LA SOSTANZA DEI SOGNI -Balletto

BALLETTO DI SIENA

“Fellini. La dolce vita di Federico”

Coreografia e regia

Marco Batti

Musiche

Nino Rota, Nicola Piovani, Max Richter

Senigallia – Teatro La Fenice – 20 Marzo 2026

 

… e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita.

(W.Shakespeare, La tempesta)

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a cura di Sara Di Giuseppe

Se è vero che siamo della sostanza di cui son fatti i sogni, allora è il cinema di Fellini quello che più di ogni altro ha attraversato il reale con la leggerezza del sogno, consegnandoci una visione del mondo che nelle sue sorprendenti folli sfaccettature è stata soprattutto e sempre sguardo interiore, certezza che se la vita è sogno, “è pur sempre una festa, la vita”.

Lo dice sornione il Guido Anselmi/Fellini in Fellini 8½ ; sembra pensarlo il giovane Fellini in questa coreografia, spettatore disincantato e curioso a un tempo della comédie humaine che davanti a lui si srotola come di un film la pellicola e come in un gioco di specchi rimanda la visionarietà del suo genio che plasma figure di struggente bellezza.

    Hanno, queste, il volto di Gelsomina e di Zampanò e del Matto coi loro universi di solitudini e di silenzio, hanno la coralità barocca del pianeta circense, hanno la sensualità ingenua dei ricordi adolescenti, la grazia stravagante delle storie cucite sul labile confine tra realtà e sogno, drappeggiate in un danzare fastoso che fonde l’eleganza dei corpi al vigore di un tessuto musicale di ineguagliata suggestione.

     E nell’incerto spazio tra il reale e l’onirico, disegnate dal sicuro talento dei danzatori e dalla sapiente regia, prendono forma e corpo le immagini e le maschere – struggenti e comiche, grottesche e tristi, sempre universali – di quel cinema e di quella poetica.

Così l’inebetita provincia italiana de I Vitelloni trascolora nelle atmosfere decadenti e glamour di una Dolce vita romana che è soprattutto miraggio e malinconia; si volge al passato in un intimo Amarcord in bilico fra sogno e memoria sullo sfondo di un presente che inquieta; diviene affresco di una realtà che l’alter ego felliniano osserva ironico dalla nebbia delle proprie dissonanze interiori  in Fellini 8½

Ed è dalla Gelsomina de La strada – là dove per Federico tutto comincia – che la coreografia attinge nel disegnare l’artista che in quegli anni lontani tracciava strade nuove per il cinema italiano, e nella cronaca di una marginalità desolata e cruda superava stereotipi e conformismi, scandalizzava il benpensantismo dell’italietta bacchettona di allora. E soprattutto creava poesia.

     Termina infine nel punto stesso da cui era iniziato, il viaggio di stasera intorno a Fellini: con rigoroso andamento circolare, le note de La strada aprono e chiudono la narrazione della sua parabola artistica e di quel suo “sciamanesimo misterioso” – nella definizione di Andrea Zanzotto – che la danza sottrae qui agli stereotipi celebrativi per restituircene intatto il prodigio; perché è nella danza che il pianeta felliniano sembra trovare la forma che più somiglia alla leggerezza, alla creatività visionaria e geniale del regista.

     E su questo palco non abbiamo visto solo l’eccellenza dei danzatori, interpreti a tutto tondo; né solo il rigore di una regia colta e attenta; né solo l’alchimia che fonde il tessuto musicale all’alfabeto della danza. Ciò che abbiamo visto è anche l’omaggio affettuoso e intenso, trascinante e devoto, all’artista che ha lasciato l’orma dei grandi nel cinema e nella realtà di tutti noi; che non smette di parlarci con la grazia leggera dei classici; di ricordarci che, se abbiamo noi stessi la sostanza dei sogni, ogni sogno è allora possibile in questo circo grande e straordinario che è la vita.

 

 

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