La scomparsa di Josef Mengele di Kirill Serebrennikov

Il regista russo Kirill Serebrennikov torna a Cannes con un film che, con una trama di fredda ricostruzione biografica, scorre la vita del dott. Mengele, l’”Angelo della morte” di Auschwitz, sfuggito alla giustizia per trenta anni fra Brasile, Argentina e Paraguay e morto in una semisconosciuta località di quei Paesi dove è sepolto.
In apertura le sue ossa sono oggetto di analisi nel laboratorio di bioanalisi di un’Università, il cranio passa di mano in mano fra gli studenti, il DNA garantisce che è proprio lui e anche l’arcata dentale con i denti un po’ distanti fra loro è sua, e si riesce anche a scherzare un po’.
Comincia da qui il racconto di una lunga fuga durante la quale il fisico gagliardo e sempre inappuntabile da giovane dello scienziato vive sospeso tra realtà e memoria. La prospettiva del racconto è la sua, scelta di regia particolarmente vincente.
Gli anni passano mentre lui cambia spesso identità e posto, sempre aiutato da nostalgici neonazisti e ricchi notabili e imprenditori che finanziano la sua vita errante. Nel tempo, però, la sua stella registra un progressivo calo di luminosità; sarà la vecchiaia che lo rende sempre più arrogante e litigioso anche con chi lo sta aiutando, sarà il naturale appannarsi della memoria collettiva, finirà in posti sempre più squallidi dove finalmente morirà.
A trovarlo negli ultimi tempi sarà il figlio Rolf, ormai adulto e quasi mai frequentato.
Sarà proprio Rolf a fargli più volte la domanda fatidica a cui l’uomo non risponde: “Perché eri andato ad Auschwitz?”.
Ma Josef non risponde non perché in preda a qualcosa che somiglia al rimorso. No, fino all’ultimo ribadirà di essere stato nel giusto, di aver fatto del bene all’umanità ed il repertorio razzista e antigiudaico cui fanno da corollario la superiorità della razza ariana e via discorrendo è spesso proclamato anche da amici e simpatizzanti che lo circondano festosamente.
Una bandierina con svastica posta in cima alla bianca torta di nozze (sì, le nozze dell’ex capitano delle SS con la bionda Martha) suggellano il clima di tranquilla e accessoriata residenza in quei Paesi destinati anche loro, nel giro di qualche generazione, a vedere a quali abiezioni può scendere l’animo umano.
Mentre mette a fuoco il passare degli anni con lunghe sequenze narrative, il film apre spesso al ricordo, scavando nella psiche del protagonista (uno straordinario August Diehl capace di estrarre dall’orrore del suo personaggio sfumature di rara persuasività).
Nel ricordare quegli anni, i più belli della sua vita, Mengele si lascia andare alla nostalgia e il colore, assente peraltro dal resto del film, torna luminoso e trionfante. Non sono immagini di repertorio che sarebbero risultate troppo sfocate, ma ricostruzioni storicamente molto ben accertate, a testimonianza visiva di un mondo che facciamo fatica ad immaginare.
Esperimenti vari in quei laboratori balzano ai nostri occhi con tutta l’ evidenza che in quei giorni era regola, quotidianità, lavoro certosino di équipe di medici guidati dall’emerito scienziato.
Grande merito quello di Serebrennikov averci fatto guardare con l’occhio del protagonista, solo così possiamo darci una chiave per capire come sia stato possibile.
Mengele esce da quei 131’ a guisa di un reperto archeologico, un mostro umano riportato all’aria e alla luce che si degrada un po’ alla volta, si piega su sé stesso e infine sparisce.
Dopotutto la sua è stata un’agonia spettrale, un destino ben peggiore di quello di Eichmann.
Anonimo dopo essere stato acclamato e riempito di soldi dai sudamericani simpatizzanti di Hitler, silenzio e vita degradata presso famiglie di profughi ungheresi (gli zingari tanto odiati), impotentia coeundi da anziano con la servetta, la vecchiaia, il peggiore dei mali.
Meglio impiccati, no? De gustibus!
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La scomparsa di Josef Mengele
Francia, Messico 2025 durata 135′
Titolo originale Das Verschwinden des Josef Mengele
Regia di Kirill Serebrennikov
Con August Diehl, Burghart Klaußner, Dana Herfurth, Maximilian Meyer-Bretschneider