LUCKY di John Carroll Lynch

E quando tutto finisce, quando tutto muore, cosa resta?

Sorridere…

A meno che non creda in Dio o chi per lui, uno si aspetta “niente”  in risposta a questa domanda, e invece Lucky dice “sorridere”, ed è il suo sorriso di vecchio mai fermo, mai stanco, sempre con la cicca in bocca e le gambette storte stecchite in marcia per il paese con stivali e cappello da cow boy, sempre pronto a far baruffa e a dire ogni mattino  “coglioni ! ” al giardino dei ricconi del posto, con statue che pisciano acqua e piante tropicali che fanno cucù ai cactus del deserto fuori casa sua.

Basterebbero queste parole, sarebbe la più bella ballata mai cantata alla vita che sempre stupisce, entusiama e consola.

Un film di musiche e di silenzi, ballate ispano-americane, soprattutto, quelle che sono state il sound della vita di Harry Dan Stanton e che gli amici hanno raccolto per quest’ultima ballata in suo ricordo.

Simbiosi perfetta fra attore e personaggio, Lucky e Harry Dean Stanton coincidono al punto che il film sembra ritagliato dalla sua vita, ma non lo è, è fiction, eppure Carroll Lynch è riuscito a creare l’illusione perfetta.

 

Harry Dan Stanton è morto a settembre dell’ anno in cui ha girato il film, 2017, non l’ha visto perché, malato, non sopportava di non vederlo in sala (con buona pace di Netflix & Co.) Aveva 91 anni ed era proprio così, come Lucky, il suo personaggio, parola di regista che l’ha seguito per mesi da vicino.

Ma se non siamo John Carroll Lynch con la sua mdp a riprenderlo, basterebbe rivederlo con la memoria che il cinema stampa per sempre nel ricordo, e spunta Travis di Paris, Texas, 35 anni fa, qualche chiletto e capello in più sotto il cappello, ma la solitudine è la stessa.

Con una differenza.

Travis era un uomo triste, “ un triste blues nella notte dell’Ovest”, Lucky è un vecchio ragazzo che ha paura di morire, è il suo “segreto” che confida alla giovane amica, perchè la vita per lui è “entusiasmante”,  come diceva il grande vecchio di Sogni di Kurosawa e “stare da soli non è essere soli” dice Lucky.

Perché entusiasmo ci vuole per innaffiare un cactus (e poco importa se i cactus non vanno innaffiati!) a lui piace così, per continuare a fumare dovunque e sempre, tanto il medico gli ha detto che alla sua età gli farebbe perfino male smettere, per fare yoga ogni mattina con un completino casual da notte che si è fatto troppo grande, per andare alla festa del cicciottello che compie dieci anni e intonare Volver come un navigato folk singer, per fare i cruciverba ogni santa mattina al bar, ma se vede un vecchio marine al banco tuffarsi nei ricordi di guerra, orgoglioso di essere stato nella marina sempre in competizione coi marines.

 

Nel cuore arido e profondo degli States, dove poche case, un pub e una pompa di benzina sono l’ultimo avamposto della modernità, dove il postino non suona neanche una volta, Lucky è the first man, l’uomo sul margine, il vecchio cow boy di un Far West che ormai solo al cinema. 

Fra gli amici al bar c’è David Lynch che fa Howard, l’amico disperato perchè l’amata tartaruga Roosevelt l’ha lasciato per andarsene a vivere nel deserto con i suoi simili.

Il lungo monologo di Lynch sulla tartaruga, essere fragile ed eterno,  e la partecipazione di Lucky che ascolta commosso, rendono l’atmosfera sempre più rarefatta, sempre più estrema,  esaltando il valore dello sguardo e il potere dell’inquadratura in un modellaggio psicologico dentro la cornice dello schermo, in uno spazio dove  la natura è il cuore pulsante della vita, flusso, movimento e l’uomo ristabilisce con lei un patto solidale.

L’animaletto, che può vivere anche duecento anni, continuerà a muoversi lento nella sabbia, fra i cactus. Lucky lo guarda e fa un sorriso. E’ come dire “continua tu per me”.

 

Presentato a Locarno Lucky aveva tutte le carte per candidarsi agli Oscar per il premio al miglior attore e alla miglior regia. Harry Dean Stanton, invisibile, si sarebbe accesa sorridendo l’ennesima sigaretta durante la cerimonia e nessuno gli avrebbe detto “qui non si fuma”.

Ma nessun problema, niente Oscar.

 

Lucky

USA 2017  durata 88’

regia di John Carroll Lynch 

con Harry Dean Stanton, Tom Skerritt, David Lynch

 

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