Si alza il vento di Miyazaki Hayao
Si alza il vento racconta la vita di Jiro Horikoshi, l’uomo che ha disegnato gli aerei da combattimento usati dal Giappone durante la Seconda guerra mondiale.
L’autore parla così della genesi del film:
«Il progettista dell’aereo da combattimento “Zero” Jiro Horikoshi e il suo predecessore italiano Gianni Caproni condividono una stessa aspirazione, uniti da un’amicizia che va oltre il tempo e lo spazio. I due devono affrontare numerosi insuccessi, mentre si dedicano interamente alla realizzazione dei loro sogni di gioventù.
Nel periodo Taisho della storia giapponese (1912-1926), un ragazzo di campagna decide di diventare ingegnere aeronautico. Sogna di costruire un aereo in grado di volteggiare come un vento meraviglioso.
Cresciuto, va a studiare a Tokyo e diventa un ingegnere di primo livello dell’enorme industria bellica giapponese. Il suo talento fiorisce, arrivando a creare un aereo meraviglioso che lascerà un segno nella
storia dell’aviazione: il Mitsubishi A6M1, più conosciuto come aereo da combattimento ‘Zero’. Per tre anni, a partire dal 1940, ‘Zero’ è stato il miglior aereo caccia del mondo. Gli anni durante i quali il nostro protagonista passa dall’infanzia alla giovinezza sono contrassegnati da una sensazione di stasi: il terremoto di Kanto del 1923, la Grande Depressione, la disoccupazione, povertà e tubercolosi, rivoluzioni e fascismo, soppressione della libertà di parola, una guerra dopo l’altra. Intanto, nello stesso periodo, la cultura popolare fiorisce; si affermano modernismo e nichilismo, come pure l’edonismo. I poeti, lungo il loro cammino, restano vittime delle malattie e della morte.
Il nostro protagonista Jiro è impegnato a progettare aeroplani mentre l’Impero giapponese si avvia verso la sua distruzione e la sua fine definitiva.
È la storia di un individuo dedito al suo lavoro, che ha perseguito tenacemente il suo sogno. I sogni contengono un elemento di pazzia, e questo aspetto “velenoso” non può essere nascosto. Desiderare ardentemente qualcosa di troppo bello può distruggere. Accostarsi alla bellezza può richiedere un prezzo da pagare. Jiro sarà distrutto e sconfitto, la sua carriera di progettista interrotta, ma resta un uomo di grande originalità con un talento non comune.“

Da Paul Valéry (“le vent se lève! … il faut tenter de vivre!”) a Tatsuo Hori, autore nel ’36 di Kaze Tachinu (Si alza il vento), passando da Ryokan Taigu (Grande vento nell’alto dei cieli), Christina Georgina Rossetti ( Who has seen the wind? ) e La Montagna Magica di Thomas Mann, titolo che ricorre nei dialoghi, Si alza il vento (Kaze Tachinu ) di Miyazaki Hayao sembra contraddire, con tante citazioni e così importanti, la cifra distintiva che lo ha sempre immunizzato da derive intellettualistiche e approdi letterari.
Il rischio si rivela però solo apparente, Miyazaki Hayao resta l’artigiano di sempre, l’animatore appassionato i cui interessi letterari, peraltro cospicui, non fanno mai velo alla sua immediatezza creativa.
Di tante suggestioni estetiche, fra cui non manca la musica di Schubert, che arriva con le voci del Die Winterreise (Viaggio d’ inverno) da una finestra aperta, mentre il protagonista è in cammino per le terre gelide di Germania, Kaze Tachinu si serve come sostanza creativa, nessun compiacimento intellettualistico a rompere la magia visiva, quel fluido scorrere di immagini animate da un pensiero che parla del sogno di un bambino che ama il volo degli aerei e di un uomo che spende la sua vita per quel sogno.
Il Wanderer schubertiano, romantico viaggiatore alla ricerca di un senso alla sua vita, s’incarna in Horikoshi Jirou e nel suo appuntamento con il destino, e poiché l’opera è sempre il riflesso dell’ autore, il suo testamento spirituale, nel suo film Miyazaki Hayao ha dato forma al suo sogno di sempre, volare.
Non si prenda però questo per semplice autobiografismo. Se l’opera è l’uomo, è pur vero che è destinata a trascenderlo quando diventa arte.
