IPPOLITO PORTATORE DI CORONA
PREMESSA
Leggere questa tragedia di Euripide, e naturalmente vederla rappresentata a teatro, è un’esperienza molto bella per la sintesi di idee e problemi che contiene, che sono quelli del mondo greco ma non solo.
E’ la tragedia in cui il pensiero di Euripide si manifesta nel modo più intenso e coerente con la cultura del suo tempo.
Euripide non si sente poeta-vate, come Eschilo, il maestro di verità ed educatore della città con le sue tragedie.
L’uomo non ha verità di fede se non quelle che la sua ragione di volta in volta gli indica.
Ma la ragione non basta, può esserci, oltre, qualcosa che la ostacoli. Cosa tocca dunque all’uomo, arrivato a questo passo?
E’ il dilemma tragico, la risposta può darla quella religiosità profonda e dolorosa perché priva della luce della rivelazione che Euripide proclama in ogni sua tragedia, capace solo di percepire la problematicità e il limite della condizione umana.
L’universalità dei temi trattati è evidente e ci lascia sbalorditi l’attualità di un pensiero che ha attraversato i millenni facendo sembrare vecchi i nostri giorni.
I classici sono sempre avanti rispetto a qualsiasi età della storia e il loro magistero è possesso perenne, secondo la formula di Tucidide.
Scritta nel terzo anno della guerra del Peloponneso (428) in Ippolito si riflette un’età buia, la straordinaria esperienza della democrazia sancita da Pericle si è consumata con la morte del grande statista avvenuta pochi mesi prima della stesura del dramma.
La peste è stata il segno tragico della fine di un’era, Euripide, il drammaturgo, e Tucidide, lo storico, i diretti testimoni.
In qualche modo il pensiero democratico sopravvisse a Pericle, ma con forti limiti.
Erano ormai finiti i tempi della grande fiducia di Eschilo nella ragione, nel mito dell’uomo come “misura di tutte le cose”, nella polis come centro in cui l’individuo fiorisce e sconfigge la barbarie.
L’assemblea legislativa dei cittadini, l’amministrazione della giustizia, il culto della bellezza erano stati i cardini di quella civiltà, poi tutto cambiò e fu necessario confrontarsi con la realtà.
Euripide vive in questa fase storica, il suo teatro ne è la voce.
Per capirlo bisogna conoscere il suo tempo, la storia di quegli anni, il suo clima culturale.
La morte era una presenza dominante, guerra e malattia le portatrici.
Come reagiva l’individuo?
Il discorso della nutrice di Fedra (primo episodio) è una testimonianza della devastazione delle coscienze indotto dalla morte che aleggia ormai incontenibile.
Tramontati gli ideali di uguaglianza, libertà e giustizia, si fa strada la violazione di ogni legge, la ricerca del piacere, dell’utile e del vantaggio individuale.
Tucidide, nel raccontare la peste di Atene, diceva: “era logico godere almeno di qualcosa nella vita”.
In un quadro del genere, nell’assenza di verità rivelate, nell’incertezza del reale, Euripide proclama l’etica della ricerca, che è ricerca della sapienza ed esercizio della ragione.
L’uomo ha le sue sole forze che non lo portano fuori dal labirinto, ma le sue verità, benchè provvisorie, vanno salvate.
Ippolito portatore di corona è il rifacimento dell’Ippolito velato, oggi perduto, che aveva suscitato enorme scandalo in Atene. L’Ippolito velato, infatti, è così detto perché il protagonista ad un certo punto si velava il capo per la vergogna nel sentire la scabrosa confessione della insana passione
L’autore riscrisse alcune parti del dramma eliminando quanto era in esso di sconveniente e degno di riprovazione.
Non si conoscono i titoli delle altre due tragedie della trilogia, né quello del dramma satiresco. Sappiamo, tuttavia, che Euripide, in quell’occasione, conquistò il primo premio nell’agone tragico.
Il Labirinto
Il tema del labirinto è sotteso in tutta l’opera che nasce proprio dalla disfatta della ragione incapace di ritrovare il filo per uscirne.
Le vicende di Fedra, Ippolito e Teseo ne saranno la dimostrazione.
Coerenza della ragione ed esercizio del logos sono il filo che guida all’interno del labirinto, dentro la disperazione della storia.
