AIACE di Sofocle

E’ la tragedia più antica di Sofocle (445) e la sua datazione anteriore al 421, data della pace dei trent’anni fra Atene e Sparta, è dovuta ad un punto del discorso di Teucro, fratello di Aiace, che mostra ancora ostilità verso l’acerrima nemica di Atene.

Benché sia la meno conosciuta delle tragedie di Sofocle, è una delle più belle per la profonda umanità, l’attualità del suo messaggio e la poesia che l’autore infonde ai suoi versi.

E’ la tragedia della follia di Aiace che lo porta al suicidio.

All’eroe sono state negate le armi di Achille, assegnate ad Odisseo dagli Atridi, capi dell’esercito Acheo, dopo la morte dell’eroe.

Profondamente offeso in quanto sarebbero spettate a lui, l’eroe più forte dell’esercito, Aiace medita vendetta e vuol uccidere tutti i suoi avversari.

Atena sconvolge la sua mente e Aiace stermina un gregge di pecore credendole i suoi nemici.

L’eroe sofocleo

La profonda religiosità pone Sofocle in una condizione di equilibrio lontano dal grido di disperazione di Euripide.

L’eroe sofocleo è posto al bivio tra la rovina sicura e il compromesso che non accetterà mai, pena il tradimento del concetto che ha di sé, dei suoi diritti e doveri.

Da questa fedeltà a sé stesso scaturisce la tremenda tensione drammatica che cresce in modo esponenziale man mano che l’azione procede.Il suo agire, totalmente libero, lo porta fino alla vittoria che è anche una caduta: sofferenza e gloria sono fuse in unità inscindibile.

L’eroe di Sofocle discende dall’eroe epico di Omero, ma nell’azione sulla scena si connota come uomo del suo tempo che realizza, con le sue scelte, il trapasso dalla condizione umana alla condizione eroica.

Sofocle fu protagonista della fase più luminosa della storia di Atene, l’età di Pericle, quasi un secolo di leggendaria ascesa in cui fu cittadino, soldato e uomo di Stato.

La volontà degli Dei si era concretizzata nella grandezza della città e i protagonisti di quella vicenda umana proiettata nel tempo mitico erano gli eroi.

PROLOGO

La tragedia inizia a strage avvenuta, e Odisseo, a colloquio con Atena, mostra pietà per Aiace, seduto nella sua tenda con la spada insanguinata.

Notare come in Sofocle la figura di Odisseo acquisti uno spessore umano mai finora accreditato.

Poco dopo entra in scena Aiace, è l’unica volta in cui apparirà ancora folle, e c’è un drammatico dialogo con Atena a cui spiega le sue intenzioni di vendetta, in particolare nei confronti di Odisseo. Lei finge di prenderlo sul serio in una scena di incredibile ironia tragica.

Sappiamo che la Dea era stata offesa in passato dalla hybris di Aiace che aveva dichiarato di poter fare a meno di lei. Era lui il più forte dei Greci, non aveva bisogno dell’aiuto divino.

Il castigo per questa tracotanza era stata la sua follia e dunque la sua perdizione.

La hybris, tema centrale

Il senso della colpa di Aiace

L’uomo, secondo i canoni del pensiero greco, ha libera scelta fra il bene e il male, la responsabilità di ciò che fa è solo sua, ma gli Dei sono posti a salvaguardia del suo limite. In questo risiede il senso del sacro e il dovere di rispettarlo.

Gli uomini della casta eroica si sentivano però spesso immuni e trascuravano i limiti che imponevano il rispetto dei diritti degli altri.

Nessun uomo, scriveva Alcmane, lirico greco del VI secolo, deve osare la scalata al cielo.

I concetti base e i valori del pensiero etico greco erano l’areté, l’eudaimonía e la dike, traducibili rispettivamente con virtù, felicità e giustizia. L’etica arcaica, e in seguito l’etica della pólis, si fondano su modelli di valore di tipo competitivo, legati alle virtù dell’eroe in guerra di cui gli Dei sono i garanti.

