Edipo a Colono

Edipo a Colono, rappresentata postuma nel 405 a. C, è l’ultima opera di Sofocle e può definire Edipo ultimo atto.
La tragedia si inserisce nel ciclo tebano, che tratta del destino dei Labdacidi, discendenti di Labdaco, nonno di Edipo.
Parti del testo
Prologo
Parodo
Primo Episodio
Primo Stasimo
Secondo Episodio
Secondo Stasimo
Terzo Episodio
Terzo Stasimo
Quarto Episodio
Quarto Stasimo
Esodo
Personaggi
Edipo
Antigone
Ismene
Teseo
Creonte
Polinice
Nunzio
Coro di Coloniati
__________________________
SINOSSI
Cieco e vagabondo, Edipo giunge a Colono, presso un santuario dedicato alle Eumenidi vicino ad Atene, sorretto da Antigone e poi anche da Ismene sua sorella. Tutti lo evitavano nel suo lungo peregrinare ma ora tutti lo cercano, poiché la città che avrà la sua tomba sarà invincibile, così dicono gli oracoli. Edipo nell’Esodo allontana tutti e, affiancato dal re ateniese Teseo che l’ha accolto e a cui ha promesso il suo aiuto perenne, si avvierà verso la morte nel boschetto di Colono.
PROLOGO
La tragedia inizia con l’apparizione di Edipo sorretto da Antigone, sua figlia-sorella. In prossimità di Atene chiedono informazioni ad un passante su dove si trovino. Questi chiede loro di allontanarsi, non possono sostare da stranieri in un luogo consacrato alle Eumenidi. Dallo stesso passante apprendono che la località è Colono, il cui re è l’ateniese Teseo.
Edipo si connota già dal prologo come un uomo precocemente invecchiato, debole e avviato alla morte. Ha vissuto una vita raminga di esule, cieco, privo di mezzi, segnato da fame e intemperie.
Antigone, figura eccezionale di giovane donna dotata di pietas indissolubile a cui Sofocle aveva dedicato anni prima una delle più belle tragedie, è stata la sua unica risorsa.
A breve arriverà anche Ismene, sorella di Antigone, e insieme le due donne saranno l’ultimo viatico dell’eroe verso la morte.
La stanchezza per la vita e il desiderio di porle fine sono ormai gli unici connotati di Edipo.
Il motivo conduttore della tragedia è anticipato già nel Prologo nel contrasto fra il suo crudo passato e la quiete estrema verso la quale tende e nella quale troverà la pace.
PARODO
Edipo ed Antigone hanno superato la soglia sacra del bosco delle Eumenidi. Il coro di cittadini di Colono sopraggiunge intimando ai due sconosciuti di andar via, ma Edipo prega di non scacciarli, pur esitando a farsi riconoscere.
“Ospiti, io sono senza patria. Stirpe orrenda” così definisce sé stesso e poi tace.
Dolore e vergogna si fondono, il Coro non capisce e insiste.
In un momento di estrema fragilità Edipo chiede ad Antigone: “Che dirò, che farò figlia mia?”
E infine, rivolto al coro: “Noti vi sono i Labdacidi? Noto vi è un figlio di Laio ? Noto vi è il misero Edipo?”
Il coro inorridisce, la fama di Edipo era nota in ogni angolo della Grecia.
C’è in tutta la tragedia la consapevolezza amara del destino di cui l’eroe è stato vittima ma anche involontario responsabile, e questo momento della Parodo è il più doloroso e commovente perché un uomo così colpito dal male, un giusto innocente, ha dovuto subire una pena tanto grave e una notorietà così infamante.
Nel corso della tragedia alla sua persona sarà tributato il giusto onore, soprattutto per merito di Teseo, re illuminato di Atene, ma per ora Sofocle pone il suo Edipo sul fondo dell’abiezione, lì dove i suoi eroi solitari sono sempre cacciati nonostante abbiano vissuto una vita all’insegna della virtù.
La profonda umanità di Sofocle è in questa coscienza tragica dell’infinita debolezza dell’uomo di fronte a forze incomparabili e incontrollabili, a cui l’uomo si oppone pur presagendo la sua sconfitta, ma trovando in questo il suo eroismo e riscatto.
Il coro apprende l’identità dei due pellegrini e lo sconcerto iniziale è grande:
E tu, presto, abbandona quel sedile,
togli l’ancora da questa mia terra,
prima che qualche conto da pagare
non maturi per questa mia città.