Il labirinto è simbolo di smarrimento: è la perdita dell’orientamento ma anche la possibilità di incontrare l’altro, il diverso da noi. In senso esistenziale è la crisi della propria identità e la messa a nudo di inquietudini e angosce.
Il labirinto è un simbolo importante del racconto mitico, nasce a Creta in fase preellenica e perdura per tutta l’età classica come potente metafora della condizione umana.
Fedra viene da lì, è della stirpe di Minosse, suo padre, e Pasifae, la madre che, ingravidata dal toro bianco inviato da Poseidon, partorì il Minotauro.
E’ sorella di Arianna che, innamorata dell’eroe greco arrivato nell’isola con i giovani mandati da Egeo, il padre, in pasto al Minotauro (si trattava di una punizione per aver ucciso un figlio di Minssa), aiutò Teseo ad uscire dal Labirinto dopo l’uccisione del Minotauro. Teseo la porta con sé ma, durante il viaggio di ritorno in Grecia, l’abbandona sull’isola di Nasso.
Dopo varie imprese mirabolanti tra cui uno scontro vittorioso contro le Amazzoni (in tempo per concepire Ippolito dalla loro regina Ippolita), Teseo sposerà Fedra, sorella di Arianna e diventerà re di Trezene in Grecia, poi di Atene.
Il labirinto di Borges
Borges, alla ipotesi di un universo caoticamente ordinato, sostituisce il cosmos, un disegno ordinato, tuttavia, da impenetrabili leggi.
Luogo dove caos e cosmos si riuniscono è il labirinto: luogo contraddittorio perché è una architettura che, insieme, protegge e incarcera chi lo abita […]. Il labirinto si dilata in metafore molteplici: la biblioteca che è l’universo, con i suoi infiniti e ripetitivi corridoi, è un labirinto. E lo è il deserto, che conduce allo stesso smarrimento e alla morte. Sono labirintici i sogni che approdano all’incubo, all’allucinazione. Tra i simboli del caos e dell’infinito, Borges enumera anche il labirinto formato da una sola «invisibile e incessante» linea retta, i labirinti del tempo e del pensiero, i labirinti dello spirito […]. Ed il simbolo gli serve, infine, come metafora del destino umano, delle segrete leggi che governano l’universo, del misterioso accadimento artistico
J.L. Borges, La casa di Asterione
da L’Aleph (1949)
“E la regina dette alla luce un figlio che si chiamò Asterione”
Apollodoro, Biblioteca III, 1
La casa di Asterione
So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole. È vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito) restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi né la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine. E troverà una casa come non ce n’è altre sulla faccia della terra. Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c’è un solo mobile. Un’altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c’è una porta chiusa, e aggiungere che non c’è una sola serratura? D’altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m’infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d’unbambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto.
La gente pregava,fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altriammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu unaregina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.
La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; comeil filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall’altra. Un’impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.
Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s’avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all’ombra di una cisterna e all’angolo d’un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l’addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m’addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giornoè cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch’egli venga a farmii visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: «Adesso torniamo all’angolo di prima», o: «Adesso sbocchiamo in un altro cortile», o: «Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell’acqua», oppure: «Ora ti faccio vedere una cisterna che s’è riempita di sabbia», o anche:«Vedrai come si biforca la cantina». A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.
Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana,una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo.
Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole; in basso, Asterione.
Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.
Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l’altro; senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno diessi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore.
Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo?
O sarà come me?
Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.
«Lo crederesti,Arianna?» disse Teseo. «Il Minotauro non s’è quasi difeso
_________________
Il brusco passaggio dal racconto in prima persona al resoconto anonimo del dialogo tra Teseo e Arianna presenta l’unica ed essenziale innovazione di Borges rispetto al mito tradizionale: il Minotauro non si è quasi difeso. Teseo ed Arianna non possono capire perché, a differenza del lettore, che ha ascoltato la confessione di Asterione: la sua morte non è dunque il trionfo dell’eroe aiutato dalla principessa (come nelle fiabe), ma l’unica scelta lasciata al «mostro», e dunque la sua liberazione da una tragica condizione esistenziale

SINOSSI
La dea dell’amore, Afrodite/Cipride, apre la tragedia e la dea della caccia, Artemide, la chiude, ma al centro di Ippolito portatore di corona non stanno gli dei, bensì la passione umana, assoluta, divorante di Fedra per il figliastro. Fedra tace il proprio amore e si consuma, rivelandolo alla fine soltanto alla nutrice, la quale parla invano a Ippolito, furioso e sprezzante. Fedra si impicca, lasciando uno scritto in cui accusa Ippolito di averla violata. Il marito, Teseo, provoca allora la morte di Ippolito, riabilitato in punto di morte dalla stessa Artemide.
