ARTE e CINEMA – Tabaimo
VENEZIA
Biennale 2011

La rana nel pozzo non può immaginare l’oceano
E’ una massima del filosofo cinese Zhuang-zi a cui i giapponesi aggiunsero: “ma conosce l’altezza del cielo“.

Padiglione giapponese della cinquantaquattresima edizione della Biennale d’Arte a Venezia, progettato nel 1956 da Takamasa Yoshizaka, allievo di Le Corbusier.
Allo stile inconfondibile del maestro Takamasa Yoshizaka aggiunse il tocco di sobria e stilizzata eleganza che contraddistingue gli architetti giapponesi nel mondo
All’interno la video-installazione di Tabaimo, una delle maggiori artiste giapponesi, classe 1975, laureata presso l’Università di Arte e Disegno di Kyoto nel 1999

Nel lavoro di Tabaimo c’è qualcosa per cui non è facile trovare una definizione che la contenga tutta, è arte visiva, esperienza onirica, animazione, cinema tout court.
TABAIMO
Il titolo è teleco-soup, una zuppa, ma con ingredienti invertiti:
mare – cielo
fluido – recipiente
il sé – il mondo fuori
Concept ispirato al “sovvertimento “fluido” dei valori condivisi”, l’ambiente circolare è immerso nel buio, l’interno del padiglione è un pozzo scuro mentre uno spazio aperto, centrale e sottostante al pavimento, va verso il cielo su colonne.
Una piccola cellula evolve in corpo della gente che abita il Giappone, lo spazio è in continua espansione.
L’orientamento antigravitazionale pone in contatto con la profondità/altezza nel mondo eterno e del cielo sottostante e per alcuni minuti assistiamo ad una proiezione multicanale su pannelli a specchio, una fluida sintesi di immagini disegnate a mano e scansionate al computer che, con simbologia di grande impatto visivo, ci parlano del Giappone attuale aprendosi ad un discorso sull’uomo, sullo spazio e sul tempo, fra presente e futuro, in un viaggio psichedelico da cui si esce parecchio frastornati.
L’inimmaginabile è visibile attraverso un’apertura posta al centro del pavimento, la dilatazione dei confini spaziali destabilizza i rapporti tra le prospettive sopra/sotto, interno/esterno, ampio/angusto e immerge lo spettatore in un’esperienza fisica che lo porterà a interrogarsi se sia davvero così piccolo il mondo di una rana nel pozzo.
Una facciata di case, condomìni gremiti di finestre immobili (chi conosce il cinema di Ozu pensi a Soshun), la relazione tra interno ed esterno, tra individuo e società, è annullata da un pesante effetto di straniamento.
Segue una sorta di movimento fluttuante, i confini spaziali si dilatano, panoramiche dei paesaggi urbani si spostano verso l’alto, noi poggiamo in modo precario sul fondo sottomarino, o sul fondo di un pozzo.
La sensazione di annullamento della gravità si fa sempre più destabilizzante, onde del mare si spingono avanti, sommergono la scena, strane forme embrionali, sottomarine, si dilatano, avvolgono lo spazio fino al riemergere della città, che ora ha finestre pulsanti di luce.
Dall’alto dello skyline dei tetti si protendono forme vegetali, specie di liane lunghissime e tentacolari che trasformano lo scenario urbano in un verde mondo naturale.
Cominciano a sbocciare cerchi colorati, forme che diventano corolle, sono grandi rose da cui sboccia un pistillo tondo, salta fuori, è pesante, si tuffa nell’acqua: è un cervello umano.
Ispirandosi all’estetica dell’ukiyo-e, “immagini del mondo fluttuante“, arte popolare fiorita a Edo (Tokyo) durante la seconda metà del XVII secolo (Utamaro fu uno degli artisti più famosi), utilizzando stilemi propri del manga e degli anime, Tabaimo ha affrontato le contraddizioni fra il tradizionalismo giapponese e le spinte alla globalizzazione indotte dallo sviluppo tecnologico e dalle regole dei mercati internazionali.
Il suo autoritratto appare in trasparenza componendosi nell’animazione, la scansione di migliaia di disegni evoca uno spazio mobile, liquido, in continua espansione e trasformazione.
L’artista si domanda allora se sia davvero così piccolo il mondo di una rana nel pozzo, e lo chiede a noi, spettatori ipnotizzati da immagini che ci avvolgono come una morbida placenta.
_____________________
Le immagini presenti nell’articolo appartengono ai rispettivi proprietari e sono utilizzate al solo scopo di corredare il testo.