Una gita a Hiroshima, mon amour? Libera rivisitazione di un capolavoro, anzi tre

Due libri …

 

da Amélie Nothomb, Né di Eva né di Adamo, ed.Voland, 2007, pp.66-70 passim

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“-Ho letto quel libretto scritto da una francese, quello di cui mi avevi parlato…-

-Hiroshima mon amour-

-Sì,non ci ho capito niente. –

Scoppiai a ridere …

–Non ti preoccupare. A molti francofoni è successa la stessa cosa. Ragione di più per andare a Hiroshima. –

-Vuoi dire che se uno legge quel libro a Hiroshima lo capisce? –

–Sicuramente -proclamai –

–Che idiozia. Mica devo andare a Venezia per capire Morte a Venezia o a Parma per leggere La Certosa di Parma. –

–Marguerite Duras è un autore molto speciale.-

Avrei preferito il treno, ma per i giapponesi è un’esperienza talmente quotidiana che Rinri aveva bisogno di un cambiamento. Già all’aeroporto di Hiroshima ebbi un’impressione molto netta: non eravamo nel 1989 … certo non nel 1945, forse negli anni Cinquanta o Sessanta, lo shock atomico aveva rallentato il corso del tempo? Era come se qui le persone vivessero in maniera più intensa che altrove.

La constatazione mi colpì al cuore. Fui subito sopraffatta da questa città, dall’atmosfera lacerante di felicità.Passeggiando per le strade di quella città di provincia pensai che la dignità nipponica trovava qui la sua rappresentazione più sconvolgente.Nulla, assolutamente nulla suggeriva l’idea di una città martire.Il capitale della vittimizzazione, tesoro nazionale di tanti popoli, a Hiroshima non esisteva.

Rinri tirò fuori dalla tasca il libro di Marguerite Duras.

Me ne ero dimenticata. Lui invece non pensava ad altro. Mi lesse a voce alta, dall’inizio alla fine, Hiroshima mon amour.

Avevo la sensazione che stesse recitando il mio atto d’accusa e che dovevo rendere conto di quanto mi veniva rimproverato. Vista la lunghezza del testo e l’effetto di rallentamento dell’accento giapponese, ebbi il tempo di preparare la difesa.

La cosa più difficile fu impedirmi di ridere quando lesse, irritato perché non capiva “Tu mi uccidi, tu mi fai del bene”.

Non lo diceva come Emmanuelle Riva, però.

Due ore dopo, quando ebbe finito, chiuse il libro e mi guardò.

–Magnifico, no? – osai mormorare.

–Non lo so, -rispose implacabile- Non me la sarei cavata così a buon mercato.-

–Mettere sullo stesso piano la giovane francese rasata durante la Liberazione e la popolazione di Hiroshima, ci è voluta la faccia tosta di Duras. –

–Ah sì? significa questo? -mi chiese Rinri.

-Sì. E’ un libro che esalta l’amore vittima della barbarie. –

–E perché l’autrice lo dice in modo tanto bizzarro? –

–E’ Marguerite Duras. Il suo fascino è che le cose si sentono senza necessariamente doverle capire. –

–Io non ho sentito niente. –

–Sì invece, eri arrabbiato. –

–E’ quella la reazione che voleva? –

-Alla Duras piace anche quello. E’ un buon atteggiamento Quando si finisce un libro della Duras, si prova frustrazione. E’ come un’inchiesta al termine della quale si è capito poco. E’ come intravedere le cose attraverso un vetro smerigliato. O alzarsi da tavola avendo ancora fame-

–Io ho fame –

–Anch’io–

Poi la stanza d’albergo fu per me pretesto per recitare una varietà di frasi estratte dal libro della Duras.Rinri sembrò apprezzarle di più.

Non si dirà mai abbastanza quanto mi sia sacrificata per la letteratura francese.

 

Marguerite Duras

Amélie Nothomb

… e un film

HIROSHIMA MON AMOUR

… Io ti incontro e ricordo di te. Questa città era fatta su misura per l’amore. Tu eri fatto per il mio corpo. Chi sei? Tu mi uccidi. Avevo fame: fame d’infedeltà, d’adulterio, di menzogne e di morte, da sempre. Sapevo che un giorno ci saremmo incontrati.

… e pelli umane, fluttuanti, sopravvissute, ancora fresche delle loro sofferenze … e le pietre … le pietre bruciate, le pietre esplose e le anonime capigliature.

Non hai visto un ospedale a Hiroshima. Non hai visto niente a Hiroshima.

Quattro volte al museo a Hiroshima. Ho guardato la gente. Ho guardato me stessa pensosamente … il ferro … il ferro bruciato … il ferro spezzato … il ferro fatto vulnerabile … come la carne.

Come te anch’io ho cercato di lottare con tutte le mie forze contro la smemoratezza. E come te ho dimenticato. Come te ho desiderato avere un’inconsolabile memoria, una memoria fatta d’ombra e di pietra. Ho lottato da sola con violenza, ogni giorno, contro l’orrore di non poter più comprendere il perché di questo ricordo. Come te, ho dimenticato.

Divorami: deformami a tua somiglianza, così che nessun altro, dopo te, non capisca il perché di tanto desiderio. Resteremo soli, amor mio. La notte non finirà, il giorno non sorgerà più per nessuno mai, mai più.

 Tu mi uccidi, tu mi fai del bene

 

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