Sofocle Edipo a Colono

Edipo a Colono

Edipo a Colono, rappresentata postuma nel 405 a. C, è l’ultima opera di Sofocle e può definire Edipo ultimo atto.

La tragedia si inserisce nel ciclo tebano, che tratta del destino dei Labdacidi, discendenti di Labdaco, nonno di Edipo.

 

Parti del testo

Prologo

Parodo

Primo Episodio

Primo Stasimo

Secondo Episodio

Secondo Stasimo

Terzo Episodio

Terzo Stasimo

Quarto Episodio

Quarto Stasimo

Esodo

 

Personaggi

Edipo

Antigone

Ismene

Teseo

Creonte

Polinice

Nunzio

Coro di Coloniati

 

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SINOSSI

Cieco e vagabondo, Edipo giunge a Colono, presso un santuario dedicato alle Eumenidi vicino ad Atene, sorretto da Antigone e poi anche da Ismene sua sorella. Tutti lo evitavano nel suo lungo peregrinare ma ora tutti lo cercano, poiché la città che avrà la sua tomba sarà invincibile, così dicono gli oracoli. Edipo nell’Esodo allontana tutti e, affiancato dal re ateniese Teseo che l’ha accolto e a cui ha promesso il suo aiuto perenne, si avvierà verso la morte nel boschetto di Colono.

PROLOGO

La tragedia inizia con l’apparizione di Edipo sorretto da Antigone, sua figlia-sorella. In prossimità di Atene chiedono informazioni ad un passante su dove si trovino. Questi chiede loro di allontanarsi, non possono sostare da stranieri in un luogo consacrato alle Eumenidi. Dallo stesso passante apprendono che la località è Colono, il cui re è l’ateniese Teseo.

Edipo si connota già dal prologo come un uomo precocemente invecchiato, debole e avviato alla morte. Ha vissuto una vita raminga di esule, cieco, privo di mezzi, segnato da fame e intemperie.

Antigone, figura eccezionale di giovane donna dotata di pietas indissolubile a cui Sofocle aveva dedicato anni prima una delle più belle tragedie, è stata la sua unica risorsa.

A breve arriverà anche Ismene, sorella di Antigone, e insieme le due donne saranno l’ultimo viatico dell’eroe verso la morte.

La stanchezza per la vita e il desiderio di porle fine sono ormai gli unici connotati di Edipo.

Il motivo conduttore della tragedia è anticipato già nel Prologo nel contrasto fra il suo crudo passato e la quiete estrema verso la quale tende e nella quale troverà la pace.

PARODO

Edipo ed Antigone hanno superato la soglia sacra del bosco delle Eumenidi. Il coro di cittadini di Colono sopraggiunge intimando ai due sconosciuti di andar via, ma Edipo prega di non scacciarli, pur esitando a farsi riconoscere.

“Ospiti, io sono senza patria. Stirpe orrenda” così definisce sé stesso e poi tace.

Dolore e vergogna si fondono, il Coro non capisce e insiste.

In un momento di estrema fragilità Edipo chiede ad Antigone: “Che dirò, che farò figlia mia?”

E infine, rivolto al coro: “Noti vi sono i Labdacidi? Noto vi è un figlio di Laio ? Noto vi è il misero Edipo?”

Il coro inorridisce, la fama di Edipo era nota in ogni angolo della Grecia.

C’è in tutta la tragedia la consapevolezza amara del destino di cui l’eroe è stato vittima ma anche involontario responsabile, e questo momento della Parodo è il più doloroso e commovente perché un uomo così colpito dal male, un giusto innocente, ha dovuto subire una pena tanto grave e una notorietà così infamante.

Nel corso della tragedia alla sua persona sarà tributato il giusto onore, soprattutto per merito di Teseo, re illuminato di Atene, ma per ora Sofocle pone il suo Edipo sul fondo dell’abiezione, lì dove i suoi eroi solitari sono sempre cacciati nonostante abbiano vissuto una vita all’insegna della virtù.

La profonda umanità di Sofocle è in questa coscienza tragica dell’infinita debolezza dell’uomo di fronte a forze incomparabili e incontrollabili, a cui l’uomo si oppone pur presagendo la sua sconfitta, ma trovando in questo il suo eroismo e riscatto.

