segnano chiaramente il passo fra il poeta e il lettore, quasi a indicare la presenza di poteri profetici in capo a chi parla e scrive.

Non pochi hanno notato che le vere poesie di Campana sono, in verità, le sue prose, scritti generalmente brevi, a volte di una brevità raggelante, in cui ogni singola parola, pur non essendo cadenzata in versi e strofe, viene setacciata, calibrata, rimodulata con tale e tanta ricerca – fonica, metrica, semantica, simbologica – da divenire quasi poesia assoluta, così tanto “poesia” da non necessitare più, per essere veramente tale, di una struttura formale predefinita.

L’animus eversivo che pervade in ogni dove i Canti Orfici emerge sin dalla strampalata dedica iniziale: «A Guglielmo II Imperatore dei Germani»; pomposa quanto dissacrante menzione imperiale che Campana appone solo «per fare un dispetto al farmacista, al sindaco, all’arciprete ecc. ecc. di Marradi» (suo paese natale), come è possibile leggere nella copia dei Canti donata personalmente da Campana a Giuseppe De Robertis, ove tale frase venne vergata dal poeta a penna, a latere della dedica a stampa.

Quasi a dire: intitolo i miei versi all’imperatore germanico, solo per far dispetto ad una massa di concittadini di cui non ho alcuna stima e considerazione; un po’ come quando un pater familias lascia tutti i propri averi ad un estraneo o a una cameriera, al solo fine di diseredare e mortificare i suoi figli ingrati.

E l’anelito verso la ribellione all’ordine costituito trasuda fino all’ultimo canto, colando come lava incandescente all’interno del colophon finale, ove il poeta cita lapidariamente quattro versi giambici di Leaves of Grass di Walt Whitman: «They were all torn / and cover’ d with / the boy’ s / blood», che Campana traduceva: «Erano tutti stracciati e coperti del sangue del fanciullo».

In Whitman, ad essere coperti di sangue erano giovani texani, tutti sotto i trent’anni, massacrati a sangue freddo a causa del loro essere ribelli ed eversivi, tanto da attirare tutta la solidarietà e l’empatia del nostro poeta di Marradi, disgraziato fra i disgraziati, reietto fra i reietti.

In un’Italia tutta Belle Époque, liberale, savoiarda, perbenista e puritana, Campana si sentiva come uno che “non è di questo mondo”, e sognava improbabili scenari germanici – si badi bene, “germanici”, non riduttivamente “tedeschi” – in cui la volontà di potenza di un Super-uomo (od “Oltre-uomo”?) potesse sprigionare le proprie energie più ancestrali, senza incontrare i fastidiosi ostacoli di un’Etica, una Teologia, una Cultura, o anche solo di una Fede civile convenzionale («Nel mio intorpidimento finale io sentii con delizia l’uomo nuovo nascere: l’uomo nascere riconciliato colla natura ineffabilmente dolce e terribile»).

Campana si qualifica, dunque, come «poeta germanico perseguitato ed errante», tanto da adottare canoni estetici del tutto inediti e a tratti sconvolgenti, come giustamente evidenzia chi vede in lui il vero primo poeta del “secolo breve”; o meglio – per citare un’interessante tesi di Silvio Ramat – il ‘900 poetico avrà veramente inizio solo allorquando poeti e letterati italiani si saranno finalmente capacitati della grandezza di Campana e lo avranno “sdoganato”, ripescandolo bongré malgré da quegli anfratti umidi e insalubri in cui il poeta di Marradi era stato dapprima relegato.

I due grandi “scenari” che accompagnano, come fiumi carsici, i Canti Orfici sono quello naturalistico – prevalentemente montuoso e petroso – e quello urbano, fatto perlopiù di torri squadrate o barocche, bastioni, vichi, ringhiere, piazze quasi sempre deserti e immersi in un silenzio assordante e “catastrofico”, per rievocare un aggettivo tanto caro al poeta di Marradi.

I monti di Campana sono talvolta magici, abbacinanti, disarmanti nella loro vergine bontà, talaltra maligni, sulfurei, tremendi; emblematico il massiccio corpo della Falterona, più volte descritto nell’ascesa – materiale ma anche, è ovvio, fortemente simbolica – verso La Verna: roccioso, costellato di edifici cubici, quadrangolari, in pietra viva, fatti di “sasso intero” o di “vivo sasso” («Lo scoglio enorme che si ripiega grottesco su sé stesso, pachiderma a quattro zampe sotto la massa oscura: la Verna»).

Nei paesaggi urbani e cittadini – segnatamente Genova, Faenza, Bologna, Firenze – dominano, da un lato, le forme squadrate, spigolose, geometricamente poligonali, dall’altro lato le pietre e i ciottoli franosi, friabili, corrosi e sfatti dal vento del tempo, i muri scalcinati, sfarinati e scheletrici (tutti aggettivi ricorrenti in Campana).

Dal punto di vista temporale, si alternano poi momenti notturni – di una notte prevalentemente interiore come nell’incipit dell’opera, oppure una notte reale ed esteriore, come la notte tirrena che chiude i Canti – a momenti di meriggio torrido, arso, assolato e quasi asfissiante; serpeggia così in Campana un gusto per le ambientazioni estreme, surreali, “ultimative”, e si pongono così tra parentesi gli scenari temperati, mitigati, tiepidi.

Il contrappunto campaniano è costantemente intessuto da una filigrana cromatica e pittorica, con prevalenza dei colori azzurrino/blu/cilestrino e del verde nel freddo, e del rosso/bruno/rosato nel caldo.

La presenza umana nei paesaggi è rarefatta: gli ambienti sono spesso deserti, vuoti, lunari, privi di soggetti, o comunque osservati dall’esterno, con un qualche senso di separatezza e dal retro di una “invetriata”, termine oggi desueto tanto caro a Campana. Le poche figure umane, dai volti legnosi o dallo sguardo che inchioda, stanno defilate, sospettose, in attesa o spettatrici di qualcosa che bene non si sa, come alla finestra, sul balcone, dietro inferriate.

Ogni tanto compare il tema del viaggio in Argentina – condotto dall’Autore fra l’autunno del 1907 e il marzo del 1909 – ma sempre in modo sfumato, sfocato, come se l’accesso al Nuovo Mondo avesse lasciato nel poeta fantasmi, chimere, folgorazioni, piuttosto che esperienze “strutturate”, capaci di essere analizzate e “argomentate” logicamente.

Come afferma Renato Martinoni, curatore dell’edizione Einaudi dei Canti Orfici, Campana è sicuramente un “visionario”, forse la figura più inquietante del nostro Novecento letterario, fautore di una scrittura misteriosa, oscura, per iniziati, scaturita da una vena ben consapevole della “purità di accento” che la percorre.

 

 

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