ANTIGONE E ALCESTI, ANACRONISMO O ATTUALITÀ DI DUE MODELLI FEMMINILI?
Modello comportamentale e luminoso punto di riferimento di femminilità vincente, Alcesti e Antigone continuano a fornire esempi insuperati di pietas ed eroismo.
Esse hanno un valore iconico per la nostra dimensione sociale odierna in quanto emblema di valori quali lo spirito di sacrificio e il coraggio.
Donne che hanno suggestionato il dibattito culturale europeo per millenni, sono tanto più interessanti oggi, quando sembrano un’anacronistica sopravvivenza di età lontane.
Sofocle ed Euripide forniscono con le loro tragedie modelli archetipici e, quindi, universali.
Il loro mondo è popolato di donne, tutte, a loro modo, eroiche, tutte protagoniste di vicende in cui il loro ruolo è centrale, anche dove, come ad esempio nell’Aiace o nell’Edipo re, non sono protagoniste.
Antigone e Alcesti, le due tragedie presentate nel 2026 nel teatro greco di Siracusa da INDA (Istituto del Dramma Antico), risalgono ad anni vicini: 442 Antigone, 438 Alcesti, entrambe presenti alle Grandi Dionisie, gli agoni primaverili più importanti dell’anno attico.
Sono protagoniste di eventi molto diversi tra loro, ma identico è lo spirito che le caratterizza.
Alle loro spalle c’è una lunga saga mitica fatta soprattutto di uomini che hanno combattuto, fondato regni, raccolto onori, spesso caduti vittime di volontà divina o scontri fra popoli e uomini.
Da queste storie di uomini Antigone e Alcesti emergono pure, invincibili, capaci di mettere in gioco la propria vita per qualcosa che non è gloria o potere.
Il loro gesto è totalmente disinteressato, nasce da un profondo senso dell’onore e del rispetto delle leggi sacre, non scritte, superiori alle leggi della città fatte da uomini con tutti i loro limiti.
Punto di forte tangenza fra le due donne è la loro pietas e la parola che le unisce è “sacrificio”.
IL SACRIFICIO
Sacrificare (dal lat. composto di sacrum e facere) significa letteralmente rendere sacro.
In Grecia, sacri erano i doni o le vittime che si offrivano agli dei, per cercare di stabilire un rapporto con loro. Chi si sacrifica è chi si separa da qualcosa che gli appartiene e mette in atto un processo di annientamento della propria persona.
Le donne greche del V secolo a.C vivono in una società che ne fa sun capro espiatorio. La loro è una rinuncia e una privazione quotidiana.
Si tratta di donne educate all’inferiorità e che hanno fatto della sottomissione un’abitudine.
La tragedia diventa proiezione e specchio di questo mondo. Le protagoniste sono presentate come donne al limite, per le quali prendere decisioni estreme diventa quasi un obbligo.
Spesso l’unica via di fuga, ma al tempo stesso di riscatto, sembra essere per loro quella del sacrificio. Questo si trasforma in un dovere e una responsabilità rispetto ai parenti, oppure alla comunità che lo richiede. Il sacrificio può dare gloria, luce e onore ad una vita e solo la morte gloriosa può risollevarle totalmente dalla loro condizione d’inferiorità.
ALCESTI
Sinossi
Il re Admeto, anche se molto giovane e senza alcuna colpa è destinato dal volere divino alla morte.
Per sfuggire a questa condanna, grazie a un dono di Apollo, deve trovare qualcuno che si sacrifichi al suo posto. La moglie Alcesti decide volontariamente di morire per lui, dimostrando un amore che supera anche quello dei genitori di lui, meno pronti a morire. Grazie all’intervento di Eracle, ospite di Admeto, Alcesti viene strappata alla morte e riportata in vita dalle soglie dell’Ade.
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PROLOGO
Thanatos e Apollo
Thanatos
Che fai su la soglia? Che giri
qui attorno? Non operi, o Febo,
secondo giustizia, che predi
agl’Inferi i loro diritti!
Assai non ti fu contrastare
al fato d’Admèto, eludendo
con arte di frode le Parche,
che, armata la destra dell’arco,
or giungi a soccorrer la sposa,
la figlia di Pelio, che sé
offriva alla morte, se salvo
facesse lo sposo?
Apollo
Ti piegherai, sebben duro sei tanto!
tal di Fère alla casa un uomo giunge.