 

Il coro apprende l’identità dei due pellegrini e lo sconcerto iniziale è grande:

 

E tu, presto, abbandona quel sedile,

togli l’ancora da questa mia terra,

prima che qualche conto da pagare

non maturi per questa mia città.

 

La preghiera di Antigone riuscirà a convincere il coro:

Voi, ospiti dall’animo pietoso,

che a sopportar non riuscite mio padre

per la fama di tutte le sventure

involontarie a lui capitate,

di me infelice abbiate pietà.

Soltanto per il padre io vi prego

con i miei occhi non ciechi, fissando

i vostri, come se fossi qualcuno

del vostro sangue, abbiate pietà

dell’infelice, che possa trovare

compassione adesso in vostre mani.

Concedete questa grazia insperata

proprio in nome di ciò che a voi è più caro:

vostro figlio, oppure vostra moglie,

oppure per la cosa più preziosa

che possedete, od anche di un dio.

Perché non c’è nessuno fra i mortali

che riesca a sfuggire al suo destino

se non c’è un dio disposto a trascinarlo.

 

PRIMO EPISODIO

E’ una lunga sezione della tragedia perchè entrano in scena altri personaggi e ci sono discorsi chiarificatori che determineranno lo sviluppo successivo degli eventi.

Innanzitutto verranno esposti gli antefatti che hanno segnato la sorte di Edipo. 

Superato lo scontro iniziale con i Coloniati e il loro turbamento nell’ aver appreso l’identità dello straniero, sarà Edipo stesso a parlare della sua sciagura perorando la sua innocenza con argomenti inconfutabili. Di fronte all’esitazione del Corifeo rivolto ad Antigone:

 

CORIFEO

Tientelo a mente, o figlia di Edipo,

che noi non compiangiamo te e tuo padre

egualmente per le vostre sciagure,

ma temendo la collera di dèi

non ci sentiamo di dire qualcosa

in più di quello che abbiamo già detto.

Edipo, finora rimasto in disparte, prende la parola:

 

EDIPO

Qual valore ha dunque la gloria,

e quale il vantaggio della fama,

se sono falsamente divulgate?

Di Atene si dice che fra le città

appare la più devota agli dèi,

ch’essa soltanto salva lo straniero

che da sventura è perseguitato;

risponde al vero se voi mi scacciate,

impauriti solo del mio nome?

Non è il mio corpo che vi fa paura,

né per le azioni che non ho compiute

ma sofferte soltanto, se ora posso

parlare di mio padre e di mia madre

per i quali tu di me hai orrore.

Io dunque sarei nato scellerato,

ricambiando il male che ho subito?

Non lo sarei neppur se con coscienza

da scellerato io avessi agito.

Senza sapere nulla, a questo punto

son giunto, ma buona conoscenza

aveva chi causò la mia rovina.

Io vi supplico per queste ragioni,

come prima mi avete allontanato

dal bosco, or di darmi protezione

in nome degli dèi, se veramente

di loro avete ancora rispetto.

Ricordatevi che in egual misura

essi guardano il mortale devoto

come l’empio, e nessun sacrilegio

è stato mai da loro trascurato.

Non offuscate la gloria di Atene

con atti indegni, voi avete dato

a un supplice la vostra accoglienza

insieme con speranza di difesa.

E’ un’autodifesa e insieme una supplica. Edipo, pur se vecchio e lacero, emana grande dignità, è un uomo che ha sofferto molto perciò le sue parole contengono verità e giustizia e il vaticinio che le accompagna dà loro ulteriore valore:

 

Non disprezzarmi per lo sfigurato

mio volto: io puro son venuto

a portare un aiuto ai cittadini.

E quando sarà qui il vostro sovrano,

chiunque sia, se ascoltar vorrete,

altre cose saprete, nell’attesa

vi supplico di non esser malvagi

Arriva a questo punto Ismene, sorella di Antigone, a portare notizie sulla grave situazione di Tebe, lacerata dalla contesa per il trono dei due fratelli Eteocle e Polinice.

ISMENE

Eteocle, il minore, ha sottratto

il trono a Polinice, il maggiore,

dalla sua patria scacciandolo poi.

Polinice però, secondo voce

esule in Argo, nuova parentela

si costruisce e con compagni d’arme

a lui devoti rafforza i rapporti,

perché Argo conquisti la Tebana

terra elevandone al cielo la fama.

Queste non son parole, ma tremende

azioni e non posso immaginare

quando gli dèi sopra te guarderanno

e faranno cessare le tue pene.