Guai però sfidare il Dio, ignorandolo o contrapponendosi alla sua superiorità.

La sorte di Icaro, Fetonte, Bellerofonte, dello stesso Prometeo, fu incastonata nel mito a futura memoria per il genere umano.

La figura di Aiace e le vicende della sua vita sono il compendio di questo sistema di valori, entrare in conflitto con gli Dei è rinnegare le basi stesse dell’etica greca, in questo è la sua colpa.

Bisogna dire, per capire il particolare carattere del rapporto uomo/Dio nel mondo greco, che siamo molto lontani dal concetto di sacro che, a partire da Roma, maturò poi nella storia successiva delle civiltà mediterranee.

La lingua greca non ha neppure una parola che significhi “religione”, e fin dalla rappresentazione omerica il pantheon greco non era immune da passioni che attribuiamo agli uomini: gelosia, invidia, vendetta.

Gli Dei si comportano come componenti di una casta, sono spinti da rivalità, non lesinano favoritismi, sono diversi dagli uomini solo perché immortali.

Questo nulla toglie al valore della loro presenza, il senso del divino pervade tutto, si trasmette attraverso il mito che è la sintesi del mistero dei fenomeni naturali e della complessa psicologia umana, e l’uomo trova nel racconto mitico il suo libro sapienziale.

Si fonda su questa compenetrazione tra umano e divino e sui valori trasmessi soprattutto dal teatro e dalla poesia, la lezione di profondo equilibrio che quella civiltà ha tramandato alle età successive che, purtroppo, non sempre ne hanno fatto tesoro.

Quando quell’equilibrio si alterò fu Atene stessa la prima a crollare.

I Episodio

Sullo sfondo c’è il coro formato dai marinai di Salamina, sempre fedeli al loro capo, che parlano con Tecmessa, moglie di Aiace, del suo lento rinsavimento.

Il discorso di Aiace che entra in scena è un capolavoro di introspezione psicologica in una mente che, sconvolta dalla pazzia, ora che è tornata in sé non trova più la sua identità e deve decidere cosa fare.

L’alternativa ad una vita che ha perso il suo centro sarà il suicidio.

Dolorosissima è la figura di Tecmessa, paragonabile ad Andromaca, moglie di Ettore. Entrambe sanno quale sarà il loro destino prive del marito, schiave degli Argivi e vilipese da tutti.

Ma la sorte di Tecmessa è ancora peggiore in quanto il suo uomo morirà da atimos, senza onore, a differenza di Ettore caduto in battaglia.

Sarà lei a trovare nel IV episodio il cadavere di Aiace nel bosco vicino dove l’eroe si è fatto trafiggere dalla sua spada conficcata nel terreno.

Una figura importante per la dinamica della mente di Aiace è il padre Telamone, che non compare sulla scena ma che rappresenta per il figlio il tema più penoso.

La pazzia ha fatto fare ad Aiace cose atroci, vergognose, e non c’è perdono.

La famiglia, l’etica del ghenos, è il valore più importante.

Aiace se ne è reso indegno, poco importano le ragioni e le attenuanti, pensiamo all’incolpevole Edipo e alla sua condanna.

La colpa, quali che siano le cause che l’hanno provocata, è una macchia che va lavata.

Edipo sceglie la vita raminga, da esule, Aiace sceglie la morte.

Il nesso padre/figlio per lui si è disconnesso, lacerato, nei versi traspare, anche visivamente, quando si prefigura Telamone che non potrà neppure guardare il figlio al suo ritorno in patria.

II Episodio

E’ una lunga rhésis del solo Aiace, 46 versi in cui l’eroe rientra in scena con la spada in pugno accompagnato da Tecmessa.

