ANDREA ZANZOTTO: 100 +10
10 ottobre 1921 – 18 0tt0bre 2011
I topinanbùr fioriscono a fine estate e lui li amava, il loro giallo era caldo, allegro, placava il cuore.
Oggi il sole è bravo e giusto
è tornato un po’ indietro
ed è là che guarda col gusto
di guardar da vicino,
senza farli appassire, i suoi figliolini
topinambùr –
ed essi davvero ne combinano, storie,
inventando tipi e raggiere di giallo e dovunque
mostrandosi con innocente sfacciata semplicità
che è dell’apparire e poi rapido sparire:
ma intanto oggi sono qua e sono là
sotto l’occhio benevolo di papà
e perfino oltre l’aia cent’anni fa
sulla concimaia cinquant’anni fa
sbandierano carezze e cristalli gialli
disponibili a sazietà
fin nell’estrema delle valli chissà.
- “Su, venite anche con me
all’osteria, a prendere un caffè”.
Sovrimpressioni, Topinambùr e sole
E all’osteria a prendere un caffè andiamo ancora con lui, ci guida Gabriele Civello, esperto di poesia su questo sito.
«Conglomerati» (2009): il testamento spirituale di Andrea Zanzotto
La raccolta di versi dal titolo Conglomerati, pubblicata nel 2009 da un Andrea Zanzotto quasi novantenne – morirà, come sappiamo, il 18 ottobre 2011 – si può senza dubbio considerare il lascito spirituale del grande poeta di Pieve di Soligo; lo evidenzia anche solo il colophon finale, apposto dall’Autore stesso quasi a sigillo dell’ultima pagina: «Explicit Opus / Mense Februario 2009 / Laus Deo».
Con il precedente libro, Sovrimpressioni (2001), Zanzotto aveva già cominciato a tirare le somme, facendo «riemergere parole, storie e figure antiche, carpite dall’esilio di un tempo alieno ma pur confuso con quello reale», come egli stesso aveva scritto nel Corriere della Sera del 18 giugno 2001. In questa penultima importante opera, il Poeta aveva già sublimato l’umanità in una folla di morti, e i colli intorno a Pieve di Soligo non erano più luoghi abbandonati e derelitti, ma ormai pure entità plastificate e trasformate in altro: già non esisteva più il paesaggio, ma solo la sua memoria.
In Sovrimpressioni, inoltre, veniva a galla il tema dell’Universo e dell’Uno, con evidenti echi danteschi e prim’ancora plotiniani: con l’assunzione e palingenesi dell’Io in seno alla Natura, si iniziava così una Vita nova dal sapore, però, estremamente dimesso e quotidiano. Nulla di pomposo e trionfante, ma quasi un «risveglio/resurrezione all’insegna della banalità quotidiana» (Stefano Dal Bianco): l’ultima parola di Sovrimpressioni era proprio «caffè», compagno di un ridestarsi mattutino e sereno, un po’ stralunato.
Oggi il sole è bravo e giusto
è tornato un po’ indietro
ed è là che guarda col gusto
di guardar da vicino,
senza farli appassire, i suoi figliolini
topinambùr –
ed essi davvero ne combinano, storie,
inventando tipi e raggiere di giallo e dovunque
mostrandosi con innocente sfacciata semplicità
che è dell’apparire e poi rapido sparire:
ma intanto oggi sono qua e sono là
sotto l’occhio benevolo di papà
e perfino oltre l’aia cent’anni fa
sulla concimaia cinquant’anni fa
sbandierano carezze e cristalli gialli
disponibili a sazietà
fin nell’estrema delle valli chissà.
- “Su, venite anche con me
all’osteria, a prendere un caffè”.
[Sovrimpressioni, Topinambùr e sole]

Dopo Sovrimpressioni (2001), Conglomerati (2009) assume i tratti di una vera e propria Commedia oltremondana: dileguatasi l’apoteosi dell’Uno, scoppiano prepotenti le nuove dualità dialettiche: locazione/dislocazione, canto/stonatura, silenzio/frastuono, medicamento/veleno, generazione/annullamento, procreazione/escremento.
Alla luce di un mondo post-atomico in cui la «teologia del PIL» ha ormai annientato quel poco di spontaneo e di naturale che ancora affiorava nell’era contemporanea, Conglomerati è una sorta Bildungsroman, un romanzo di formazione che rappresenta il percorso iniziatico di un protagonista immaginario, il quale si districa tra gomitoli, detriti, sedimenti ancestrali e neo-concrezioni irrazionali.
Diversamente da quanto accade in Meteo e Sovrimpressioni, in Conglomerati la categoria “spazio” prevale sulla categoria “tempo”, completando così la trilogia dell’oltremondo: Meteo (tempo), Sovrimpressioni (spazio-tempo) e Conglomerati (spazio), anch’essa dal sapore eminentemente dantesco, come indica l’incipit di Crode del Pedré: «Dopo un abisso di anni mi sono trovato…».