PERSONAGGI
- Afrodite
- Ippolito, figlio di Teseo
- Servi di Ippolito
- Vecchio servo
- Coro di donne Trezenie
- Nutrice
- Fedra, moglie di Teseo
- Teseo, re di Atene
- Messaggero
- Artemide
La scena è a Trezene, nello sfondo la reggia di Pitteo, davanti alla quale sorgono le statue di Artemide e di Afrodite
SVILUPPO DEL DRAMMA
- PROLOGO
- PARODO
- PRIMO EPISODIO
- PRIMO STASIMO
- SECONDO EPISODIO
- SECONDO STASIMO
- TERZO EPISODIO
- TERZO STASIMO
- QUARTO EPISODIO
- QUARTO STASIMO
- ESODO
PROLOGO
Prima scena
AFRODITE
La scena si svolge a Trezene nella reggia di Pitteo.
Si apre con il monologo di Afrodite, che afferma la sua potenza su tutti i mortali e dichiara la sua intenzione di punire Ippolito per la superbia che dimostra contro i rapporti di amore.
Il giovane ha sempre proclamato di preferire Artemide, la caccia e la vita nei boschi e sui monti.
Afrodite afferma di aver scelto Fedra per la sua vendetta, ispirandole un amore terribile e malato che la porterà alla morte. Alla morte è condannato anche Ippolito e solo così la Dea si sentirà soddisfatta. Il finale è così anticipato e la macrostruttura della tragedia è inserita fra le due Dee: Afrodite e, in chiusura, Artemide, che renderà meno dolorosa la morte di Ippolito.
Afrodite potrebbe sembrare una figura cattiva e arrogante, in realtà quello di Euripide non è un problema religioso, la Dea è il simbolo della phùsis, la legge di natura, metafora della sua forza irresistibile e garanzia della continuità della vita che non è dato all’uomo ignorare.
In questo senso la phùsis entra in rapporto organico col nòmos, la legge, l’ordine sociale, fatto di quei legami fra uomini che Ippolito rifiuta.
E’ il nucleo concettuale intorno al quale ruotano gli eventi.
Le due divinità, non antagoniste ma in simbiosi, sono strumento per parlare, in prospettiva umana, di problemi che riguardano l’uomo, la sua natura e il suo rapporto con la società.
Esse sono espressione di un’istanza di religiosità più profonda di quanto fosse la religione olimpica proclamata da Omero ed Esiodo.
Sono segno di una religiosità che sta dentro l’uomo e coinvolge la sua identità più intima, individuale, segnata, come ogni scelta dell’uomo, da profonda e coerente consapevolezza etica.
Seconda scena
Arriva Ippolito con il coro dei compagni di caccia. Segue la sua preghiera ad Artemide che si conclude con l’auspicio a vivere tutta la sua vita nel modo in cui la sta vivendo, casto e puro fra boschi, banchetti e caccia.
La sua è l’identità lineare dell’uomo rigido, incompleto, resistente a trasformazioni. Il suo ideale è una vita lontana da impegni pubblici e politici, nella ristretta cerchia degli amici.
Autocompiaciuto di sé, lo sarà fino alla morte.
Il dialogo col vecchio servitore serve a capire quanto lontano sia dalla giusta misura dell’uomo ben realizzato.
Il vecchio cerca di convincerlo a non essere così austero con Afrodite, invitandolo ad una migliore attitudine a comunicare piacevolmente col mondo.
Ippolito ribadisce le sue scelte e con giovanile arroganza dice al servo: Alla tua Cipride mando tanti saluti.
PARODO
Ingresso del Coro di donne di Trezene e del loro canto lirico. Le donne sono preoccupate per la regina che, chiusa in casa, soffre e digiuna, ma non se ne conosce il motivo. Avanzano ipotesi, tutte molto lontane dal vero.