E’ l’episodio detto “dell’inganno” che rallenta l’azione e sembra introdurre la speranza che non si arrivi all’ esito catastrofico del suicidio.

In realtà Aiace ha già deciso, la sua apparente tranquillità illude chi lo circonda e gli spettatori, l’ironia tragica qui trova il suo apice. Sa che non ha alternative al suicidio, anche se ne ha parlato in tutto l’episodio precedente.

Ora sembra pacificato e se non ne parla più è solo perché ha deciso.

Domina il suo discorso l’amarezza profonda di chi ha subito l’ingratitudine dei vecchi amici, i Greci, e vede nel capriccioso rovesciarsi dei rapporti l’instabilità della philìa, il rapporto di amicizia che, solo, salva l’uomo dalla triste solitudine.

Aiace è figlio della “cultura della vergogna”, del senso dell’onore, della morale di una società arcaica che lo spinge al suicidio poiché si è reso ridicolo agli occhi  dei nemici.

E’ un uomo grande e infelice, quello che emerge dalla tragedia non è la sua colpa ma la sua sofferenza. Appare qui per la prima volta il modello dell’eroe magnanimo perseguitato da un oscuro destino.

Poi arriverà Edipo.

III Episodio

La preghiera e la morte

L’episodio separa la prima dalla seconda parte della tragedia. Cinquanta versi, un monologo di Aiace che pianta la spada nel terreno fra i cespugli con la punta rivolta in alto.

Nelle sue ultime parole invoca Zeus che permetta al fratello Teucro di seppellirlo, il Sole che annunci la sua fine al padre e alla madre e le dee della vendetta che non facciano grazia a nessuno.

Quindi si getta sulla spada, fuori scena, coperto dai cespugli.

Queste le sue ultime parole:

O luce, o sacro suolo della mia terra Salamina,

o dimora del focolare paterno,

e grande Atene, e gente cresciuta con me, fonti, e questi fiumi,

e pianure di Troia vi saluto, addio,

voi che mi avete nutrito.

Questa è l’ultima parola che a voi Aiace dice,

le altre le dirò nell’Ade a coloro che sono laggiù.

Epiparodo

Inizia qui la seconda parte della tragedia con il ritrovamento del cadavere di Aiace e il canto funebre del coro di marinai.

La terribile scoperta tra i cespugli tocca a Tecmessa, una figura tra le più belle del teatro greco.

E’ una donna piena di dignità, capace di superare lo strazio per la perdita di Aiace e l’angoscia al pensiero del suo triste destino di schiava, in nome di una comprensione profonda delle ragioni del suo uomo: quel che desiderò ottenere seppe per sé acquistare.

Dopo non parlerà più restando accanto al figlioletto Eurisace.

Teucro, appena arrivato, apprende dai marinai la notizia e scopre il cadavere coperto da un manto.

Il suo pensiero va al piccolo Eurisace che fa condurre vicino a sé, e al padre che lo disconoscerà come figlio, lui che viveva all’ombra del grande fratello e torna senza di lui.

Teucro è il fratellastro di Aiace, figlio di Telamone e di una donna non greca. L’ingiusto sospetto che volesse insidiare la successione al trono del fratello è la sua condanna e anche tra i Greci avrà molti nemici perchè fratello di Aiace.

Teucro evoca l’infausto scambio di doni tra Aiace ed Ettore e di come in entrambi i casi il dono sia divenuto strumento di morte: con la cintura donata da Aiace a Ettore l’eroe troiano fu attaccato al carro che trascinò il suo corpo intorno alle mura di Troia, con la spada di Ettore Aiace si uccide.

L’arrivo di Menelao introduce il tema della ragion di Stato e la diatriba tra lui e Teucro sulla sepoltura ci avvicina al tema centrale dell’Antigone, tragedia rappresentata nel 442.

Aiace si è macchiato di grave colpa, si è suicidato, è considerato un traditore dei Greci e non può avere onoranze funebri

L’assurdo divieto è sostenuto dall’arroganza dell’uomo di potere a cui si contrappone Teucro con un discorso capolavoro di arte oratoria.