La preghiera di Antigone riuscirà a convincere il coro:
Voi, ospiti dall’animo pietoso,
che a sopportar non riuscite mio padre
per la fama di tutte le sventure
involontarie a lui capitate,
di me infelice abbiate pietà.
Soltanto per il padre io vi prego
con i miei occhi non ciechi, fissando
i vostri, come se fossi qualcuno
del vostro sangue, abbiate pietà
dell’infelice, che possa trovare
compassione adesso in vostre mani.
Concedete questa grazia insperata
proprio in nome di ciò che a voi è più caro:
vostro figlio, oppure vostra moglie,
oppure per la cosa più preziosa
che possedete, od anche di un dio.
Perché non c’è nessuno fra i mortali
che riesca a sfuggire al suo destino
se non c’è un dio disposto a trascinarlo.
PRIMO EPISODIO
E’ una lunga sezione della tragedia perchè entrano in scena altri personaggi e ci sono discorsi chiarificatori che determineranno lo sviluppo successivo degli eventi.
Innanzitutto verranno esposti gli antefatti che hanno segnato la sorte di Edipo.
Superato lo scontro iniziale con i Coloniati e il loro turbamento nell’ aver appreso l’identità dello straniero, sarà Edipo stesso a parlare della sua sciagura perorando la sua innocenza con argomenti inconfutabili. Di fronte all’esitazione del Corifeo rivolto ad Antigone:
CORIFEO
Tientelo a mente, o figlia di Edipo,
che noi non compiangiamo te e tuo padre
egualmente per le vostre sciagure,
ma temendo la collera di dèi
non ci sentiamo di dire qualcosa
in più di quello che abbiamo già detto.
Edipo, finora rimasto in disparte, prende la parola:
EDIPO
Qual valore ha dunque la gloria,
e quale il vantaggio della fama,
se sono falsamente divulgate?
Di Atene si dice che fra le città
appare la più devota agli dèi,
ch’essa soltanto salva lo straniero
che da sventura è perseguitato;
risponde al vero se voi mi scacciate,
impauriti solo del mio nome?
Non è il mio corpo che vi fa paura,
né per le azioni che non ho compiute
ma sofferte soltanto, se ora posso
parlare di mio padre e di mia madre
per i quali tu di me hai orrore.
Io dunque sarei nato scellerato,
ricambiando il male che ho subito?
Non lo sarei neppur se con coscienza
da scellerato io avessi agito.
Senza sapere nulla, a questo punto
son giunto, ma buona conoscenza
aveva chi causò la mia rovina.
Io vi supplico per queste ragioni,
come prima mi avete allontanato
dal bosco, or di darmi protezione
in nome degli dèi, se veramente
di loro avete ancora rispetto.
Ricordatevi che in egual misura
essi guardano il mortale devoto
come l’empio, e nessun sacrilegio
è stato mai da loro trascurato.
Non offuscate la gloria di Atene
con atti indegni, voi avete dato
a un supplice la vostra accoglienza
insieme con speranza di difesa.
E’ un’autodifesa e insieme una supplica. Edipo, pur se vecchio e lacero, emana grande dignità, è un uomo che ha sofferto molto perciò le sue parole contengono verità e giustizia e il vaticinio che le accompagna dà loro ulteriore valore:
Non disprezzarmi per lo sfigurato
mio volto: io puro son venuto
a portare un aiuto ai cittadini.
E quando sarà qui il vostro sovrano,
chiunque sia, se ascoltar vorrete,
altre cose saprete, nell’attesa
vi supplico di non esser malvagi
Arriva a questo punto Ismene, sorella di Antigone, a portare notizie sulla grave situazione di Tebe, lacerata dalla contesa per il trono dei due fratelli Eteocle e Polinice.
ISMENE
Eteocle, il minore, ha sottratto
il trono a Polinice, il maggiore,
dalla sua patria scacciandolo poi.
Polinice però, secondo voce
esule in Argo, nuova parentela
si costruisce e con compagni d’arme
a lui devoti rafforza i rapporti,
perché Argo conquisti la Tebana
terra elevandone al cielo la fama.
Queste non son parole, ma tremende
azioni e non posso immaginare
quando gli dèi sopra te guarderanno
e faranno cessare le tue pene.