Euristèo lo mandò, che le cavalle
dai ghiacci traci e il cocchio gli riconduca.
Egli, nei tetti d’Admèto ospite, a forza
ti rapirà la donna; e non avrai
grazia alcuna da me: dovrai piegarti;
e l’odio mio guadagnerai per giunta.
Thanatos
Nulla otterrai, per quanto a lungo parli:
giú nell’Averno scenderà la donna.
Ora muovo su lei: con la mia spada
la tocco; e quanti il crine hanno sfiorato
da questo ferro, sono sacri agl’Inferi.
LO SCONTRO PADRE/FIGLIO
E’ quello tra Admeto e il padre Ferete, giunto per le esequie della nuora.
E’ un dialogo d’inaudita gravità, di un realismo verbale violento durante il quale ognuno rinfaccia all’altro di essersi sottratto alla morte e aver lasciato morire Alcesti.
Nessuno dei due ne esce bene, il silenzio di Alcesti che chiuderà tra poco la tragedia sottolinea mirabilmente la sua superiorità
Ferete
Figlio, son qui, una consorte
saggia hai perduta. Chi lo nega? Eppure
convien piegarsi al Fato, anche se grave.
Onore abbia la salma
di lei, che diede la sua per la tua vita;
e non permise ch’io privo dei figli
restassi, e senza te mi consumassi
in dolorosa vecchiaia; e con quest’atto,
nobile tutta la femminea stirpe
illustre ha reso. – O tu, che salvo il figlio
hai fatto, noi cadenti hai sollevati,
salve! Prospera sorte anche in Averno
t’arrida. Oh! tali spose sceglier gli uomini
dovrebbero; o non mai stringere nozze.
ADMETO
Invito io non ti feci a queste esequie,
né so dir grata la presenza tua.
Dei doni tuoi costei non s’ornerà:
senza nulla di tuo sarà sepolta.
Quando presso alla morte ero, dovevi
crucciarti del mio cruccio. Allora da parte
rimanesti, lasciasti che per me
morisse un altro, un giovine, tu vecchio.
Ed or su questa morta versi lagrime?
No, padre mio non sei, e quella che chiamano
mia madre, a luce non mi diede.
Pusillanime sei come nessun’ altro,
che, cosí grave d’anni, giunto al termine
della vita, morir per il figlio tuo
né volesti, né ardisti. E a morte andò
questa donna stranïera, che a buon dritto
io crederò mia sola madre e padre.
Eppure, egregia prova era per te
morir per il figlio tuo, quando a ogni modo
sol breve tempo a te di vita resta.
E con Alcèsti ancor vissuto avrei,
né solo piangerei le mie sciagure
I vecchi fingono
quando invocano la morte, e gli anni tardi
biasimano, e che troppa sia la vita.
Se morte si appressa, nessuno vuol morire
piú: né piú grave la vecchiaia sembra
FERETE
Figlio, che tracotanza è la tua?
Troppo m’offendesti; e i detti
fanciulleschi che tu contro me scagli
non andranno impuniti. Io di mie case
Signore t’ho generato, e t’ho nutrito;
ma debito non è che per te muoia.
Legge patria non è, non legge ellèna,
che la vita per il figlio il padre dia.
Seppelliscila, dopo averla uccisa.
Vado! Ma tu render dovrai ragione
ai suoi congiunti.
ADMETO
Alla malora, tu e la donna che abita
con te. Senza figliuoli invecchierete,
pur vivo essendo il figlio vostro. Tanto
meritate. Né piú la stessa casa
ci accoglierà.
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La morte di Alcesti è una morte simbolica che sopraggiunge con la consapevolezza che il marito ama di più la propria vita rispetto a lei.
Davanti al suo letto si risveglia dal suo sogno di moglie felice, la discesa all’Ade è solo un passaggio successivo, una morte corporale. Questa è la sua catarsi e in questo episodio riesce a guardarsi “da fuori”, anticipando anche quello che sarà il futuro del marito senza di lei.
Alcesti ora può morire e uscire di scena perché si è resa conto del suo stato, della situazione che sta vivendo.
Con il sacrificio non solo mette in discussione il proprio ruolo ma, di conseguenza, anche il ruolo di Admeto. Ella vuole far sì che la sua non sia solo una “bella morte”, ma qualcosa che possa trasformarsi in un beneficio concreto, almeno per i figli.
Si assiste quindi a una sorta di trattativa, a una negoziazione, uno scambio.