Menelao si mostra subito sfrontato e irrispettoso. Sembra quasi il Creonte dell’Antigone ante litteram, quando vuole impedire la sepoltura di Aiace. Ed ancora, come nell’Antigone, è un fratello a tutelare il corpo del defunto, accusando i detentori del potere di sovvertire le leggi divine.

Teucro esce di scena dopo avere affidato temporaneamente Tecmessa e suo figlio al coro di marinai.

III Stasimo

Lo stasimo è la parte lirica delle tragedie e contiene il canto del coro che esprime il pensiero del poeta.

Questo canto corale finale dei marinai precede l’esodo ed è un lamento privo di speranza, un canto pieno di stanchezza per le sofferenze patite.

C’è la paura di essere rimasti soli, senza più guida e senza prospettive per un ritorno in patria, c’è l’odio per una guerra che sembra non avere più fine.

E’ il canto degli umili travolti da un tragico destino, un doloroso e dolce ricordo della terra lontana:

Oh fossi io là dove boscoso incombe su mare un promontorio battuto dai flutti, sotto la piana cima di Capo Sunio!

La condanna della guerra voluta dai potenti e subita dai deboli, fonte di infinito dolore e lutto, evento tragico che priva l’uomo delle serene pratiche della pace, scatena rivalità, odi e vendette, sacrifica uomini, donne e bambini, toglie loro il futuro, distrugge le opere dell’uomo e fa il deserto dove prima c’erano campi fertili, è, in questa tragedia di Sofocle, il manifesto più struggente e il monito più severo mai pronunciato a memoria d’uomo, un monito che dal V secolo a.C. arriva fino ad oggi ad un’umanità mai stata capace di ascoltarlo.

Esodo

Entra in scena Agamennone, che umilia Teucro definendolo figlio di una schiava, un barbaro privo di ogni diritto su Aiace.

Il dibattito etico-politico sulla sorte del cadavere di Aiace occupa tutta la seconda parte del dramma: da un lato i due Atridi, massima autorità dell’esercito acheo, con l’ordine che il corpo di Aiace sia privato di qualsiasi rito funebre, così da punirlo del suo tradimento. Dall’altro il fratello Teucro, che rivendica il valore del legame di sangue e cerca di far prevalere il diritto dei familiari di dare al morto una sepoltura conveniente,

E’ una concezione del mondo che viene ricondotta alla volontà divina, come Antigone Teucro è mosso da pietas, la sepoltura del fratello è un dovere sacro nessun ordine dell’autorità politica o militare può far cadere questa prerogativa che affonda le sue radici nella “malinconica consapevolezza” della fragilità che accomuna tutti gli uomini e della terribile possibilità di patire tutti.le stesse sofferenze.

Devozione ed eroica tenacia connotano Teucro, vero protagonista della seconda parte della tragedia.

Da ultimo c’è Odisseo che sostiene le ragioni di Teucro.

Egli è stato antagonista di Aiace, ma il suo senso dell’onore lo spinge a riconoscerne la gloria e volere la sua sepoltura superando ogni ostilità di fronte alla morte.

Agamennone è ormai fuori gioco e, costretto a cedere, non rinuncia alla sua arroganza e “comanda” la sepoltura di Aiace.

Nelle ultime parole del Coro che si allontana Sofocle ribadisce la necessità per l’uomo di “vedere” e “apprendere” (ideìn, ghignòskein).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conclusione

Tragedia complessa, Aiace, nella sua apparente linearità, si snoda in più direttrici partendo dal nucleo, la pazzia che sconvolge la mente e fa compiere gesti irrazionali.

Ma la pazzia non appartiene ad Aiace più di quanto non appartenga ad una intera specie, quella umana, che uccide, devasta, deturpa e, nel farlo, crea nuovi codici che sovvertono la morale.