Ora che Edipo ha rivelato al coro la sua identità, Ismene gli parla dell’oracolo di Delfi che ha disposto che la sua presenza a Tebe salverà la città da ogni pericolo e perciò c’è interesse che torni, ma rimanendo in luogo appartato non potendo superare le mura della città in quanto uccisore del padre.
Ismene è consapevole del dolore che questa notizia porta al padre, ma Edipo prende atto con molta calma della situazione, rivelando una parte di sé che nel finale dell’Edipo re non poteva essere rappresentata.
Sono parole molto amare, di un uomo colpito da un destino ingiusto ma ora ancor più dal disinganno del tradimento:
Edipo si oppone alla prospettiva di un ritorno a Tebe a quelle condizioni e alle parole di Ismene :
Ismene
Proprio per questo scopo, fra non molto,
verrà da te Creonte a parlarti.
Per collocarti a Tebe vicino,
perché tu resti nelle loro mani
senza poter mai varcare i confini.
Così risponde:
EDIPO
Quando con disonore dalla patria
venni scacciato, nessuna difesa
né protezione da lor mi fu data;
entrambi mi lasciarono partire
espulso ed all’esilio condannato.
Tu forse mi potrai anche obiettare
ch’era mio desiderio andare via
e che quello era un dono a me concesso.
L’appunto non risponde a verità
perché quel giorno il cuore mi sanguinava,
e più dolce per me sarebbe stato
morir per mezzo di lapidazione,
ma quest’aiuto non mi fu elargito
da nessuno. Parecchio tempo dopo,
quando il dolore si fu attenuato,
mi resi conto che esagerazione
era stata la mia nel giudicare
antichi errori e le colpe passate,
proprio allora la città mi scacciò,
e i miei figli che la mia difesa
assumere avrebbero potuto,
rifiutarono di farlo e mi lasciarono
vagare esule in terra straniera
come un mendico. Da queste fanciulle,
nei limiti che la natura ha imposto,
ricevo cibo, asilo e conforto,
mentre i figli, anziché il loro padre,
han scelto il trono, lo scettro e il potere.
Ma io non sarò mai loro alleato,
né gioia avranno nel regnar su Tebe;
ne son certo ascoltando gli oracoli
nel ricordo di antiche profezie
che Febo sul mio conto pronunciò.
…………………………………….
Che venga pure Creonte a chiamarmi
o altro cittadino influente,
se voi stranieri vostra protezione
mi darete insieme alle dee
benevoli per il vostro paese,
sarò per voi fedele salvatore
della città e nello stesso tempo
procurator d’affanno ai suoi nemici.
Andando avanti nell’azione, il Coro consiglia ad Edipo di offrire libagioni sull’altare delle Eumenidi per favorire la sua permanenza in quel luogo. Lui manda Antigone a preparare il rito e il Coro comincia a chiedergli particolari sulla sua vicenda.
Segue un dialogo di brevi battute che a fatica e con grande dolore rivelano i fatti della sua vicenda.
Alla fine Edipo avrà ripercorso tutta la sua storia e la sensazione è che sia stata per lui una liberazione.
L’akmè tragica è stata raggiunta e l’arrivo di Teseo, a questo punto, è la catarsi necessaria dopo tanta tensione.
Il re di Atene si connota subito come un potente giusto e compassionevole, accoglie Edipo che gli parla della profezia che allude al beneficio che la città avrà ospitando il suo corpo dopo la sua morte. Atene sarà così tutelata quando Tebe si scaglierà contro di lei.
PRIMO STASIMO
Ricordando che Colono era la patria di Sofocle, ripercorriamo il canto di lode alla sua terra recitato dal Coro:
CORO
O forestiero, sei giunto nel luogo
più bello del paese, la candida
Colono dai cavalli focosi,
e dai gorgheggianti usignoli che
vivono nel verde profondo dei
colli e della selva sacra al dio,
protetta dal sole e da bufere
di vento, Dioniso questo luogo
ha caro frequentare con le ninfe.
Con l’abbondante rugiada, fiorisce
il narciso che serve da diadema
alle grandi dee e il croco
che come oro risplende, anch’esso
fecondato dall’acqua del Cefiso
che le sue correnti spinge nel seno
ampio di queste felici contrade,
allietate dai cori delle Muse
e Afrodite con redini d’oro.