Il film ha la sua genesi in un manga inserito nel genere dei Musou Note (“Appunti Trasognati”) che l’autore pubblica saltuariamente sulla rivista di modellismo giapponese Model Graphix, ispirato alla vita di due importanti figure giapponesi d’inizio ‘900, l’ingegnere aeronautico Horikoshi Jirou e lo scrittore Tatsuo Hori, storia un po’ biografica un po’ romanzata dell’autore stesso.
“Realizzate in grande formato e interamente a colori, con tavole acquerellate dallo stesso Miyazaki Hayao, queste storie a fumetti sono fantasiosamente incentrate su questo o quel celebre tipo di mezzo bellico d’annata, aeroplani soprattutto, come ci si potrebbe aspettare da Miyazaki Hayao, che ne è un grande appassionato, e come si confà a un pubblico di modellisti. Sono chiaramente dei diversivi artistici che Miyazaki crea per suo proprio diletto e interesse, sognando e svagandosi sugli oggetti della sua stessa mania, e anche Kaze Tachinu era da principio uno di questi particolarissimi manga.”(cit. da un’intervista a Gualtiero Cannarsi del 23-02-2014 su www.AnimeClick.it)
Figlio di un imprenditore aeronavale, e come Jirou con problemi di vista (gli spessi occhialoni sempre in primo piano del protagonista non lasciano dubbi su quanto pesino per tutta la vita le storie e le tristezze dell’infanzia) Miyazaki avrebbe sempre voluto pilotare aerei ed ha imparato piuttosto a far volare le sue creazioni. Come il suo eroe, genio dell’aeronautica giapponese, che voleva volare e non potè mai farlo.
Storia e fantasia si fondono in un film che rappresenta la summa dei temi cari al regista: crescita individuale e coraggio nell’affrontare le sfide, amore per la tecnologia applicata e insieme timore per i rischi che la natura corre (va notato il particolare delle mucche usate per trasportare pezzi dell’aereo da assemblare) senso dell’avventura come volàno di una vita dominata da curiosità e sete di conoscenza e, infine, l’amore, declinato nelle forme più profonde e insieme schive (più che mai presente, in questo, la lezione di Ozu Yasuijrou).
Sostanza della sua poetica, questi temi sono ora affrontati da un angolo visuale per certi versi inconsueto, avvertiamo lo sguardo dell’ uomo che, vicino al margine estremo della vita, guarda indietro e fa bilanci.
Creato durante uno dei momenti peggiori del Giappone, il terremoto e maremoto del Tohoku nel 2011, il film focalizza il tempo del suo protagonista, un’età segnata a lungo dal Grande Terremoto del Kanto del 1923 che devastò Tokyo e dal clima prebellico che vide crescere ed esplodere a dismisura nazionalismo e militarismo, mentre magnifiche opere di pace, come gli aerei progettati da Jirou, diventavano micidiali strumenti di morte .
L’epopea individuale si sposta allora sulla prospettiva storica, l’immaginario non è più esclusivo dominio della fantasia, c’è una lunga storia da raccontare ed è quella di un paese “annientato” (così fa dire Miyazaki a Giovanni Battista Caproni, conte di Taliedo, personaggio dell’Italia mussoliniana che il Duce insignì del titolo di conte per i meriti bellici della sua industria aeronautica).
Non è più possibile, allora, affidarsi solo alla metafora, alla favola, bisogna che si risponda alle domande più difficili, e, fra tutte, a quella più ardua:
” Tu, tra un mondo con le piramidi e un mondo senza piramidi, quale preferisci?”
La pone a Jirou Caproni, che vive nell’immaginazione del protagonista ed è protagonista di quel sogno che del film è parte costitutiva, scorrendo parallelo alla dimensione del reale. Il sogno di Jirou si è realizzato ed ha creato bellissimi aerei. Questi aerei sono diventati strumenti di morte ed hanno contribuito all’annientamento del suo paese, Horikoshi lo sa bene e questa consapevolezza appartiene al suo personaggio.
L’intento enunciato da Miyazaki di “rappresentare un uomo a tutto tondo” è pienamente assolto ed in questo va rintracciato il senso centrale dell’opera, che non rinuncia a fare i conti con quel groviglio di contraddizioni che è l’uomo.
