Se permettete parliamo di Russia
D’accordo, non se ne può più, prima che arrivino le bombe vere siamo già abbastanza bombardati dalla grancassa massmediatica, ma non è di Putin e addentellati vari che vogliamo parlare.
Torniamo indietro di molti decenni, alla Sovietica Unione (sic) di quella costellazione di Stati che, volenti o nolenti, formarono il grande e tragico Impero post zarista.
E torniamo al piccolo padre Stalin, di cui mai finiremo di conoscere fatti e misfatti.
Perché dico quella che può sembrare un’ovvietà? Perché nulla è ovvio, nulla è stato troppo detto, nulla si conosce abbastanza.
L’occasione è data dalla recente messa in onda in tv di un film del ’99, regia di Régis Wargnier, interpreti Sandrine Bonnaire, Oleg Menchikov, Catherine Deneuve, titolo “Est-Ovest – Amore e libertà”.
Film discreto che non lascerebbe tracce significative nella memoria se non fosse per una di quelle coincidenze che definire strane è d’obbligo.
I fatti: spunta qualche giorno fa da chissà quale recesso della libreria in fase di riordino un libriccino mai visto, nessuno sa da dove venga, chi l’ha portato, comprato, regalato, niente.
Pubblicato nel 2007, copertina in bianco e nero, abbastanza anonima se non fosse per la foto e lo sguardo di una bambina bella e corrucciata in braccio al padre di schiena. Una scena russa, colbacchi e gelo di neve nebbiosa.
Titolo: Una bambina contro Stalin, autore Gabriele Nissim, oscar Mondadori.
Sottotitolo: L’italiana che lottò per la verità su suo padre.
Una lettura da vertigini, una prosa scarna, senza particolari pregi letterari perché non è quello che l’autore si propone.E’ la storia vera di una bambina, poi donna, e di suo padre, fucilato nel 1938 dopo esser stato fatto sparire da un momento all’altro dalla Lubjanka. Un comunista di provata fede, Gino De Marchi, di Fossano in Piemonte.
il palazzo della Lubjanka al centro di Mosca
La figlia, all’epoca tredicenne, ha combattuto tutta la vita per scoprire la verità ed è riuscita.
Ma la cosa sconvolgente è che questa donna, Luciana De Marchi, sconosciuta, vittima di soprusi e ingiustizie che si fa fatica a raccontare, è morta a novantotto anni il 15 marzo scorso in Piemonte, luogo di origine della famiglia.
Trovare a distanza di due settimane quel libro, vedere quel film ambientato nella stessa circostanza storica qualche giorno dopo, forse è un caso, ognuno la pensi come vuole, ma se permettete ora parliamo di Unione Sovietica. E non solo, anche l’Italia, e non quella del Fascio, ha avuto la sua parte in questa storia.
Quando Gino, idealista, poeta, proletario, andò a Mosca non sapeva dove andava a cacciarsi.
Come i protagonisti del film che, “invitati” a tornare in patria dopo la Rivoluzione di Ottobre che aveva visto milioni di fuorusciti e felici di farlo, caddero nella trappola e non ne uscirono più, o, se riuscirono a scappare, fu ad un prezzo molto alto, così Gino, 18 anni , ragazzo convinto che il socialismo avrebbe reso il mondo migliore, fu una vittima stritolata da un sistema di incomprensibile e tutto sommato ancora abbastanza sconosciuta violenza.
Era il 1922, Gino fu protagonista, nella sua militanza estrema di giovane ardente ed entusiasta, di un fatto, un errore, abilmente manipolato dalle forze dell’ordine. Divenne così, senza rendersene conto, una pecora nera del Partito. Fu spedito in Unione Sovietica da ordini di scuderia e da lì non tornò più.
Nonostante le mille difficoltà in cui dovette dibattersi all’inizio, l’emarginazione e la povertà, anche la prigione da cui lo salvò l’intervento del compagno Gramsci allora da quelle parti, negli anni era riuscito ad affermarsi come regista di documentari che esaltavano il grande progetto socialista. Viaggiava per conto di uno Studio cinematografico per documentare il lavoro dei contadini, credeva veramente nelle magnifiche sorti e progressive affidate a quell’ideologia, aveva sposato Vera, bellissima moscovita, era nata Luciana.
Sembrava che i suoi sogni si stessero avverando quando cadde anche su di lui la mannaia del regime e raggiunse i compagni sui sentieri dei lager staliniani della Kolyma.
Nessuno lo aiutò, la girandola delle negazioni e degli omissis messi in campo dai compagni di partito, dagli amici di cui si fidava quando la figlia lo cercò disperatamente, è quello che più ripugna.
il fiume Kolyma
la vita nei lager
Accusato ingiustamente di essere una ‘spia dell’Italia fascista’, nel 1937, durante i processi staliniani, fu di nuovo arrestato con la stessa imputazione. Venne condannato, senza processo, alla pena capitale e fucilato.
L’odissea a cui Luciana dedica la vita, sola, abbandonata da tutti, compresa la madre (era il fiore all’occhiello del regime disfare le famiglie, introdurvi l’odio e la delazione) fino all’arrivo in Italia dove è convinta di trovare giustizia dopo aver saputo la verità, è raccontata in un libro che è un percorso nell’orrore visto da vicino, nelle piccole storie quotidiane di povera gente, nella sequenza di giorni e anni che sembrano non aver mai fine.
Quello del ritorno è il tema più angosciante, da leggere pagina per pagina perché è impossibile farne una sintesi, ma tutto quello che il libro racconta, ancor meglio del film di cui sopra, apre scenari di quotidiana disperazione, di impotenza totale dell’uomo di fronte alle tempeste della Storia.
L’ostracismo in patria fu grande, il Partito, i vecchi compagni, si tirarono indietro, verità troppo scomode, raccontando certe cose si rischiava di iniettare sfiducia nelle masse sul sol dell’avvenire, di “indebolire la determinazione della classe operaia nelle lotte per i socialismo” (e questo l’ha detto Sartre).
Eppure Luciana non si è mai data per vinta, ha riabilitato la memoria del padre nella piccola cerchia di chi ha a cuore verità e giustizia, nel 2007 è stata ricevuta dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed è morta lasciando “eredità di affetti” anche in chi non l’ha mai conosciuta e mai avrebbe sentito il nome suo e di suo padre se un bel giorno non avesse deciso di riorganizzare la libreria.
Il capitolo finale è intitolato “La memoria delle donne”.
Vale la pena leggerlo, aiuta a capire cosa significa non essere nessuno, non avere aiuti di nessun tipo, nessuna Ambasciata che faccia da scudo, come nel film.
L’eroina del film è una Sandrine Bonnaire brava, sufficientemente straziata, ma nulla che possa essere paragonato alla lotta di donne come Pia Piccioni e Nella Masutti, sole e vittoriose.
P.S.
Due poesie di Gino conservate dalla figlia aprono e chiudono la parabola di una vita che non sarà sconfitta se saremo sempre capaci di ricordare:
da ragazzo
Sogno la ribellione
Nel sogno mio di luce grande e bello
è scritto “Libertà”
ed io combatto e scrivo
perchè il mio sogno
diventi realtà.
dalla prigione:
M’assale in certe ore della vita
uno sconforto intenso
vorrei tornar nel nulla…
chè sulla terra
v’è sol odio e dolore.
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