Due procuratori di Sergei Loznitsa

Nel 1937 la morte di Stalin era ancora lontana, perciò nessuna speranza per il giovane compagno procuratore appena laureato e ancora capace di idealità, fiducia nella giustizia e nell’onestà del genere umano.
Ma basta poco e capirà a sue spese, il suo sguardo attonito diventerà disperato, ma non lo vedremo perché il film finisce lì, e non poteva che finire davanti al gran portone di ferro che si chiude alle sue spalle.
Da Joseph K. di Kafka lo separa una cosa importante: lui sa, o può facilmente immaginare, di cosa sia accusato; per il resto stesso clima di asfittica impotenza dell’individuo, stessa negazione di uno spazio di pensiero libero, stesso clima di assurda ma tenace connivenza con un potere oscuro e minaccioso da parte di quegli uomini da cui le tirannie traggono forza e durata.
Con sviluppo ad anello il film apre in una buia cella e chiude sulle porte dello stesso carcere.
Quello che accadrà al giovane procuratore Kornev è cronaca annunciata che solo lui non vede.
Eppure le lunghe attese prima di esser ricevuto dal Procuratore supremo, gli sguardi tra derisori e minacciosi dei secondini, l’insensato andirivieni di gente silenziosa nei corridoi del potere, la cialtronesca messa in scena sul treno delle due spie, tutto avrebbe dovuto metterlo in guardia.
Ma non è così che accade, e la Storia non riesce a dare moniti a noi poveri pesci nella rete…
…………………………
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
…………………………………
MONTALE, La Storia
Dunque, Kornev fa il suo mestiere, in Procura è arrivato chissà come una specie di “pizzino” scritto col sangue da un compagno che denuncia abusi e soprusi nel carcere di zona. Lo mandano perché è un atto dovuto alla facciata che si ammanta di giustizia, e lui va. Un bellissimo flash da sottolineare è quello di lui che suona alla porta di ferro del carcere e un drappello di donne alle sue spalle, tutte ferme,uguali, silenziose e severe contadine ucraine dalla testa avvolta in pesanti foulards, gli dicono “Deve bussare”.
Quella del suo arrivo nel carcere è la seconda sequenza, nella prima un vecchio detenuto in una cella vuota deve bruciare un gran sacco di lettere di denuncia mai spedite, scritte da speranzosi compagni ai capi del Partito Unico.
Il vecchio riesce a salvare il bigliettino scritto col sangue, la Storia lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli.
Insomma, la speranza mai non muore, e dal fondo del famoso Vaso di Pandora tende trappole maliziose ai poveri mortali creduloni.
Lonitzsa torna ancora una volta con uno dei suoi film che sono un pugno nello stomaco.
Ucraina, Unione Sovietica, ieri, l’altro ieri, oggi, nulla cambia.
Per questo film si ispira ad uno sconosciuto racconto di Demidov, ma non è fiction benchè lo sembri.
Grigio, marrone e bianco sporco sono i colori, interni asfittici, silenziosi e un muoversi come burattini di comparse prive di sguardo, complici loro malgrado o consapevoli di un potere che vive di abuso e impunità.
1937 è la data in sovrimpressione che apre il film, nel pieno dell’era staliniana.
La storia è breve, di quelle ricalcate sulla realtà, storia esemplare in cui nulla accade che non sia prevedibile, oggi sappiamo tutto, nulla ci sfugge, eppure continuiamo a stupirci, a sperare in un altro finale, magari più consolatorio.
Nel 2018 Loznitsa aveva già portato a Cannes e Venezia le proteste di piazza a Kiev, documentate mentre avvenivano, a cavallo tra il 2013 e il 2014, che portarono alla destituzione di Janukovyč e la storia raccontava dell’autoproclamata Nuova Russia, nel Donbass, sempre nel 2014.
Quell’anno girò Process e ci portò a Mosca nel 1930.
(cito da mia recensione):
“ L’inverno russo ha già imbiancato la città, il prologo è una lunga panoramica su strade e piazze con rari passanti, slitte e tramvai, carrozze e auto della nomenklatura, vecchio e nuovo al passaggio del secolo. Scendono dalle auto nere i grigi custodi della Legge avvolti in lunghi pastrani di panno pesante, passano attraverso una piccola porta e prendono posto al tavolo della Corte.[…] Mentre il Terzo Reich finiva sotto le bombe alleate e il Fascismo penzolava a testa in giù a Piazzale Loreto, il Piccolo Padre di tutte le Russie continuò ad imperversare a lungo e morì nel suo letto.”.
E così continuo (altre parole non servono se gli scenari sono sempre gli stessi):
“Loznitsa (Maidan, Il giorno della vittoria, Austerliz, Evento, Donbass) prosegue instancabile a fornire materiali in cui cercare, se non risposte, almeno indizi, testimonianze di un immedicabile cupio dissolvi che si ammanta di ideologia, si addobba di belle idee per cui si muore, e altro non è che un mondo di uomini ripiegato su se stesso nella solitaria oscurità di esseri sconfitti da un peso metafisico immodificabile.”
Nei film degli anni scorsi il regista ha prediletto la ripresa documentaria, l’impatto visivo con gli scorci della Storia che ben conosciamo o con quegli scenari caduti nell’oblio.
Questa volta ci vuol dimostrare come la cronaca possa diventare, favola, mito, simbolo.
Il piccolo procuratorino di provincia e il grande procuratore del centro, la massa inerte e silenziosa dei comprimari, la massa dolente delle vittime, qualche punta avanzata come il vecchio detenuto piagato dalle torture e ancora fermo nelle sue idee, sono tutti attori di un palcoscenico dove si recita a soggetto.
Loznitsa ancora una volta ci scuote, ci dice “attenti”.
Ma a chi? Ai suoi 25 lettori, pardon, spettatori.
_________________________
Due procuratori
Francia, Germania, Olanda, Lettonia, Romania 2025 durata 117′
Titolo originale Deux Procureurs
Regia di Sergei Loznitsa
Con Alexander Kuznetsov, Anatoliy Belyy, Vytautas Kaniusonis, Valentin Novopolskij