Là cresce una pianta inesistente
in terra d’Asia, né in Peloponneso,
spontanea nasce, senza mano d’uomo,
terrore delle lance nemiche:
l’olivo che in questo luogo germoglia.
Nessun uomo, sia giovane oppur vecchio
mai riuscirà a strapparla dal terreno,
perché a darle sicura protezione
provvede l’occhio insonne di Zeus
ed anche quello azzurro di Atena.
Devo assegnare altissima lode
a questa mia città dono di un dio,
terra di bei cavalli, bei puledri
e di un mare da tutti ammirato.
O Poseidone, tu figlio di Crono
questo orgoglio le hai dato, creando
il morso che l’ardore dei cavalli
può moderare. Sul mare il remo
agile e saldo fa balzar la nave
che sì mirabilmente si accompagna
alle Nereidi con i cento piedi.
SECONDO EPISODIO
L’episodio è occupato in gran parte dallo scontro fra Edipo e Creonte, le ragioni del cui arrivo sono state preannunciate da Ismene.
Lo scontro è molto duro, Edipo espone il suo rancore per Tebe e per la sua ex famiglia e Creonte ricorre alle minacce. Ha già rapito Ismene ed ha intenzione di appropriarsi anche di Antigone.
Una sticomitia fra Creonte e il Coro che cerca di difendere Antigone crea un frastuono che fa accorrere Teseo, intento ad un sacrificio con i suoi uomini.
Creonte si scontra anche con Teseo e, parlando delle ragioni per cui vuole che Edipo e le figlie tornino a Tebe, getta fango sul passato di Edipo che si vede, per la seconda volta, costretto a ripercorrere i fatti della sua vita sostenendo la sua difesa.
Il secondo stasimo copre l’arco dell’azione dedicato, dietro le quinte, allo scontro cruento fra l’esercito di Creonte e quello di Teseo.
TERZO EPISODIO
Tornano Antigone e Ismene liberate dall’esercito di Teseo dalla prigionia di Creonte.
La felicità di Edipo è tangibile e Teseo si avvicina continuando a mostrare rispetto e grande considerazione per il vecchio eroe. A questo punto è lui ad annunciargli l’arrivo di Polinice, che non conosce ma che, in preghiera nel santuario, gli ha chiesto di favorire un incontro con Edipo.
Da pochi indizi Edipo capisce che si tratta del figlio e queste sono le sue parole:
EDIPO
E’ il figlio che io odio, mio signore:
ascoltarlo sarebbe doloroso.
Antigone cerca di mediare pregando il padre di ascoltarlo, lei sa toccare le corde giuste dell’animo del padre e quella più giusta è il riferimento ai genitori di Edipo
ANTIGONE
Tu l’hai messo al mondo e se commise
verso di te le sue peggiori azioni,
è giusto rimediar male con male?
Lascia che venga, anche ad altri accade
d’aver figli cattivi, gonfi d’ira,
ma, ammoniti dai loro parenti,
la lor natura si lascia placare.
Non al tuo patimento poni mente,
ma a quel che dai genitori soffristi,
e allora finalmente sarà chiaro
dove conduce una collera insana.
EDIPO
Figlia, le tue parole m’hanno vinto:
è un gravoso piacere che mi chiedi,
ma sia come vi piace. Però chiedo,
se quello viene qui, nessuno mai
diventi l’arbitro della mia vita.
TERZO STASIMO
Parentesi lirica in cui il Coro si diffonde sulla vita dell’uomo lungo la quale si affollano invidie, inimicizie e contese, ribellioni, battaglie e uccisioni, finchè arriva la vecchiaia, bisbetica, debole e impotente, priva di amici e pregna di mali.
La vecchiaia è come scogliera battuta dai venti, travolta dalle onde da ogni parte, canta il Coro formato da anziani come Edipo, e sono parole che vibrano di malinconica riflessione sulla condizione umana.
CORO
Chi desidera di vivere a lungo
dimenticando la giusta misura,
di stoltezza darà evidente prova .
I giorni che s’ammucchiano, vicende
dolorose ci portano e la gioia
più non si vede, se siamo caduti
oltre il limite del tempo fissato.
Alla fine in soccorso c’è la morte,
per tutti eguale, la Parca che appare
senza lira, né canti, né imenei.
Il non essere nati è condizione
di privilegio, ma, venuti al mondo,
il bene secondo è di ritornare
nel luogo in cui tutti siamo nati.