Attraverso l’estrema sintesi della poesia Aiace contiene tutto: l’eroe e la sua ingiusta sventura, la donna e il suo destino solitario e oppresso, il popolo, pedina impotente asservita ai voleri dei potenti.

Sofocle non conclude come Eschilo con la serena e confidente certezza della giustizia divina.

Dietro i personaggi sulla scena c’è il vuoto, non si nega il Dio, non era il tempo, ma quello che c’è saldo e incoercibile è la statura dell’eroe che diventa il modello per tutta l’umanità.

Un eroe non fine a sé stesso, intento alla costruzione della propria fama, ma un uomo autentico (o una donna, badare bene) proposto ad un pubblico che negli agoni tragici affluiva da ogni regione della Grecia per assistere ad un rito, non religioso, solo umano.

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Episodio

Sullo sfondo c’è il coro formato dai marinai di Salamina, sempre fedeli al loro capo, che parlano con Tecmessa, moglie di Aiace, del suo lento rinsavimento.

Il discorso di Aiace che entra in scena è un capolavoro di introspezione psicologica in una mente che, sconvolta dalla pazzia, ora che è tornata in sé non trova più la sua identità e deve decidere cosa fare.

L’alternativa ad una vita che ha perso il suo centro sarà il suicidio.

Dolorosissima è la figura di Tecmessa, paragonabile ad Andromaca, moglie di Ettore. Entrambe sanno quale sarà il loro destino prive del marito, schiave degli Argivi e vilipese da tutti.

Ma la sorte di Tecmessa è ancora peggiore in quanto il suo uomo morirà da atimos, senza onore, a differenza di Ettore caduto in battaglia.

Sarà lei a trovare nel IV episodio il cadavere di Aiace nel bosco vicino dove l’eroe si è fatto trafiggere dalla sua spada conficcata nel terreno.

Una figura importante per la dinamica della mente di Aiace è il padre Telamone, che non compare sulla scena ma che rappresenta per il figlio il tema più penoso.

La pazzia ha fatto fare ad Aiace cose atroci, vergognose, e non c’è perdono.

La famiglia, l’etica del ghenos, è il valore più importante. Aiace se ne è reso indegno, poco importano le ragioni e le attenuanti, pensiamo all’incolpevole Edipo e alla sua condanna.

La colpa, quali che siano le cause che l’hanno provocata, è una macchia che va lavata.

Edipo sceglie la vita raminga, da esule, Aiace sceglie la morte.

Il nesso padre/figlio per lui si è disconnesso, lacerato, nei versi traspare, anche visivamente, quando si prefigura Telamone che non potrà neppure guardare il figlio al suo ritorno in patria.

 

II Episodio

E’ una lunga rhésis del solo Aiace, 46 versi in cui l’eroe rientra in scena con la spada in pugno accompagnato da Tecmessa. (lettura)

E’ l’episodio detto “dell’inganno” che rallenta l’azione e sembra introdurre la speranza che non si arrivi all’ esito catastrofico del suicidio.

In realtà Aiace ha già deciso, la sua apparente tranquillità illude chi lo circonda e gli spettatori, l’ironia tragica qui trova il suo apice. Sa che non ha alternative al suicidio, anche se ne ha parlato in tutto l’episodio precedente.

Ora sembra pacificato e se non ne parla più è solo perché ha deciso.

Domina il suo discorso l’amarezza profonda di chi ha subito l’ingratitudine dei vecchi amici, i Greci, e vede nel capriccioso rovesciarsi dei rapporti l’instabilità della philìa, il rapporto di amicizia che, solo, salva l’uomo dalla triste solitudine.

Aiace è figlio della “cultura della vergogna”, del senso dell’onore, della morale di una società arcaica che lo spinge al suicidio poiché si è reso ridicolo agli occhi  dei nemici.