Ora che Edipo ha rivelato al coro la sua identità, Ismene gli parla dell’oracolo di Delfi che ha disposto che la sua presenza a Tebe salverà la città da ogni pericolo e perciò c’è interesse che torni, ma rimanendo in luogo appartato non potendo superare le mura della città in quanto uccisore del padre.

Ismene è consapevole del dolore che questa notizia porta al padre, ma Edipo prende atto con molta calma della situazione, rivelando una parte di sé che nel finale dell’Edipo re non poteva essere rappresentata.

Sono parole molto amare, di un uomo colpito da un destino ingiusto ma ora ancor più dal disinganno del tradimento:

Edipo si oppone alla prospettiva di un ritorno a Tebe a quelle condizioni e alle parole di Ismene :

Ismene

Proprio per questo scopo, fra non molto,

verrà da te Creonte a parlarti.

Per collocarti a Tebe vicino,

perché tu resti nelle loro mani

senza poter mai varcare i confini.

 

Così risponde:

 

EDIPO

Quando con disonore dalla patria

venni scacciato, nessuna difesa

né protezione da lor mi fu data;

entrambi mi lasciarono partire

espulso ed all’esilio condannato.

Tu forse mi potrai anche obiettare

ch’era mio desiderio andare via

e che quello era un dono a me concesso.

L’appunto non risponde a verità

perché quel giorno il cuore mi sanguinava,

e più dolce per me sarebbe stato

morir per mezzo di lapidazione,

ma quest’aiuto non mi fu elargito

da nessuno. Parecchio tempo dopo,

quando il dolore si fu attenuato,

mi resi conto che esagerazione

era stata la mia nel giudicare

antichi errori e le colpe passate,

proprio allora la città mi scacciò,

e i miei figli che la mia difesa

assumere avrebbero potuto,

rifiutarono di farlo e mi lasciarono

vagare esule in terra straniera

come un mendico. Da queste fanciulle,

nei limiti che la natura ha imposto,

ricevo cibo, asilo e conforto,

mentre i figli, anziché il loro padre,

han scelto il trono, lo scettro e il potere.

Ma io non sarò mai loro alleato,

né gioia avranno nel regnar su Tebe;

ne son certo ascoltando gli oracoli

nel ricordo di antiche profezie

che Febo sul mio conto pronunciò.

…………………………………….

Che venga pure Creonte a chiamarmi

o altro cittadino influente,

se voi stranieri vostra protezione

mi darete insieme alle dee

benevoli per il vostro paese,

sarò per voi fedele salvatore

della città e nello stesso tempo

procurator d’affanno ai suoi nemici.

  

Andando avanti nell’azione, il Coro consiglia ad Edipo di offrire libagioni sull’altare delle Eumenidi per favorire la sua permanenza in quel luogo. Lui manda Antigone a preparare il rito e il Coro comincia a chiedergli particolari sulla sua vicenda.

Segue un dialogo di brevi battute che a fatica e con grande dolore rivelano i fatti della sua vicenda.

Alla fine Edipo avrà ripercorso tutta la sua storia e la sensazione è che sia stata per lui una liberazione.

L’akmè tragica è stata raggiunta e l’arrivo di Teseo, a questo punto, è la catarsi necessaria dopo tanta tensione.

Il re di Atene si connota subito come un potente giusto e compassionevole, accoglie Edipo che gli parla della profezia che allude al beneficio che la città avrà ospitando il suo corpo dopo la sua morte. Atene sarà così tutelata quando Tebe si scaglierà contro di lei.

 

PRIMO STASIMO 

Ricordando che Colono era la patria di Sofocle, ripercorriamo il canto di lode alla sua terra recitato dal Coro:

CORO

O forestiero, sei giunto nel luogo

più bello del paese, la candida

Colono dai cavalli focosi,

e dai gorgheggianti usignoli che

vivono nel verde profondo dei

colli e della selva sacra al dio,

protetta dal sole e da bufere

di vento, Dioniso questo luogo

ha caro frequentare con le ninfe.

Con l’abbondante rugiada, fiorisce

il narciso che serve da diadema

alle grandi dee e il croco

che come oro risplende, anch’esso

fecondato dall’acqua del Cefiso

che le sue correnti spinge nel seno

ampio di queste felici contrade,

allietate dai cori delle Muse

e Afrodite con redini d’oro.