PRIMO EPISODIO
E’ il momento culminante del dramma, sono presenti il Coro di donne, Fedra e la nutrice.
Prima scena
Compare Fedra accompagnata dalla nutrice. Le due donne si riveleranno antitetiche, l’amore sarà il loro terreno di confronto.
Fedra è affranta e consunta dalla passione, la nutrice e il coro insistono perché riveli la causa del suo male.
Seconda scena
La rivelazione è lenta, protratta e dolorosa. Si tratta di amore che però non dà gioia ma solo dolore perché è amore per “il figlio dell’Amazzone” (Ippolito è figlio di Teseo e dell’Amazzone Ippolita).
Il nome Ippolito lo pronuncerà la nutrice.
NUTRICE
Figura importante per capire il retroterra concettuale dell’opera.
Dopo il primo smarrimento di fronte alla rivelazione di Fedra, la vecchia ritrova un equilibrio fondato su relativismo etico e utilitarismo. Il suo secondo discorso mira a convincere Fedra a cedere ad un amore voluto da una Dea. Che senso ha resistere?
La donna esprime la mentalità diffusa in quella parte dell’aristocrazia che aveva piegato al proprio interesse privato gli ideali democratici della polis. E’ l’atto di accusa di Euripide contro il crollo della democrazia dei valori.
Spingere Fedra a tirarsi fuori nel modo più vantaggioso da quella situazione dicendole che scegliere di morire è assurdo, la vita è bella e va vissuta senza essere attaccati a principi inflessibili, muove nella direzione opposta alla ferrea determinazione della padrona che, vittima di una colpa non voluta, ha scelto di soffrire e tacere.
FEDRA
Intelletto, ragione e volontà connotano questa donna determinata a controllare e reprimere il sentimento travolgente.
Fedra di Euripide è molto diversa dal modello che gli autori successivi descriveranno, donna lasciva soggiogata dal sentimento amoroso.
La sua scelta del silenzio significa autocontrollo e rispetto dei valori.
Fedra viene da un mondo, Creta, fortemente segnato dall’amore come sentimento devastante.
La madre Pasifae s’innamorò, per volontà di Poseidon, del toro bianco uscito dal mare da cui partorì il Minotauro; la sorella Arianna fu abbandonata da Teseo sull’isola di Nasso dopo aver aiutato l’eroe a sconfiggere il Minotauro che imponeva tributi umani ad Atene.
Amore come fonte di infelicità e rovina trova ora in Fedra l’ultima vittima.
Fedra è consapevole di non avere colpe, di non essere responsabile di un sentimento che la travolge e a cui si oppone con volontà giusta e onesta. Proprio questa profonda consapevolezza etica la spingerà a preferire la morte.
Terza scena
Iniziativa della nutrice. Nonostante Fedra si sia opposta con le deboli forze che le restano, la vecchia, credendo di fare il bene della padrona, è decisa a rivelare tutto a Ippolito.
PRIMO STASIMO
E’ il canto pieno di presagi del coro che invoca Eros di non apparire mai con rovina e senza misura.
SECONDO EPISODIO
E’ il momento più drammatico.
Fedra e il coro sono davanti alle porte del palazzo da cui provengono urla incomprensibili. Fedra chiede al Coro di tacere per ascoltare le parole, e quando le capisce si rende conto della sua rovina. Tradita dalla nutrice che Ippolito chiama “mezzana di sventura”, ascolterà il violento sfogo verbale dell’uomo che prorompe in una invettiva contro il genere femminile che merita una lettura diretta:
IPPOLITO
Zeus ma perché hai mandato agli uomini, perché hai trapiantato sotto la luce del sole, questa subdola peste, le donne? Se volevi moltiplicare la stirpe dei mortali, non era necessario ricorrere alle donne.
Bastava che nei tuoi templi gli uomini, con un contributo di bronzo o di ferro o di oro, potessero comprarsi la progenie, ciascuno in base all’offerta, per viversene così in dimore libere, prive di donne.