Possiamo affermare che per Alcesti, dopo una vita di sacrificio al servizio del marito, è giunta l’ora di presentargli il conto.
Il capovolgimento dei ruoli può dirsi completo.
Alcesti non è più donna che accompagna, ma donna che guida, da cui ora il marito dipende e alla quale è indissolubilmente legato. I riferimenti alla vita passata insieme scompaiono completamente.
E poco più avanti, quanto Admeto le chiede di portarlo con lei nell’Ade, la distanza sembra acuirsi sempre più.
Poco prima, attraverso una sorta di cerimoniale, Alcesti aveva preso per mano i figli e li aveva affidati ad Admeto chiedendogli di far loro da madre. Inoltre, la richiesta al marito di non avere altre nozze dopo la sua morte, mostra ancor meglio la sua posizione di forza.
Assistere all’Alcesti pensando solo alla donna che si sacrifica, che nega sé stessa per il marito e i figli, che si muove silenziosa sulla scena con grazia e dolcezza può essere fuorviante.
La vicenda di Alcesti va interpretata sempre tenendo ben presente la netta dicotomia del rapporto uomo/donna nell’Atene del V secolo.
Vita fuori di casa per l’uomo e vita chiusa tra le mura domestiche per la donna. Spazi e opportunità esposti a limitazioni e divieti.
Ma Alcesti è una donna che vince.
Alcesti non è più donna che accompagna, ma donna che guida, da cui ora il marito dipende e alla quale è indissolubilmente legato.
I riferimenti alla vita passata insieme scompaiono completamente.
E poco più avanti, quanto Admeto le chiede di portarlo con lei nell’Ade, la distanza sembra acuirsi sempre più.
Con il sacrificio non solo Alcesti mette in discussione il proprio ruolo ma, di conseguenza, anche il ruolo di Admeto. Ella vuole far sì che la sua non sia solo una “bella morte”, ma qualcosa che possa trasformarsi in un beneficio concreto, almeno per i figli.
Si assiste quindi a una sorta di trattativa, a una negoziazione, uno scambio.
Possiamo affermare che per Alcesti, dopo una vita di sacrificio al servizio del marito, è giunta l’ora di presentargli il conto.
VEDIAMO QUALE
LA TRATTATIVA DI ALCESTI
Primo episodio vv280-325
Admèto, a te che la mia sorte vedi,
dirò, prima di morir, quello che bramo.
Io piú che me, te caro avendo, a prezzo
del viver mio, la luce a te serbata,
muoio. E potevo non morir per te,
ma chi volessi sposo aver dei Tèssali,
e sovrana regnar nella mia reggia.
Ma divelta da te non volli vivere
coi figli derelitti; e abbandonai
di giovinezza i doni ond’io godevo.
L’uomo che te generò, la madre tua ti tradirono.
Ed erano pur giunti
agli anni in cui lasciar la vita è giusto;
gloriosa la morte; e avevan te solo,
né speranza d’avere altri figliuoli
se tu morivi; ed io vissuto avrei
sempre vicino a te; né tu soletto
piangeresti la sposa, e i figli tuoi
orfani educheresti. Ma un Dio volle
che cosí fosse tutto questo. E sia.
Ma tu, memore, rendimi una grazia.
Al beneficio pari non sarà,
ché nulla val quanto la vita vale;
ma ben giusta: e tu stesso lo dirai:
ch’ami non men di me questi fanciulli,
se pure hai senno.
Fa’ ch’essi padroni
sian della casa mia, schiva le nozze,
ai figli miei non dare una matrigna,
che, non avendo il cuore mio, per astio.
sui miei, sui tuoi figliuoli, alzi la mano.
Euripide ribalta i ruoli e la vittoria di Alcesti quando torna velata dalle porte dell’Ade da cui la recupera Eracle è visibile nel suo silenzio.
E’ un silenzio che si riempie di contenuti.
Cosa potrebbe dire Alcesti ad Admeto, all’uomo che ha permesso che morisse per lui, all’uomo che l’ha vista sacrificarsi e non ha fatto nulla per impedirlo?
Admeto piange spesso in scena, si lamenta e dichiara il suo amore per la donna, ma non convince nessuno.
IL RUOLO DEL TEATRO
Il teatro, a volte, permette alla distanza uomo/donna di accorciarsi, di dar voce al dissenso, permette alle donne di entrare in un terreno che nella vita quotidiana è precluso.