Là cresce una pianta inesistente

in terra d’Asia, né in Peloponneso,

spontanea nasce, senza mano d’uomo,

terrore delle lance nemiche:

l’olivo che in questo luogo germoglia.

Nessun uomo, sia giovane oppur vecchio

mai riuscirà a strapparla dal terreno,

perché a darle sicura protezione

provvede l’occhio insonne di Zeus

ed anche quello azzurro di Atena.

Devo assegnare altissima lode

a questa mia città dono di un dio,

terra di bei cavalli, bei puledri

e di un mare da tutti ammirato.

O Poseidone, tu figlio di Crono

questo orgoglio le hai dato, creando

il morso che l’ardore dei cavalli

può moderare. Sul mare il remo

agile e saldo fa balzar la nave

che sì mirabilmente si accompagna

alle Nereidi con i cento piedi.

 

SECONDO EPISODIO

L’episodio è occupato in gran parte dallo scontro fra Edipo e Creonte, le ragioni del cui arrivo sono state preannunciate da Ismene.

Lo scontro è molto duro, Edipo espone il suo rancore per Tebe e per la sua ex famiglia e Creonte ricorre alle minacce. Ha già rapito Ismene ed ha intenzione di appropriarsi anche di Antigone.

Una sticomitia fra Creonte e il Coro che cerca di difendere Antigone crea un frastuono che fa accorrere Teseo, intento ad un sacrificio con i suoi uomini.

Creonte si scontra anche con Teseo e, parlando delle ragioni per cui vuole che Edipo e le figlie tornino a Tebe, getta fango sul passato di Edipo che si vede, per la seconda volta, costretto a ripercorrere i fatti della sua vita sostenendo la sua difesa.

Il secondo stasimo copre l’arco dell’azione dedicato, dietro le quinte, allo scontro cruento fra l’esercito di Creonte e quello di Teseo.

TERZO EPISODIO

Tornano Antigone e Ismene liberate dall’esercito di Teseo dalla prigionia di Creonte.

La felicità di Edipo è tangibile e Teseo si avvicina continuando a mostrare rispetto e grande considerazione per il vecchio eroe. A questo punto è lui ad annunciargli l’arrivo di Polinice, che non conosce ma che, in preghiera nel santuario, gli ha chiesto di favorire un incontro con Edipo.

Da pochi indizi Edipo capisce che si tratta del figlio e queste sono le sue parole:

EDIPO

E’ il figlio che io odio, mio signore:

ascoltarlo sarebbe doloroso.

Antigone cerca di mediare pregando il padre di ascoltarlo, lei sa toccare le corde giuste dell’animo del padre e quella più giusta è il riferimento ai genitori di Edipo

ANTIGONE

Tu l’hai messo al mondo e se commise

verso di te le sue peggiori azioni,

è giusto rimediar male con male?

Lascia che venga, anche ad altri accade

d’aver figli cattivi, gonfi d’ira,

ma, ammoniti dai loro parenti,

la lor natura si lascia placare.

Non al tuo patimento poni mente,

ma a quel che dai genitori soffristi,

e allora finalmente sarà chiaro

dove conduce una collera insana.

EDIPO

Figlia, le tue parole m’hanno vinto:

è un gravoso piacere che mi chiedi,

ma sia come vi piace. Però chiedo,

se quello viene qui, nessuno mai

diventi l’arbitro della mia vita.

TERZO STASIMO

 Parentesi lirica in cui il Coro si diffonde sulla vita dell’uomo lungo la quale si affollano invidie, inimicizie e contese, ribellioni, battaglie e uccisioni, finchè arriva la vecchiaia, bisbetica, debole e impotente, priva di amici e pregna di mali.

 La vecchiaia è come scogliera battuta dai venti, travolta dalle onde da ogni parte, canta il Coro formato da anziani come Edipo, e sono parole che vibrano di malinconica riflessione sulla condizione umana.

CORO

Chi desidera di vivere a lungo

dimenticando la giusta misura,

di stoltezza darà evidente prova        .

I giorni che s’ammucchiano, vicende

dolorose ci portano e la gioia

più non si vede, se siamo caduti

oltre il limite del tempo fissato.

Alla fine in soccorso c’è la morte,

per tutti eguale, la Parca che appare

senza lira, né canti, né imenei.