Ora, invece, per portarci questa peste in casa diamo fondo al patrimonio domestico. Ma un fatto dimostra che la donna è una vera calamità: il padre che l’ha generata e allevata, con l’aggiunta di una dote, la sistema altrove, per liberarsi da un guaio. E chi si è preso con sé questa dannosa creatura, è felice di ricoprire di splendide vesti un idolo maligno, e lo adorna di pepli, poveraccio, consumando i beni familiari. Non c’è via di uscita: chi si imparenta con gente altolocata, deve tenersi e gustarsi un letto amaro; e chi prende in moglie una brava persona, acquisisce dei parenti perniciosi e ha il buono, proprio perché stupida.
Io odio le donne sapute: mi auguro che in casa mia non entri mai nessuna con più ingegno di quanto convenga al sesso femminile. Perché la malizia Cipride la instilla di più nelle sapientone: le sempliciotte sono sottratte alla pazzia dal loro scarso comprendonio.
Bisognerebbe poi evitare il contatto tra ancelle e padrone; intorno alle padrone dovrebbero stare solo bestie feroci, prive di favella: così non avrebbero nessuno con cui discorrere e neanche potrebbero sentire i discorsi di altri. Ora, invece, malvage come sono, tramano nefandezze nelle stanze e le ancelle le portano fuori.
Anche tu, maledetta, sei venuta qui per combinarmi un connubio nel talamo inviolabile di mio padre!
Dovrò purificarmene con acque di sorgente, detergermi le orecchie. E sarei disonesto io, che mi considero contaminato solo a sentirle, certe cose?
Sappilo bene, è la mia religiosa pietà a salvarti: se tu non mi avessi intrappolato, di sorpresa, con i giuramenti sugli déi, nulla mi avrebbe impedito di informare mio padre.
Ora lascerò il palazzo, finché Teseo è assente, e terrò la bocca chiusa. Ma ritornando qui con mio padre voglio vedere come lo guarderete in faccia, tu e la tua padrona: conoscerò a fondo quella tua sfrontatezza, di cui ho già avuto un assaggio. Che la morte vi porti via!
Non mi stancherò mai di odiare le donne, anche a costo di sentirmi dire che lo ripeto sempre: ma loro sono perverse sempre.
E allora, o qualcuno insegna la virtù alle donne, o mi sia consentito di imprecare sempre contro questa genìa.
Fedra ha udito tutto e, sentendosi svergognata e insieme offesa dallo sdegnoso rifiuto del figliastro, prende una tragica decisione: il suicidio. L’episodio si conclude con lo scontro tra Fedra e la nutrice che è contrita per il male fatto.
Ma ormai Fedra è oltre, chiede al Coro di mantenere il silenzio su tutto quanto ha udito e si avvia alla morte.
Prima, però, scrive una lettera nella quale, per vendetta, accusa Ippolito di aver attentato al suo onore. Un gesto molto umano benchè riprovevole, la donna vuol punire il figliastro non per averla rifiutata ma perché non può essere superbo del suo male.
“Partecipe con me di questa malattia, imparerà ad essere virtuoso”
SECONDO STASIMO
Il coro reagisce al dolore dell’episodio con un canto che esprime un desiderio di fuga in regioni felici, sulle rive dell’Adriatico o nel giardino delle Esperidi. Bello il ricordo della nave cretese dalle bianche vele che solcò il mare portando Fedra ad Atene per sposare Teseo.Qui il canto si spezza nell’immagine del bianco collo avvolto in una fune della donna che ha preferito così mettere fine ad un amore doloroso per la coscienza.
TERZO EPISODIO
Teseo ritorna in quel momento dall’Ade e apprende della morte di Fedra
La sua disperazione aumenta alla lettura della lettera con cui la moglie accusa Ippolito di averla insidiata..
Teseo scaccia il figlio e invoca su di lui la vendetta del padre Poseidon.
Lo scontro tra padre e figlio è terribile e occupa tutto l’episodio.
TESEO
Teseo è l’eroe civilizzatore che, dopo aver compiuto un viaggio iniziatico, torna ad Atene, diviene re della città e ne riunisce le tribù, gettando le basi per il futuro successo della celebre polis democratica. Più grande di Ulisse, di Achille, di Edipo e di Eracle, Teseo è il prototipo sia del giovane audace sia del sovrano assennato. Rappresenta l’areté, il coraggio virile dell’eroe bello e buono, del kaloskagathos. E a cantarlo in tali panni saranno proprio gli ateniesi.