Del resto, i caccia A6M, fiore all’occhiello degli arsenali militari della Mistubishi, sono sempre stati oggetto di fascinazione per lo stesso Miyazaki, nonostante il pacifismo militante suo e di tutto lo Studio Ghibli e l’impegno sempre critico verso qualsiasi recrudescenza nazionalistica nel proprio paese.
Si può giocare, come i bambini, l’innocenza è un dono e quei magnifici aerei nel mondo di Jirou bambino erano favole, in quello di Jirou adulto l’opera della sua intelligenza. Quello che poi la Storia fa degli uomini è cosa che sfugge ad ogni previsione, o forse a volte manchiamo di lungimiranza.
“Bisogna vivere” è lo slogan ufficiale del film, ma ormai siamo agli antipodi da Ponyo e dal suo “Che bello essere nati!”.
Parlare delle tragedie di un’epoca e di un uomo che vive in quell’epoca, dire delle sue opere che sono contemporaneamente grandi successi e terribili fallimenti, non può però essere indolore, neppure per Miyazaki.
Lungi dall’avanzare proposte di lettura politicizzata del suo cinema, forti della consapevolezza che quel “vagheggiamento fantastico” che è leggerezza di immagini e di senso, “fanciullesca rappresentazione di una realtà idealizzata popolata da personaggi idealizzati”, in Miyazaki Hayao è fondamento costitutivo, avvertiamo però una frattura stilistica rispetto al passato.
Il sogno infantile non ha la magica forza di un tempo, così come la storia d’amore fra il protagonista e Nahoko, malata di tubercolosi polmonare, si rivela desolatamente tragica.
Componente fantastica innestata sul ricordo del personaggio storico, l’amore di Jirou e Nahoko interviene nella costruzione del film in simbiotica convivenza con la crescita professionale dell’ingegnere aeronautico.
Dal sogno giovanile (l’amore è nato fra i due, ancora studenti, quando una folata di vento ha fatto volare il cappello di Jirou e Nahoko l’ha catturato) al vento della Storia che spazza via le idealità lasciando a terra macerie.
Miyazaki Hayao ha parlato esplicitamente del “vento di un’epoca” (jidai no kaze), la sua volontà è stata esplicita nel sottolineare questo intento programmatico.
L’uomo del ventesimo secolo, i suoi sogni e le sue cadute.
E dunque, mentre le note di Hisaishi Joe accompagnano gli ideogrammi di coda, cosa resta oltre le ultime, tristi immagini, i bagliori di fuoco nel cielo, la fuga di Nahoko malata che voleva farsi vedere dal suo uomo solo nel suo splendore?
Forse, ancora e sempre, quell’umanesimo militante che scorre come filo rosso fra i personaggi creati dalla sua matita e che fa dire:
“Come per Horikoshi Jirou, così anche di Gianni Caproni, Miyazaki sembra quasi voler celebrare la gloria nella sconfitta, il trionfo dei loro sogni persino sulla cruda realtà determinata anche dal realizzarsi di quelli. Anzi, mi pare proprio che l’autore voglia come ‘ripulire’ la candida, pura bellezza del sogno originario dalla lordura del suo risultato concreto — quasi l’ergersi titanico dell’uomo sulla sua stessa umana tragedia. Certo mi torna un po’ in mente un certo tipo di filmografia di Ozu Yasujirou, che guarda caso Miyazaki ha citato proprio mentre parlava delle atmosfere del suo Kaze Tachinu, ma altrettanto non posso fare a meno di percepire una certa ingenuità quasi infantile nell’assolvere lo spirito di due figure storiche che non si può negare abbiano avuto certe responsabilità per l’appunto storiche. Forse Miyazaki le considera piuttosto come vittime del loro tempo? Vittime del vento della loro epoca? Vittime della loro stessa, quasi compulsiva passione? Magari il regista ha pensato un po’ di tutte queste cose, nel rapportarsi a certi temi, e benché si possa certo dire che la realtà è fatta sempre di congiunture di circostanze, altrettanto rilevo una spiccata tendenza al far prevalere, pure in questo film che vuole definirsi ‘realistico’, la sfera dell’idealità su quella della realtà.” (Gualtiero Cannarsi, cit.)
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Si alza il vento
Giappone 2013 durata 126’
di Miyazaki Hayao
Genere: Animazione
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