E’ un uomo grande e infelice, quello che emerge dalla tragedia non è la sua colpa ma la sua sofferenza. Appare qui per la prima volta il modello dell’eroe magnanimo perseguitato da un oscuro destino.

Poi arriverà Edipo.

 

III Episodio

La preghiera e la morte

L’episodio separa la prima dalla seconda parte della tragedia. Cinquanta versi, un monologo di Aiace che pianta la spada nel terreno fra i cespugli con la punta rivolta in alto. (Lettura) parziale

Nelle sue ultime parole invoca Zeus che permetta al fratello Teucro di seppellirlo, il Sole che annunci la sua fine al padre e alla madre e le dee della vendetta che non facciano grazia a nessuno.

Quindi si getta sulla spada, fuori scena, coperto dai cespugli.

Queste le sue ultime parole:

O luce, o sacro suolo della mia terra Salamina,

o dimora del focolare paterno,

e grande Atene, e gente cresciuta con me, fonti, e questi fiumi,

e pianure di Troia vi saluto, addio,

voi che mi avete nutrito.

Questa è l’ultima parola che a voi Aiace dice,

le altre le dirò nell’Ade a coloro che sono laggiù.

 

IV Episodio

Inizia qui la seconda parte della tragedia con il ritrovamento del cadavere di Aiace e il canto funebre del coro di marinai.

La terribile scoperta tra i cespugli tocca a Tecmessa, una figura tra le più belle del teatro greco.

E’ una donna piena di dignità, capace di superare lo strazio per la perdita di Aiace e l’angoscia al pensiero del suo triste destino di schiava, in nome di una comprensione profonda delle ragioni del suo uomo: quel che desiderò ottenere seppe per sé acquistare.

Dopo non parlerà più restando accanto al figlioletto Eurisace.

 

Teucro, appena arrivato, apprende dai marinai la notizia e scopre il cadavere coperto da un manto.

Il suo pensiero va al piccolo Eurisace che fa condurre vicino a sé, e al padre che lo disconoscerà come figlio, lui che viveva all’ombra del grande fratello e torna senza di lui.

Teucro è il fratellastro di Aiace, figlio di Telamone e di una donna non greca. L’ingiusto sospetto che volesse insidiare la successione al trono del fratello è la sua condanna e anche tra i Greci avrà molti nemici perchè fratello di Aiace.

Teucro evoca l’infausto scambio di doni tra Aiace ed Ettore e di come in entrambi i casi il dono sia divenuto strumento di morte: con la cintura donata da Aiace a Ettore l’eroe troiano fu attaccato al carro che trascinò il suo corpo intorno alle mura di Troia, con la spada di Ettore Aiace si uccide.

 

L’arrivo di Menelao introduce il tema della ragion di Stato e la diatriba tra lui e Teucro sulla sepoltura ci avvicina al tema centrale dell’Antigone, tragedia rappresentata nel 442.

Aiace si è macchiato di grave colpa, si è suicidato, è considerato un traditore dei Greci e non può avere onoranze funebri

L’assurdo divieto è sostenuto dall’arroganza dell’uomo di potere a cui si contrappone Teucro con un discorso capolavoro di arte oratoria.

Menelao si mostra subito sfrontato e irrispettoso. Sembra quasi il Creonte dell’Antigone ante litteram, quando vuole impedire la sepoltura di Aiace. Ed ancora, come nell’Antigone, è un fratello a tutelare il corpo del defunto, accusando i detentori del potere di sovvertire le leggi divine.

Teucro esce di scena dopo avere affidato temporaneamente Tecmessa e suo figlio al coro di

marinai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III Stasimo

Lo stasimo è la parte lirica delle tragedie e contiene il canto del coro che esprime il pensiero del poeta.

Questo canto corale finale dei marinai precede l’esodo ed è un lamento privo di speranza, un canto pieno di stanchezza per le sofferenze patite. (lettura)

C’è la paura di essere rimasti soli, senza più guida e senza prospettive per un ritorno in patria, c’è l’odio per una guerra che sembra non avere più fine.