Ma qui è soprattutto figura istituzionale e politica e come tale si comporta. Le sue reazioni di fronte alla morte della moglie e alla presunta colpa di Ippolito sono sempre all’insegna di una scenografica verbosità propria di chi parla in pubblico.
Emana una condanna senza appello per il figlio, priva di riflessione sul contenuto del messaggio di Fedra. Fermo nella convinzione della sua infallibilità di re, non lascia il tempo per valutare le ragioni e le prove dell’altro. Ippolito, incapace di difendersi di fronte all’ira del padre, travolto dall’accusa, prima si dispera. poi, rassegnato, saluta la sua Atene e gli amici che mai più vedranno “uomo più virtuoso”.
TERZO STASIMO
Momento chiave per capire la riflessione etica di Euripide.
E’ in scena un doppio Coro, quello dei cacciatori e quello delle donne, che dialogano come accadeva alle origini della tragedia nel periodo arcaico.
I cori si rivolgono al pubblico: quello dei cacciatori parla dello smarrimento di fronte a eventi mutevoli e incerti e la nutrice, che guida l’altro Coro, afferma la logica della phùsis, tesa all’autoaffermazione e alla soddisfazione degli istinti.
Nel dialogo c’è l’anticipazione della catarsi, là dove si chiede per l’uomo un animo forte e sereno capace di accettare la pena del vivere in modo composto, con la coerenza dimostrata dall’esempio perfetto di Pericle e dalle vicende della sua vita.
Con questo stasimo la tragedia esce dal teatro ed entra nella storia e nella vita di Atene che con Pericle sta perdendo sé stessa.
E’ un epitafio per Pericle, l’uomo nuovo, con la morte del quale sembra morire l’idea stessa di democrazia come spazio della collettività fondato su valori come uguaglianza, libertà e giustizia.
QUARTO EPISODIO
Entra in scena l’ànghelos, il messaggero, un compagno di Ippolito che racconta la drammatica fine del giovane.
Partito da Trezene diretto ad Epidauro, lungo la costa dal mare si è alzata un’onda spaventosa da cui è uscito un bianco toro. I cavalli di Ippolito, imbizzarriti, l’hanno sbalzato dal cocchio e trascinato avvolto nelle briglie fino a quando ha sbattuto sulle rocce. La massa d’acqua allora è sparita come il toro. Il prodigio è opera di Poseidon a cui Teseo aveva chiesto giusta punizione per il figlio.
Teseo ordina di portare da lui Ippolito perché possa guardarlo negli occhi e smascherarlo.In lui persiste l’odio al punto di non nominarlo né figlio né col suo nome
QUARTO STASIMO
E’un canto di lode a Cipride/Afrodite, che piega l’animo di uomini e Dei con la forza inarrestabile di Eros. La bellezza delle immagini che esaltano Afrodite e la forza di Eros non sono quelle della nutrice che spingeva Fedra a cedere alla passione.
Nella visione euripidea Afrodite è il richiamo alle forze della natura con cui l’uomo si deve rapportare come con la forza del nòmos, l’ordine sociale buono e giusto.
Afrodite e Artemide esprimono un concetto diverso dal loro significato tradizionale. Sono entrambe phùsis e nomos , garanzia di continuità della specie all’interno di un sistema di leggi e misura di fedeltà alle virtù cardinali.
Fedra e Ippolito, con la loro morte, riaffermano la condanna verso la democrazia degenerata dell’aristocrazia arrogante che ha tradito le virtù della tradizione.
ESODO
Condotto agonizzante davanti a Teseo, Ippolito viene discolpato da Artemide ex machina e mentre Teseo, nel pianto, maledice sé stesso, Ippolito nobilmente lo perdona e muore felice di contemplare la sua dea adorata.
Teseo sarà discolpato perché ingannato da Afrodite e dalla morte di Fedra, ha peccato solo di arroganza non ascoltando ed emanando una condanna avventata.
Coro in chiusura
Comune a tutti i cittadini questa angoscia è arrivata contro ogni aspettativa.
Irrefrenabile sarà lo scorrere di molte lacrime.
La memoria dolorosa e il ricordo dei grandi
Più a fondo colpiscono.