Se si analizza con attenzione la tragedia, sembra emergere un preciso tentativo da parte di Euripide di modificare gli equilibri di questo rapporto, smontandone e rovesciandone le caratteristiche fondamentali, deviando, attraverso la tragedia, il modo di pensare comune.
La città, la sua immagine agli occhi dei suoi cittadini, sono le preoccupazioni di Admeto.
Alcesti ha rubato la gloria che spettava all’uomo, al re, al condottiero. Il vero timore di Admeto è quello di essere accusato dai nemici di essere un codardo, di essersi fatto battere da una donna, di non essere un vero uomo. Riesce a riversare questa colpa sul capo di Alcesti, colpevole di averlo fatto sfigurare, di averlo messo in cattiva luce di fronte agli amici. Così come sarà lui stesso ad ammettere:
Per Admeto, la propria immagine, l’apparenza, sono più importanti dell’amore e il suo lutto ha a che vedere con la perdita dei suoi riferimenti domestici. Alcesti gli manca come moglie, per il suo ruolo di madre, ma non come donna. Anche nell’incontro finale con Eracle,, quando avviene “la restituzione” della moglie, Admeto mostra ancora una volta tutta la sua ambiguità e le sue debolezze. Sembra più preoccupato di ringraziare l’amico che di riabbracciare la moglie.
Solo successivamente Admeto chiede ad Eracle perché Alcesti non parli e alla risposta di Eracle non fa altre domande, non appare preoccupato. La cosa importante sembra il fatto di essere rientrato in possesso della moglie, come si ritrova un oggetto, smarrito nei sotterranei dell’Ade, che non si pensava di poter riottenere.
Alcesti, invece, non ha scelto di voler tornare, di riunirsi al marito. Il suo ritorno altro non è che un favore tra uomini, un rispettare un patto di onore tra vecchi amici.
Non bisogna dimenticare che lo status della donna in Grecia rimane pur sempre quello di un oggetto, Alcesti rappresenta il dono che due potenti si scambiano, cioè diventa il mezzo attraverso il quale i rapporti di potere e gerarchia si rinforzano fra uomini.
Alcesti è dunque un’eroina che demolisce gli stereotipi, trasforma Admeto da campione del génos a madre e custode dell’oìkos.
Il sacrificio permette ad Alcesti di imporsi, di far sentire la sua voce, di assumere il comando, di costringere il marito a giurare, a sottomettersi.
Alcesti fa quello che una donna greca del V secolo mai si sarebbe potuta permettere, imporre la propria legge al marito, collocandola al di sopra della norma sociale, come farà Antigone.
Alcesti incarna tutti i valori di cui Admeto sembra essere privo, da donna di casa si trasforma in donna di azione, in esempio di virtù.
ESODO
Le esequie sono terminate ed Eracle si è accorto che qualcosa di grave sta succedendo.
Quando finalmente Admeto gli rivela i fatti l’eroe si rammarica fortemente e decide di intervenire
Eracle strappa Alcesti a Thanatos sul limitare di Averno e la riporta, velata, ad Admeto.
Alcesti non dirà più una parola fino alla fine della tragedia.
E’ il sorprendente finale in cui la forza drammaturgica di Euripide tocca il vertice.
E cosa potrebbe dire ad Admeto, all’uomo che ha permesso che morisse per lui, che l’ha vista sacrificarsi e non ha fatto nulla per impedirlo?
Il silenzio di Alcesti, benchè Eracle voglia far credere che sia prescritto da regole del cerimoniale sacro per cui Admeto le dovrà lasciare il velo per tre giorni, in realtà sottolinea il suo status di morte simbolica, in contrapposizione alla sua presenza fisica.
Il suo silenzio é l’assenza di un discorso che soltanto può dirsi al maschile.
Ma tra marito e moglie ormai non ci sono più parole da dirsi.
ANTIGONE
LA SCELTA DI ANTIGONE
Sinossi
Nata dal matrimonio incestuoso tra Edipo e sua madre Giocasta, Antigone vive a Tebe, dove hanno trovato la morte, l’uno per mano dell’altro, i suoi due fratelli, Eteocle e Polinice, in duello per il potere sulla città (l’azione del dramma si collega esattamente al finale dei “Sette a Tebe” di Eschilo).