Il non essere nati è condizione

di privilegio, ma, venuti al mondo,

il bene secondo è di ritornare

nel luogo in cui tutti siamo nati.

I versi richiamano una frase di Sileno rivolto al Re Mida: “Meglio di ogni cosa è non essere nati, e dopo di ciò morire subito dopo la nascita“.

Quando la giovinezza è tramontata

coi suoi momenti di liete follie,

quale assillo rimane lontano,

quale angoscia non è sempre presente?

Invidie, inimicizie e contese,

ribellioni, battaglie e uccisioni.

L’ultima ad arrivare è la vecchiaia,

bisbetica, debole e impotente,

priva di amici e pregna di mali.

Questa è l’età che ho raggiunto anch’io,

non soltanto lo sfortunato Edipo,

come scogliera battuta dai venti,

travolta dalle onde da ogni parte,

da levante a occidente senza tregua,

colpita a volte dai raggi del sole

a picco in pieno mezzogiorno, 

o nelle tenebre dei monti  

QUARTO EPISODIO

Polinice arriva in veste di supplice. Ha bisogno di aiuto, è stato cacciato da Tebe daEteocle, fratello minore, che si è impadronito del potere. Riparato ad Argo dove ha sposato la figlia del re Anfiarao, sta per muovere contro Tebe con un esercito di schiere condotte da sette famosi principi. Ha saputo del vaticinio dell’oracolo che garantisce la vittoria a chi avrà Edipo dalla sua parte e perciò le sue parole al vecchio e lacero padre sono all’insegna dell’ipocrisia.

POLINICE

Ahimè, che fare? Piangere, forse

sopra me stesso e sulle mie sventure,

o quelle di mio padre che qui vedo?

L’ho ritrovato in terra straniera

insieme a voi, sorelle, qui esiliato,

di stracci ricoperto, e il sudiciume

s’è incrostato macerandogli il fianco,

con la testa priva d’occhi e la chioma

ondeggiante che si agita al vento.

Penso che della stessa qualità

siano i cibi che deve consumare.

Io queste cose le vengo a sapere

troppo tardi. Maledetto io sia,

essendo stato un uomo malvagio

che ha trascurato il suo sostentamento;

non c’è bisogno ch’altri me lo dica.

Edipo lo ascolta con indifferenza

Perché non parli, perché non rispondi?

Tu mi disprezzi e senza una parola

mi rimandi senza avermi detto

per qual motivo sei così adirato.

A questo punto Edipo emana la sua condanna:

EDIPO

A voi, abitanti di questa contrada,

dico che se non fosse per Teseo

che l’ha mandato, ritenendo giusto

lo scambio di parole, mai sarebbe

avvenuto ch’egli mia voce udisse.

Non so però se sarà soddisfatto

di quello che dirò che certamente

non potrà rallegrargli la vita.

Non ti ricordi, figlio sciagurato,

di quando possedevi trono e scettro

di Tebe che ora è di tuo fratello?

Fosti tu stesso a cacciare tuo padre

togliendogli la patria, tu a dargli

le vesti miserande sulle quali

ora piangi, or che a sopportare

ti trovi le mie stesse condizioni.

Risparmia il pianto, commiserazione

non mi serve: io devo sopportare

la mia sorte per il resto di mia vita,

senza scordarmi che sei stato tu

il mio assassino, tu che m’hai obbligato

a vagare ramingo e ad affidarmi

alla pietà degli altri per il cibo.

Se queste figlie che io generato

non avessi, in vita non sarei

certamente, per quanto ti riguarda:

son proprio loro a farmi da nutrici,

come fossero uomini e non donne,

partecipando alle mie sventure,

dimostrando chiaramente che voi

siete nati da un altro e non da me.

…………………………………….

No, non espugnerai quella città:

sarai tu prima a cadere macchiato

dal sangue del fratello, e lui egualmente.

Queste maledizioni che scagliai

contro di voi a suo tempo, ribadisco:

siano mie alleate, affinché

il rispetto dovuto ai genitori

impariate, né il padre disprezzare

che cieco è diventato, e come esempio

prender l’agire delle due sorelle.

Le mie maledizioni il supplicare

tuo vinceranno, e così il tuo trono,

se l’antica Dike di Zeus compagna

le immutabili sue leggi onora.

Vattene, detestato e senza padre,

pessimo fra i cattivi, a cui ho scagliato

maledizioni perché tu non possa

impadronirti della patria terra,

né ad Argo mai più fare ritorno,

e di morire per mano fraterna

mentre uccidi colui che ti ha esiliato.

