Primavera di Damiano Michieletto

Pio Ospedale della Pietà, Venezia, 1700, secolo dei lumi.
La storia di Cecilia (Tecla Insolia ) orfanella abbandonata alla nascita, e del maestro di musica don Antonio Vivaldi (Michele Riondino), si svolge tutta lì.
La pratica dell’abbandono di figli indesiderati era un’abominevole consuetudine di secoli cosiddetti bui, (non più del nostro, ma tant’è, forse meglio che ammazzarli).

Cecilia e le compagne sono prigioniere di un posto che dà loro vitto e alloggio, un’educazione sufficiente, ma la disciplina è molto restrittiva e di andarsene neanche parlarne.
E andare dove? Per strada a fare la prostituta? Una possibilità c’è, ed è il matrimonio con qualche facoltoso cittadino della Serenissima che, in cambio, finanzia la pia struttura e dà continuità alla condizione schiavile di quelle donne.
Questo dovrebbe essere anche il destino di Cecilia, promessa sposa di un eroe di battaglie d’altri mari e vanitoso nobile in marsina e senza parrucca incipriata (Stefano Accorsi), come racconta Tiziano Scarpa in Stabat Mater, romanzo vincitore del Premio Strega nel 2009, da cui trae spunto il film di Damiano Michieletto, regista di teatro musicale che sa come muoversi in un film dove la musica la fa dfa padrona.
Musica e immagini convivono felicemente, la recitazione, sobria e intensa, evita patetismi e sentimentalismi, i fatti si svolgono col crudo realismo della vita giornaliera, i disastri si riscattano nella bellezza del sentimento forte e puro fra il Maestro e l’allieva.
L’orchestra e il coro della Fenice offrono la loro antica voce e la musica, la più libera delle arti, si manifesta come ragione di vita per i due protagonisti, Fra loro nasce un legame che li libererà dalle strettoie di un mondo che vuol imporre le sue regole e in ogni occasione mostra il suo lato peggiore.
Le orfane della Pietà erano spesso talentuose musiciste costrette a suonare per nobiltà e clero dietro la fitta grata di ferro della Cantoria.
Se di rado avevano accesso ai ricchi saloni della nobiltà veneziana, erano coperte da maschere in volto e pesanti mantelli rossi.
Il loro repertorio per secoli fu limitato a brani tradizionali di nessun impegno, fino a quando arrivò come Maestro di cappella il giovane Antonio Vivaldi, musicista di discreta fama e umili origini, costretto al sacerdozio da un voto alla Madonna fatto alla sua nascita dalla madre.
Di incerta salute, Vivaldi superò ogni ostacolo e con lui la musica si sprigionò libera, ma non ebbe vita facile e morì solo e povero a Vienna. Due secoli nascosero il suo ricordo, ma finalmente quella che Eschilo chiama “bilancia di giustizia” fece ammenda e la sua grande musica volò libera.
Musica che domina le scene, accompagna lo svolgersi degli eventi per trionfare, alla fine, sui titoli di coda, con il primo movimento de Le quattro stagioni, la Primavera, che dà il titolo e segna lo spirito del racconto.
In primavera si rinasce, si torna alla luce, poco importa che l’inverno abbia chiesto un prezzo molto alto.
Cecilia conquista alla fine la sua libertà, non chiediamoci quella che potrebbe essere stata dopo la sua vita in un mondo malvagio e non protetto. Nelle celle dell’Ospedale poteva stare tranquilla, attraversare la vita immune, incolore, in un inutile orizzonte chiuso fra le mura di un’istituzione caritatevole che credeva bastasse la pietà a salvarsi l’anima.

Per lei non fu così, e non lo fu neppure per il Maestro.
Lui, grande musicista capace di sfidare il vecchio e dare alla sua arte lo slancio meraviglioso che oggi abbiamo la fortuna di godere, lei grande violinista, quel legno nelle sue mani diventava vivo, febbrile, incandescente, la loro vicinanza fu un’inattesa congiunzione astrale, la cometa che passa ogni millennio.
Quello che li circonda è la grigia folla degli umani, la loro pingue e stolida normalità, mentre Cecilia e Antonio vivono in un’altra sfera, un Olimpo che solo gli Dei…
Ma sappiamo tutti come vanno le cose in quello che Pascoli chiamò “quest’atomo opaco del male”.
Il film ci lascia così, sulle note della Primavera, il canto degli uccelli, un pastore che riposa con il suo cane; la danza delle Ninfe del bosco e delle acque.

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P.S. Le immagini a corredo del testo, eccetto la locandina, sono da me riprese durante una visita all’Ospedale della Pietà. Purtroppo manca il magnifico Tiepolo sul soffitto della sala dei ricevimenti. Una buona occasione per andare a vederlo.
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Primavera
Italia, Francia 2025durata 110′
Regia di Damiano Michieletto
Con Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Hildegard De Stefano Stefano Accorsi
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