Creonte (fratello di Giocasta e padre di Emone, promesso sposo di Antigone), nelle cui mani è passato il potere, così decreta: Eteocle, caduto in difesa della patria, sarà seppellito con tutti gli onori; Polinice, invece, reo di aver assalito con le armi la propria città, sarà lasciato insepolto, «pasto ad uccelli e cani, vergogna a vedersi» (vv. 205-206).
E per essere sicuro che nessuno osi contravvenire ai suoi ordini, dispone alcune sentinelle a guardia del cadavere.
In merito alla questione della sepoltura dei traditori, rigorosamente proibita in territorio attico, pare che in realtà tale divieto non necessariamente sarebbe dovuto giungere all’estremo di proibire o di impedire la sepoltura ad una considerevole distanza dalla città.
Ma nella tragedia non è così
Antigone, unica sopravvissuta (insieme alla sorella Ismene) della sua sciagurata famiglia, non accetta che Polinice rimanga insepolto (nella cultura antica, la mancanza di onori funebri destinava il defunto a vagare senza patria) e trasgredisce quell’editto: il suo amore e i suoi doveri sono uguali per ambedue i fratelli.
Sorpresa dalle sentinelle mentre, straziata dal dolore, officia i riti funebri per Polinice, «curva su di lui come il cielo sulla terra», e intenta a «versare d’un sol colpo tutto il vino di un grande amore», la fanciulla viene catturata e condotta alla presenza di Creonte.
Chiusa in una grotta morirà. Emone figlio di Creonte e suo promesso sposo, si ucciderà, seguito dalla madre Euridice.
Creonte nell’esodo è solo in scena, statuario nella sua solitudine, in mezzo ad un cimitero di cadaveri da lui indirettamente uccisi.
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Dall’archetipo sofocleo ai giorni nostri
Come Odisseo, Medea, Edipo e Prometeo, Antigone è protagonista di una «mitologia letteraria» capace di attraversare i millenni assumendo la connotazione di «codice culturale collettivo»
Altre «mitologie letterarie»:
Prometeo: sfida dell’uomo ad una forza che lo trascende e limita
Edipo: l’uomo alla ricerca della verità, anche a costo della vita
Odisseo: l’uomo che mai si arrende nella sua sete di conoscenza
PROLOGO
Si svolge , come tutta la tragedia , davanti alle mura di Tebe. Antigone informa la sorella Ismene della necessità di seppellire il fratello Polinice lasciato in pasto ai corvi da un editto del re Creonte. E’ convinta che Ismene condividerà la sua volonta ma sarà ben presto delusa. Ismene è una donna debole, pavida, come Crisotemide in Elettra. Sofocle ama mettere vicine due modelli opposti di femminilità
Antigone
O mia cara sorella, o dolce Ismene,
ora possiamo noi ben dire cosa Giove intenda.
Non sazio ancora di tanti dolori e morti,
anche noi che viviamo portiamo la pena.
Infelice, nulla al mondo
più di miserie o di vergogna avanza
che nei tuoi e miei non sia accaduto,
E Creonte crudele, l’empio signore,
con nuovi bandi ci tormenta ancora.
Tu taci (ahimè!), dunque non sai.
Ismene
Amara o dolce, ancor nulla novella,
Antigone, agli orecchi miei pervenne.
Noi due dei due fratelli restammo prive;
e poi che rotto il gran campo nemico
fu in quella notte, non ho cosa udita
che più lieta mi faccia, o più dolente.
Antigone
Presto dunque lo saprai, ché questo solo
fece sì ch’io ti traessi qua fuor della porta,
affinchè tu sola udissi.
Non ha il feroce Creonte ancor sepolto
l’uno e l’altro fratello, ma in terra nudo
l’uno dei due vuol lasciare come una bestia.
Solo Eteocle con dovuto onore laggiù discese,
ma il misero Polinice in terra giace
nudo, abietto e scoperto; e ha bandito
che nessun cittadino prenda ardire
di sotterrarlo o di piangere la sua morte.
Ma senza pianto altrui, senza sepolcro,
di cani, uccelli e di selvagge fiere
vuole che restino tra noi dolorosa preda.
E per far più palesi i suoi pensieri
vuole che la pena sia di chi l’aiuta.
Qui siamo, cara sorella, ed è ben tempo
che dimostri ormai se del tuo sangue
porti l’alto valore, o se viltà
dentro a sì nobil petto si trova.
Pensa pur se tu vuoi porgermi aiuto.
Ismene
Dov’hai la mente?
Antigone
Il corpo morto alzar con questa mano.
