Nouvelle Vague di Richard Linklater

Nouvelle Vague di Linklater è una bella fiaba, di quelle che si raccontavano la sera davanti al fuoco, e come tutte le fiabe è realtà trasformata dal tempo, resa lontana dalla lunga storia degli uomini perché, dice Umberto Albini nell’introduzione a I Miti Greci di Robert Graves, “… il mito è struttura delle credenze di un gruppo, corrisponde alle esigenze della tribù, ma il mito è innanzitutto racconto, c’è una storia da presentare, che ha lati terribili, ma anche spesso risvolti patetici o sorridenti, ci sono personaggi in azione, una trama che si snoda”.

Il gruppo, la tribù, siamo noi, da quasi un secolo e mezzo di fronte al mito dei nostri tempi, il Cinema.

E come sempre i miti si trasformano, gli eroi si adattano ai tempi, il gruppo diventa riconoscibile, coeso intorno a un’idea.

Partire per Troia? No, troppo tardi, ora c’è molto di più (o di meno, punti di vista) da raccontare.

La vita. Ma come? Quel gruppo di ragazzacci, fumatori imperterriti, pieni di certezze e fragilità, volevano cambiare il mondo e lo fecero, con una cinepresa.

La nuova onda poteva diventare uno tsunami e invece, dopo mezzo secolo, cambiò i codici dei fratelli Lumière, senza rinnegare niente, Meliès, Renoir, Vertov  ecc. continuarono ad essere padri severi ma accoglienti e loro li ripagarono, come buoni figli.

Ce n’era uno, Jean Luc, particolarmente ribelle, pieno di idee nuove, ignorava il mercato che avrebbe sclerotizzato il cinema, chiamò un’attrice di Hollywood (lui, provocatore per elezione) Jean Seberg e le mise accanto illustri sconosciuti come Jean Paul Belmondo, col suo bel naso da pugile, e le impose di lasciar perdere copione e miserie varie, le fece dire da Rossellini (e chi altri poteva in quei favolosi anni ’50 andarli a trovare nella sede dei Cahiers ?):

“I cinema è una questione di morale. Non c’è una tecnica per catturare la realtà, solo una rigorosa morale può riuscirci. La camera è una penna, ma è inutile se non si ha niente da dire. Il modo migliore di filmare è il più semplice. L’arte, quella vera, evita gli effetti artistici come la peste. Si dovrebbe filmare solo in caso di urgenza e di necessità”.

Questi nuovi eroi fondarono i Cahiers du Cinema (beh, tutti uomini meno Agnès Varda, sempre la stessa storia, ma ci rappresentò molto bene) e decisero come dovesse essere il Cinema.

Linklater ricostruisce quel mondo: ambientazione, costumi, facce, trucco, tutto come in quegli anni cinquanta, tutto in bianco e nero perché il colore è già un artificio, sessanta giorni, anche meno, per girare quella storia da un fatto vero.

Dopo il Truffaut dei Quattrocento colpi acclamato a Cannes, Godard andò oltre e convinse tutti, meno i soliti detrattori come Lorenzo Pellizzari, che nl ’61 scriveva “La rivolta di Fino all’ultimo respiro è poco più di uno sberleffo, un atto di opaca e rinunciataria derisione. […] Prima o poi anche Godard verrà archiviato come un capitolo chiuso, in attesa di nuove scoperte”

Purtroppo per lui, Godard non fu archiviato, addirittura ci fu chi lo paragonò per carica eversiva a Joyce e Stravinskij.

Linklater ha il merito di non fare un’agiografia del regista, restituendo il clima gioioso di quegli anni, la forza di una giovinezza che corre fino all’ultimo respiro verso la meta, straordinaria e ambiziosa, precorrendo la rivolta del ’68 ma senza il peso di ideologie né droghe che non fossero la nicotina. Era un gioco molto serio, dove l’arrivo sul set di Rossellini e Melville, mostri sacri allora, è reso con la simpatia e la semplicità di ragazzi capaci di capirne la grandezza ma immuni da “servo encomio”.

I battibecchi con Bobo (il produttore Beauregard), gli eterni occhiali neri, le battute fulminee, l’immediatezza e la semplicità nel risolvere problemi, soprattutto le ristrettezze del budget (la mdp nascosta su un triciclo) tutto ci racconta di un geniale dilettante che avrebbe riscritto la storia del cinema dei decenni successivi.

E al montaggio, il momento che, dichiara, “è quello che mi piace di più di un film”, Godard ci rivela il suo nocciolo profondo:” Ogni scena resterà, ma solo i momenti forti, i miei momenti forti, taglieremo all’interno delle stesse scene i momenti che possono essere sacrificati”.

A bout de souffle uscirà a giorni in sala restaurato dalla Cineteca di Bologna.

Non resta che correre a vederlo, fino all’ultimo respiro. Un buon modo di celebrare l’8 Marzo, lasciando le mimose sui loro alberi. Godard avrebbe apprezzato.

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Nouvelle Vague

Francia durata 105′

Regia di Richard Linklater

Con Zoey Deutch, Alix Bénézech, Paolo Luka Noé, Guillaume Marbeck, Jade Phan-Gia

 

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