Nella prima sezione, Addio a Ligonàs, il Poeta prende congedo dalle coordinate del vecchio mondo: un ultimo sguardo al paesaggio-paese e l’occhio si posa, desolato, sulla devastazione ambientale e umana.
La contrada, già Zauberkraft,
povera, sul nulla si equilibrava, volava:
ora con qualche soldo in più
piomba giù
Cento capannoni puzzolenti
la stringono come denti.
[Conglomerati, Rio fu]
In questa prima sezione di Conglomerati, «tutto è muto e sconosciuto e perduto / tutto è chiuso in un suo lutto», tanto che non resta che «inseguire in tappeti verdi-fradici / “il sentimento di un eterno vero”» (Crode del Pedré).

Nella seconda sezione, Tempo di roghi, l’Autore si immerge nell’inferno più profondo; è forse il momento più cupo della poesia di Zanzotto, in cui si profila e perfino si auspica una seconda morte, un ritorno della morte (Stefano Dal Bianco) ove campeggia, rassegnato, «un logos comunque sconfitto».
Vuoto come di denti cavati
quadri e intarsi di nulla diversi
l’abbandono non è
né morte né liberazione
l’abbandono è crollo disarticolazione
è strappo di colori e di forme del nulla
che non si rivelò più creante
che in questa spenta saccagnata ridda
secche scadenze dei fuochi del niente
sono bocche slinguate pelli bruciate
forze defenestrate ma per niente
domate o patafisiche in nero in cinerino
smascherate, virate, creative nell’essere
puri colmi di morte della stessa morte.
Conglomerati, Fu Marghera
La terza sezione, Il cortile di Farrò e la paleocanonica è una specie di Purgatorio nel quale la riconquista del Tempo avviene sotto il segno dello Spazio. Dopo l’Uno di Sovrimpressioni e la Dualità delle prime sezioni di Conglomerati, compare ora la Triade, numero di compimento e mediazione, soluzione dialettica del conflitto dualistico precedentemente prospettato.
Tre, in particolare, sono le punte dei Colli Euganei che compaiono persino disegnati a penna dentro le pagine del libro: «Visione, del tutto ab-reale, dei tre coni o piramidi come talvolta si vedono al lato sud dei colli Euganei da Este verso Vo. Figure di un verde sabbioso eppure tenue contro il cielo azzurro pallido. Veri dèi del numero 3».
Riappare qui quel misterioso toponimo inventato da Zanzotto («Dolle»), già presente in Dietro il paesaggio nel componimento L’acqua di Dolle.
In basso e basso e basso
lungo la stretta valle di curve e curve e curve
il tenebroso innamorato verde
che scava, bolle, eppure scorre
in mille nomi di piante
e pianticelle radicole forze
di ubertà quasi letalinfernali
o paradisiacamente maniacali.
Conglomerati, L’aria di Dolle.
Dopo una brevissima quarta sezione (Fiammelle qua e là per i prati), una sorta di Paradiso terrestre, la quinta sezione (Isola dei Morti – Sublimerie) si riferisce ai luoghi salvati o salvifici: si distinguono nettamente, nell’ordine, i cieli di Venere, Mercurio, Marte, Terra/Saturno, Luna e Sole; l’ottavo cielo è quello delle Stelle Fisse e, nel Nono cielo, compare il Primum mobile.
Il Poeta si avventura così in forre, fessure, fissurazioni, spacchi di roccia, tagli, pertugi che lo portano in un altrove metafisico.
Mentre tanfo e grandine e cumuli di guerra
Mentre tutto trema nel delirio del clima
e la brama di uccidere maligna inventa inventa
Rari sono i luoghi in cui resistere,
luoghi dove Muse si danno convegno
per mantenere l’eco di un’armonia
per ricordarci ancora che esiste il sublime
per riesaltare gli antichi splendori ed accogliere le nuove vie di Beltà.
Conglomerati, Isola dei Morti – Sublimerie
Conglomerati, si avvia alla conclusione con la sesta sezione, dall’eloquente titolo Versi casalinghi: un immaginario ritorno a casa, al ventre materno, a “questo mondo” dopo il viaggio dantesco nell’oltretomba.
Due sole poesie, quasi cartoline dal passato, costituiscono la settima sezione (Disperse) e chiudono la raccolta: A Emi che torna a Parigi (1950) e Sandro Nardi (1951).
Voi nell’ombra colori prigionieri,
forme inclinate a un torbido crepuscolo
verde che greve ti prostri a monti e piogge
case segrete, voi gemme di pietra
Ma dal deserto e dal sonno sussulti
tu luce, tu mondo in ascesa
e quanto v’è di non nostro, d’inferno
anche nell’ombra per te ci somiglia.
Conglomerati, Sandro Nardi
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