Lo sconosciuto del Grande Arco di Stéphane Demoustier

 

Parigi 1983. Un concorso pubblico bandito dal presidente francese François Mitterrand per la costruzione di un nuovo arco nel quartiere della Défense, allineato con il Louvre e l’Arco di Trionfo, è vinto da uno sconosciuto architetto danese di 53 anni, Johan Otto von Spreckelsen.

Otto non ha il pedigree eccellente dei nomi famosi in gara, ha costruito qualche bella chiesa e poco altro, insegna architettura nell’università del suo Paese e, soprattutto, non ha l’aria di chi sgomita.

E’ l’inizio del film che, per chi non sa come siano andate poi le cose, apre alla speranza che possa ancora vincere il merito e non sempre clientele, intrallazzi e nepotismi.

Ahimè, breve illusione.

Stéphane Demoustier, al suo quarto lungometraggio tratto dal libro di Laurence Cossé La Grande Arche, costruisce una storia a lento rilascio di sostanze tossiche.

Claes Bang, interprete di Spreckelsen, alto e dinoccolato, un francese piuttosto stentato che gli basta, non ha bisogno di troppe parole, entra in scena e vi resta fino alla fine fermamente convinto di un dovere di onestà e coerenza con il suo sogno e la sua arte.

E’ un uomo sereno, non proclive a compromessi, ha progettato un Cubo (così pretende che si chiami, non Arco), opera di eccezionale forza, una geometria totale per cui ogni elemento (materiali, scale, finestre, dimensioni, proporzioni, vele fluttuanti come ali) ha una sua necessità non alterabile né negoziabile. Attraverso il vuoto incorniciato dall’enorme Cubo, Parigi prolungherà il proprio asse monumentale, compreso tra l’Arco di Trionfo e il Louvre, proiettandosi verso il futuro.

 Il Cubo sarà il segno inconfondibile della  Defense.

Mitterrand ama il progetto, lo sostiene, ne capisce il valore e aiuterà l’architetto fino a quando anche lui, uomo potente ma non onnipotente, dovrà cedere le armi.

Il progetto è gigantesco e costoso, la non rielezione del Presidente apre la strada alle aride ragioni della contabilità, bisogna rinunciare a troppe cose che Otto ritiene irrinunciabili, a partire dai marmi che ha scelto personalmente a Carrara, sulle orme di Michelangelo.

E’ la sequenza più straordinaria, nel biancore accecante della pietra che, sola, poteva dar vita a quelle statue eterne.

Ma la committenza un tempo rispettava l’arte, oggi è l’arte del compromesso che impera e detta legge. Intorno a Otto si muovono personaggi con cui ha dovuto confrontarsi fin dall’inizio, e la sua vittoria al concorso continua ad essere mal digerita.

Di passo in passo Otto arriverà alla decisione, dolorosa ma per lui necessaria, di abbandonare il progetto in mano altrui e tornarsene fra i suoi studenti.

Un finale di grande tristezza che Demoustier gestisce con misura e toni gravi, affiancando l’interpretazione sempre calibrata di Claes Bang con quella di Paul Andreu, interpretato da Swann Arlaud, architetto che ha perso il concorso e sarà assistente di Otto. Persona di notevole dignità, Paul ha accettato quel ruolo subalterno ma, se può, sta dalla parte del burocrate Jean-Louis Subilon, inviato di Mitterrand, (Xavier Dolan) che gestisce il controllo economico con occhiuta vigilanza.

Per Mitterrand il Cubo era l’ambizione politica dell’uomo di potere che vuol lasciare memoria eterna di sé, per Otto era la necessità interiore di una vita, l’arte per cui è impensabile cedere a logiche che non siano quelle dell’arte stessa.

La sconfitta è di entrambi, ma quanto più dolorosa quella di Otto, morto, come dicono i titoli di coda, due anni prima di vedere l’opera completata e, incredibile dictu, sepolto nel cimitero degli indigenti.

Ma l’arte si riprende sempre i suoi diritti e il Cubo svetta lì, certo non bianco come sarebbe stato con il marmo di Carrara, troppo caro, ahimè.

Bene, per vedere quel marmo nel suo splendore basta farsi un giro tra i marmi di Michelangelo.

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Lo sconosciuto del Grande Arco

Francia 2025 durata 105′

Titolo originale L’inconnu de la Grande Arche

Regia di Stéphane Demoustier

Con Claes Bang, Sidse Babett Knudsen, Xavier Dolan, Swann Arlaud, Alessandro Bressanello

 

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