I versi richiamano una frase di Sileno rivolto al Re Mida: “Meglio di ogni cosa è non essere nati, e dopo di ciò morire subito dopo la nascita“.
Quando la giovinezza è tramontata
coi suoi momenti di liete follie,
quale assillo rimane lontano,
quale angoscia non è sempre presente?
Invidie, inimicizie e contese,
ribellioni, battaglie e uccisioni.
L’ultima ad arrivare è la vecchiaia,
bisbetica, debole e impotente,
priva di amici e pregna di mali.
Questa è l’età che ho raggiunto anch’io,
non soltanto lo sfortunato Edipo,
come scogliera battuta dai venti,
travolta dalle onde da ogni parte,
da levante a occidente senza tregua,
colpita a volte dai raggi del sole
a picco in pieno mezzogiorno,
o nelle tenebre dei monti
QUARTO EPISODIO
Polinice arriva in veste di supplice. Ha bisogno di aiuto, è stato cacciato da Tebe daEteocle, fratello minore, che si è impadronito del potere. Riparato ad Argo dove ha sposato la figlia del re Anfiarao, sta per muovere contro Tebe con un esercito di schiere condotte da sette famosi principi. Ha saputo del vaticinio dell’oracolo che garantisce la vittoria a chi avrà Edipo dalla sua parte e perciò le sue parole al vecchio e lacero padre sono all’insegna dell’ipocrisia.
POLINICE
Ahimè, che fare? Piangere, forse
sopra me stesso e sulle mie sventure,
o quelle di mio padre che qui vedo?
L’ho ritrovato in terra straniera
insieme a voi, sorelle, qui esiliato,
di stracci ricoperto, e il sudiciume
s’è incrostato macerandogli il fianco,
con la testa priva d’occhi e la chioma
ondeggiante che si agita al vento.
Penso che della stessa qualità
siano i cibi che deve consumare.
Io queste cose le vengo a sapere
troppo tardi. Maledetto io sia,
essendo stato un uomo malvagio
che ha trascurato il suo sostentamento;
non c’è bisogno ch’altri me lo dica.
Edipo lo ascolta con indifferenza
Perché non parli, perché non rispondi?
Tu mi disprezzi e senza una parola
mi rimandi senza avermi detto
per qual motivo sei così adirato.
A questo punto Edipo emana la sua condanna:
EDIPO
A voi, abitanti di questa contrada,
dico che se non fosse per Teseo
che l’ha mandato, ritenendo giusto
lo scambio di parole, mai sarebbe
avvenuto ch’egli mia voce udisse.
Non so però se sarà soddisfatto
di quello che dirò che certamente
non potrà rallegrargli la vita.
Non ti ricordi, figlio sciagurato,
di quando possedevi trono e scettro
di Tebe che ora è di tuo fratello?
Fosti tu stesso a cacciare tuo padre
togliendogli la patria, tu a dargli
le vesti miserande sulle quali
ora piangi, or che a sopportare
ti trovi le mie stesse condizioni.
Risparmia il pianto, commiserazione
non mi serve: io devo sopportare
la mia sorte per il resto di mia vita,
senza scordarmi che sei stato tu
il mio assassino, tu che m’hai obbligato
a vagare ramingo e ad affidarmi
alla pietà degli altri per il cibo.
Se queste figlie che io generato
non avessi, in vita non sarei
certamente, per quanto ti riguarda:
son proprio loro a farmi da nutrici,
come fossero uomini e non donne,
partecipando alle mie sventure,
dimostrando chiaramente che voi
siete nati da un altro e non da me.
…………………………………….
No, non espugnerai quella città:
sarai tu prima a cadere macchiato
dal sangue del fratello, e lui egualmente.
Queste maledizioni che scagliai
contro di voi a suo tempo, ribadisco:
siano mie alleate, affinché
il rispetto dovuto ai genitori
impariate, né il padre disprezzare
che cieco è diventato, e come esempio
prender l’agire delle due sorelle.
Le mie maledizioni il supplicare
tuo vinceranno, e così il tuo trono,
se l’antica Dike di Zeus compagna
le immutabili sue leggi onora.
Vattene, detestato e senza padre,
pessimo fra i cattivi, a cui ho scagliato
maledizioni perché tu non possa
impadronirti della patria terra,
né ad Argo mai più fare ritorno,
e di morire per mano fraterna
mentre uccidi colui che ti ha esiliato.