Ismene
Speri tu seppellirlo e che Creonte non lo senta?
Antigone esce dallo spazio a lei riservato (doppiamente, nel senso che oltre ad uscire dalla casa, esce anche dalla città ) e alla fine il suo destino è una morte tragica, murata nella grotta che Creonte le sceglie come prigione.
La storia di Antigone non è poi altro che la storia di una donna che difende disperatamente il mondo sicuro del dentro (legge del γένος [stirpe]) dal mondo violento del fuori (legge della πόλις [città]).
E alla fine ottiene soltanto dolore, non solo per sé stessa, ma anche per tutti gli altri soggetti coinvolti.
SECONDO EPISODIO
E’ il culmine dell’agone tragico.
I versi s’incentrano sul celebre scontro tra il nuovo sovrano di Tebe e la figlia di Edipo, irremovibili nelle loro posizioni e nelle loro particolari visioni del mondo, verso cui mostrano un attaccamento esclusivo e assoluto.
Antigone
Non mi avrai, Creonte, né domata, né persuasa. Ti sguscerò tra le ombre dei pensieri, troverai la spada dei miei implacabili argomenti confitta nel midollo delle tue risoluzioni, sarò entrata dentro il tuo recinto. Mi avrai come una lima di dubbio e di rimorso, nel sonno e in ogni gesto di arbitrio e di potere. Mai ti libererai di me.
Discorso di Creonte Le leggi della città
E se a te sembra che io ora agisca da folle, questa follia la devo, forse, ad un folle.
Ma sappi che una volontà troppo dura cade più facilmente e anche il ferro più indurito, cotto dal fuoco e temperato, spesso lo puoi vedere spezzato e infranto. Destrieri imbizzarriti, io lo so, vengono regolati da un piccolo morso: e non può fare il superbo chi è soggetto ad altri. Costei sapeva bene, allora, di commettere una colpa, violando le leggi stabilite; e dopo averlo fatto, la seconda colpa è di vantarsi e deridere tali leggi. Davvero io non sono un uomo, ma l’uomo è costei, se quest’audacia le rimarrà impunita
Discorso di Antigone Le leggi non scritte degli Dei
Per me non fu Zeus a proclamare quel divieto, né Dike, che dimora con gli dèi inferi, tali leggi fissò per gli uomini. E non pensavo che i tuoi editti avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte e incrollabili degli dèi.
Infatti queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero. E di esse io non volevo scontare la pena al cospetto degli dèi, per paura della volontà di alcun uomo: sapevo di dover morire, e come no?, anche se tu non l’avessi proclamato.
E se morrò prima del tempo questo io lo chiamo un guadagno: chiunque, come me, vive fra tante sventure, come non riporta guadagno se muore? Così, per me, avere questa sorte non è dolore, per nulla; ma se il figlio di mia madre, dopo la sua morte, avessi lasciato insepolto cadavere, di tale fatto avrei sofferto: di questo invece non soffro.
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E’ il focus della tragedia, lo scontro in cui le ragioni di entrambi, incapaci di autentico dialogo, portano alla catastrofe
“Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore” dice Antigone al re Creonte prima di essere portata in carcere.
Ma Sofocle non presenta Creonte come un tiranno odioso e sanguinario.
E’ un uomo di Stato che difende le leggi della polis.
E’ stato detto che “sia Creonte che Antigone sono unidirezionali e limitati quando stabiliscono ciò che è importante. Nell’orizzonte di ciascuno dei due sono presenti valori che l’altro non considera”.
Antigone, presa veramente solo dalla “philía” per i suoi morti, è completamente chiusa a ogni considerazione che sia in contrasto con i legami di sangue (ed è per questo che «rifiuta la vita») difende le sue ragioni in nome di quelle leggi “non scritte e incrollabili degli dei” (vv. 454-455), non abrogabili ed eterne, che trascendono ogni autorità umana e che le impongono di compiere, nei confronti del “fratello dilettissimo” (v. 81), la più antica delle opere di misericordia corporale, la sepoltura.
La morte, che tra l’altro le appare anche come una liberazione, non è nulla rispetto alla sofferenza che le sarebbe derivata dal mancato compimento del rito sacro.
Le “leggi non scritte” (gli “agrafta nomima”) abbracciano il cosmo in tutta la sua estensione: il cosmo cui essa appartiene, alle cui leggi obbedisce, e che spazia dall’Olimpo all’Ade.