E’ il canto degli umili travolti da un tragico destino, un doloroso e dolce ricordo della terra lontana:

 

Oh fossi io là dove boscoso incombe su mare un promontorio battuto dai flutti, sotto la piana cima di Capo Sunio!

 

La condanna della guerra voluta dai potenti e subita dai deboli, fonte di infinito dolore e lutto, evento tragico che priva l’uomo delle serene pratiche della pace, scatena rivalità, odi e vendette, sacrifica uomini, donne e bambini, toglie loro il futuro, distrugge le opere dell’uomo e fa il deserto dove prima c’erano campi fertili, è, in questa tragedia di Sofocle, il manifesto più struggente e il monito più severo mai pronunciato a memoria d’uomo, un monito che dal V secolo a.C. arriva fino ad oggi ad un’umanità mai stata capace di ascoltarlo.

 

Esodo

Entra in scena Agamennone, che umilia Teucro definendolo figlio di una schiava, un barbaro privo

di ogni diritto su Aiace.

Il dibattito etico-politico sulla sorte del cadavere di Aiace occupa tutta la seconda parte

del dramma: da un lato i due Atridi, massima autorità dell’esercito acheo, con l’ordine che il corpo

di Aiace sia privato di qualsiasi rito funebre, così da punirlo del suo tradimento. Dall’altro il fratello

Teucro, che rivendica il valore del legame di sangue e cerca di far prevalere il diritto dei familiari di dare al morto una sepoltura conveniente,

E’ una concezione del mondo che viene ricondotta alla volontà divina, come Antigone Teucro è mosso da pietas, la sepoltura del fratello è un dovere sacro nessun ordine dell’autorità politica o militare può far cadere questa prerogativa che affonda le sue radici nella “malinconica consapevolezza” della fragilità che accomuna tutti gli uomini e della terribile possibilità di patire tutti.le stesse sofferenze.

Devozione ed eroica tenacia connotano Teucro, vero protagonista della seconda parte della tragedia.

Da ultimo c’è Odisseo che sostiene le ragioni di Teucro.

Egli è stato antagonista di Aiace, ma il suo senso dell’onore lo spinge a riconoscerne la gloria e volere la sua sepoltura superando ogni ostilità di fronte alla morte.

Agamennone è ormai fuori gioco e, costretto a cedere, non rinuncia alla sua arroganza e “comanda” la sepoltura di Aiace.

Nelle ultime parole del Coro che si allontana Sofocle ribadisce la necessità per l’uomo di “vedere” e “apprendere” (ideìn, ghignòskein). (lettura)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conclusione

Tragedia complessa, Aiace, nella sua apparente linearità, si snoda in più direttrici partendo dal nucleo, la pazzia che sconvolge la mente e fa compiere gesti irrazionali.

Ma la pazzia non appartiene ad Aiace più di quanto non appartenga ad una intera specie, quella umana, che uccide, devasta, deturpa e, nel farlo, crea nuovi codici che sovvertono la morale.

Attraverso l’estrema sintesi della poesia Aiace contiene tutto: l’eroe e la sua ingiusta sventura, la donna e il suo destino solitario e oppresso, il popolo, pedina impotente asservita ai voleri dei potenti.

Sofocle non conclude come Eschilo con la serena e confidente certezza della giustizia divina.

Dietro i personaggi sulla scena c’è il vuoto, non si nega il Dio, non era il tempo, ma quello che c’è saldo e incoercibile è la statura dell’eroe che diventa il modello per tutta l’umanità.

Un eroe non fine a sé stesso, intento alla costruzione della propria fama, ma un uomo autentico (o una donna, badare bene) proposto ad un pubblico che negli agoni tragici affluiva da ogni regione della Grecia per assistere ad un rito, non religioso, s