Ti maledico e scendano sul tuo capo
le tenebre dell’Ade, queste dee
io invoco e Ares che ha gettato
fra di voi un odio tanto mostruoso.
Vattene via adesso che hai ascoltato,
annuncia ai Tebani e ai tuoi alleati
quale razza di doni ho dato ai figli.
Polinice abbandona la scena dopo un triste colloquio con Antigone, dolce sorella che vorrebbe convincerlo a non muovere contro Tebe. Polinice però è fermo nel suo proposito e dell’esito dello scontro con Eteocle il pubblico ben sapeva avendo assistito trenta anni prima all’Antigone.
Figura femminile fra le più belle del teatro greco, Antigone è una giovane donna vittima e allo stesso tempo vittoriosa, l’unica capace di sfidare il tiranno Creonte e le leggi della polis pur di dare sepoltura al suo amato fratello Polinice. Per ora è solo la figlia devota e la sorella che vorrebbe una sorte migliore per il fratello che ama moltissimo. Sa che non può opporsi alla volontà del padre e le sue parole a Polinice sono piene di calore umano e saggezza nel tentativo di convincerlo:
ANTIGONE
Ascolta, Polinice, ciò che chiedo.
POLINICE
Antigone carissima, di’ pure.
ANTIGONE
Fai ritornare l’esercito ad Argo,
non danneggiar te stesso e la città.
POLINICE
Non si può fare. Come potrei guidare
quegli uomini di nuovo, se mostrassi
la paura in questa situazione?
ANTIGONE
Perché vuoi cedere ancora all’ira?
Mentre questo doloroso dialogo sfuma, Edipo è distante e aspetta solo l’arrivo di Teseo. La sua fine è vicina, preannunciata dal rombo di un tuono, e lui vuole che il rito finale si compia nel modo dovuto, consapevole che sia la volontà degli Dei a stabilirlo.
Le sue parole a Teseo prima di avviarsi verso il bosco delle Eumenidi:
EDIPO
Figlio d’Egeo, rivelerò cose
che non saranno travolte da vecchiaia
per te, sovrano, e per la tua città.
Senza la guida sarò io a condurti
sul luogo dove io devo morire
e che tu a nessun rivelerai.
Un luogo che sarà la tua difesa
dai vicini, più di armi e denaro.
I segreti che nessuna parola
deve violare, da solo apprenderai
quando sarà raggiunto questo luogo
che a nessun altro potrai rivelare,
neppure alle mie figlie che amo.
Mantieni sempre il segreto e, arrivando
un giorno alla fine di tua vita,
il primogenito potrai informare,
affinché lo confidi al successore.
Così la tua terra proteggerai
dalle devastazioni dei Tebani.
La sua morte è una discesa all’Ade, avvolta in un’aura magica di mistero. Atene avrà sempre la sua protezione dal regno dei morti e la sua tomba sarà ignota a tutti, tranne a Teseo e alla sua discendenza.
ESODO
Entra in scena il Nunzio che racconta tutto quel che è accaduto nel luogo boscoso dove Edipo ha raggiunto la morte.
Il racconto è ricco di particolari e contiene anche le parole di Edipo alle figlie prima di lasciarle.
Figlie, da questo giorno il padre
vostro non avete più, quel che fatto
è stato per me, è finito per sempre,
come le cure pel sostentamento.
Soltanto una parola può cancellar
tutta la sofferenza: è l’amore.
Sì. figlie mie, nessuno potrà darvi
mai un amore più grande del mio,
del qual purtroppo or restate prive.“
Quindi si accomiata:
Figlie mie, fate uno sforzo
sulla nobiltà di animo vostro
lasciando questi luoghi e non vedendo
ciò che non dovete, né ascoltando
quello che vi è interdetto. Andate, orsù.
Solo Teseo rimanga per sapere
quello che accade.
Nell’ultima scena tornano Antigone e Ismene e il loro pianto è lungo e disperato, ma Teseo arriva a consolarle e a garantire il loro futuro. Le due giovani, però, non possono andare sul luogo dove il padre è scomparso. E’ il suo volere e quello degli Dei.
Cessate ora di innalzar lamenti:
le promesse sono irrevocabili
Sono le sue ultime parole e chiudono la tragedia.