Per contro, il sovrano di Tebe, per il quale la sicurezza e l’ordine della polis costituiscono il bene supremo, sordo ad ogni ragione che non sia quella di Stato e deciso a cancellare dall’esercizio del potere le tradizioni sacre e ogni forma di pietà e di considerazione degli affetti, difende con ostinazione il valore assoluto delle leggi della polis.
Forte è, inoltre, in Creonte, la preoccupazione di difendere “l’oltraggiata virilità”, nonché d’impedire l’inversione di quello che per lui è l’ordine naturale per il genere maschile e per quello femminile: «Io non sono un uomo, ma l’uomo è costei, se quest’audacia le rimarrà impunita»
Antigone contro Creonte: chi ha ragione, chi ha torto?
Sofocle non lo dice, non dà risposte, e i numerosissimi studi evidenziano quanto sia difficile trovare una risposta.
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La dialettica fra due polarità
Davvero tanti gli spunti di riflessione offerti da questa pagina, a partire dal delicato equilibrio tra diritto naturale e legislazione positiva (per usare categorie attuali), e, più in generale, dalla importante constatazione che, in uno Stato, le tensioni, anche aspre e distruttive, e i diversi volti della tirannia, possono ripresentarsi tutte le volte in cui il legislatore non tenga conto della dimensione etica, del comune sentire, del patrimonio culturale, della logica, dei valori presenti all’interno del gruppo sociale di riferimento.
C’è, poi, l’eterno e insanabile conflitto, il pòlemos, per gli antichi Greci re e padre di tutte le cose, scontro eterno tra «uomini e donne; vecchi e giovani; individuo e comunità, vivi e defunti, mortali e divinità, che, oggi come allora, nelle sue molteplici declinazioni, continua a interpellarci, a stimolarci, a offrirci varianti sempre nuove, a istruirci sulla nostra relazione con l’alterità.
La dialettica tra queste polarità, l’una riferimento irrinunciabile dell’altra, di cui abbiamo bisogno per crescere, per arricchirci, per maturare uno sguardo sempre più globale sulla vita, è infatti luogo e occasione di “definizione reciproca”: per arrivare a noi stessi e agli altri.
Ma al di là di tutto questo mare di ricchezza e di significati, potenzialmente davvero infiniti, una riflessione importante è quella del filosofo Paul Ricoeur, Le ragioni di Antigone).
“Sofocle ci offre l’opportunità di riflettere sulle nostre modalità decisionali e sul nostro stile relazionale, nonché sulle conseguenze, anche irreparabili (per la nostra vita e per quella altrui), che potrebbero derivare dalla mancanza di empatia, dall’incapacità di ascolto, dalla dismisura, dalle semplificazioni, dall’assenza di flessibilità, dalle visioni solitarie che non si aprono al confronto, dall’applicazione rigida dei principi; insomma, dal non saper essere saggi nella concretezza delle situazioni: la “saggezza pratica”, infatti, importantissimo monito della tragedia sofoclea (cfr. vv. 1347-1348), e di cui non si ha traccia nello scontro tra i due protagonisti, molto si nutre del «desiderio e della curiosità di conoscere il punto di vista degli altri, e le loro possibili ragioni»
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Per il costituzionalista Zagrebelsky occorre superare l’orientamento “classico” secondo cui Creonte “rappresenta il male della forza cieca” e Antigone “il bene della legge morale”.
Per lo studioso è importante scendere più in profondità e riflettere su una terza interpretazione, che è quella del “dialogo carente”:
Creonte dovrebbe chiedersi la ragione per la quale la città è con Antigone e non con lui.
Antigone, dal canto suo, deve rendersi cosciente delle conseguenze, per sé e per gli altri, della violazione della legge.
L’uno e l’altro devono aprirsi.
Si delinea così una nuova prospettiva, che dà luce e respiro, che ammette, anzi richiede, «il darsi da fare per sfuggire alla morte e aprire una possibilità di vita. Di più: un darsi da fare insieme» (G. Zagrebelsky.
La lezione della tragedia
Dalla tragedia impariamo a non eliminare il conflitto nel modo sbagliato, attaccandoci in modo esclusivo ad un valore trascurando gli altri.
E’ la grande lezione dei Classici perché, come afferma Calvino:
«UN CLASSICO E’ UN LIBRO CHE NON HA MAI FINITO DI DIRE QUELLO CHE HA DA DIRE»
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