Ti maledico e scendano sul tuo capo

le tenebre dell’Ade, queste dee

io invoco e Ares che ha gettato

fra di voi un odio tanto mostruoso.

Vattene via adesso che hai ascoltato,

annuncia ai Tebani e ai tuoi alleati

quale razza di doni ho dato ai figli.

Polinice abbandona la scena dopo un triste colloquio con Antigone, dolce sorella che vorrebbe convincerlo a non muovere contro Tebe. Polinice però è fermo nel suo proposito e dell’esito dello scontro con Eteocle il pubblico ben sapeva avendo assistito trenta anni prima all’Antigone.

Figura femminile fra le più belle del teatro greco, Antigone è una giovane donna vittima e allo stesso tempo vittoriosa, l’unica capace di sfidare il tiranno Creonte e le leggi della polis pur di dare sepoltura al suo amato fratello Polinice. Per ora è solo la figlia devota e la sorella che vorrebbe una sorte migliore per il fratello che ama moltissimo. Sa che non può opporsi alla volontà del padre e le sue parole a Polinice sono piene di calore umano e saggezza nel tentativo di convincerlo:

ANTIGONE

Ascolta, Polinice, ciò che chiedo.

POLINICE

Antigone carissima, di’ pure.

ANTIGONE

Fai ritornare l’esercito ad Argo,

non danneggiar te stesso e la città.

POLINICE

Non si può fare. Come potrei guidare

quegli uomini di nuovo, se mostrassi

la paura in questa situazione?

ANTIGONE

Perché vuoi cedere ancora all’ira?

Mentre questo doloroso dialogo sfuma, Edipo è distante e aspetta solo l’arrivo di Teseo. La sua fine è vicina, preannunciata dal rombo di un tuono, e lui vuole che il rito finale si compia nel modo dovuto, consapevole che sia la volontà degli Dei a stabilirlo.

Le sue parole a Teseo prima di avviarsi verso il bosco delle Eumenidi:

 

EDIPO

Figlio d’Egeo, rivelerò cose

che non saranno travolte da vecchiaia

per te, sovrano, e per la tua città.

Senza la guida sarò io a condurti

sul luogo dove io devo morire

e che tu a nessun rivelerai.

Un luogo che sarà la tua difesa

dai vicini, più di armi e denaro.

I segreti che nessuna parola

deve violare, da solo apprenderai

quando sarà raggiunto questo luogo

che a nessun altro potrai rivelare,

neppure alle mie figlie che amo.

Mantieni sempre il segreto e, arrivando

un giorno alla fine di tua vita,

il primogenito potrai informare,

affinché lo confidi al successore.

Così la tua terra proteggerai

dalle devastazioni dei Tebani.

La sua morte è una discesa all’Ade, avvolta in un’aura magica di mistero. Atene avrà sempre la sua protezione dal regno dei morti e la sua tomba sarà ignota a tutti, tranne a Teseo e alla sua discendenza.

ESODO

Entra in scena il Nunzio che racconta tutto quel che è accaduto nel luogo boscoso dove Edipo ha raggiunto la morte.

Il racconto è ricco di particolari e contiene anche le parole di Edipo alle figlie prima di lasciarle.

 

Figlie, da questo giorno il padre

vostro non avete più, quel che fatto

è stato per me, è finito per sempre,

come le cure pel sostentamento.

Soltanto una parola può cancellar

tutta la sofferenza: è l’amore.

Sì. figlie mie, nessuno potrà darvi

mai un amore più grande del mio,

del qual purtroppo or restate prive.“

Quindi si accomiata:

Figlie mie, fate uno sforzo

sulla nobiltà di animo vostro

lasciando questi luoghi e non vedendo

ciò che non dovete, né ascoltando

quello che vi è interdetto. Andate, orsù.

Solo Teseo rimanga per sapere

quello che accade.

Nell’ultima scena tornano Antigone e Ismene e il loro pianto è lungo e disperato, ma Teseo arriva a consolarle e a garantire il loro futuro. Le due giovani, però, non possono andare sul luogo dove il padre è scomparso. E’ il suo volere e quello degli Dei.

Cessate ora di innalzar lamenti:

le promesse sono irrevocabili

Sono le sue ultime parole e chiudono la tragedia.