L’erba è verde – Viaggi e approdi di Goffredo Parise

Pubblico la bella e sapiente presentazione del mio libro a cura del dott. Gabriele Civello

Viaggio ergo sum

Perché Goffredo Parise oggi e perché parlare proprio dei suoi “libri di viaggio”?

Parise nasce nel ‘29 e muore prematuramente nell’86. Di lui si è parlato moltissimo, ma l’attenzione si è concentrata soprattutto su alcuni capolavori che oggi sono già dei classici: ovviamente i Sillabari, ma prima ancora il libro d’esordio (“Il ragazzo morto e le comete”), “Il prete bello”, poi molti altri libri come “Arsenico”, fino al liber terribilis, “L’odore del sangue”, che oggi è stato pubblicato nonostante l’espresso divieto di Parise.

Questo è il Parise celebre, un classico, di cui molto si parla.

Il libro di Paola Di Giuseppe si propone, invece, di illuminare un’altra parte della produzione di Parise, rimasta un poco più in ombra, che merita quindi di essere ristudiata e re-interpretata: i racconti di viaggio.

A proposito di “interpretazione”, il libro di Paola è un libro che io definirei “ermeneutico”, di quella ermeneusi di cui molto hanno parlato filosofi come Heidegger e Gadamer: infatti, parlare di viaggi come fa il libro “L’erba è verde”, se ci pensiamo, non è altro che fare un viaggio all’interno di altri viaggi, cioè i viaggi di Parise: un viaggio nel viaggio, dunque; ma questi viaggi di Parise, a loro volta, non erano viaggi “sulla Luna”, o per così dire “sotto-vuoto”, ma erano ancora una volta viaggi all’interno di altri di viaggi, di vite, di esistenze, purtroppo anche drammatiche, registrate e vissute in giro per il mondo.

Questo è allora essenzialmente il libro di Paola Di Giuseppe: un viaggio dentro i viaggi di Parise, che a loro volta sono viaggi all’interno di altri viaggi, e così all’infinito,

Solo in una prospettiva puramente “intellettualistica” tutto ciò potrebbe apparire come un circolo vizioso o un regresso ad infinitum.

Qui torna, in realtà, il concetto dell’ermeneutica contemporanea: avventurarsi nel “viaggio sui viaggi”, che sono a loro volta viaggi, non è per nulla un circolo vizioso che si avvita su se stesso. L’immagine corretta non è quella di un unico cerchio, ma di più cerchi concentrici che si propagano e si allargano, o persino l’immagine ermeneutica della spirale, che progredisce e si espande.

Quale è allora la possibile mèta di questa “spirale”? A cosa porta?

Ora, come sappiamo, di viaggi si può parlare in mille modi, anche in modo frivolo, superficiale, quasi patinato come la copertina di una rivista: questo oggi va molto di moda visto che la vacanza, il relax, il “di-vertirsi” – come aveva perfettamente già notato Pasolini – sono la vera fissazione, direi l’ossessione dell’uomo occidentale contemporaneo. Si tratta di quella fuga dalla quotidianità e dalla normalità, la quale non è altro che una fuga da noi stessi e dalla realtà.

Ma non è certo questo il taglio dei viaggi di Parise e, a sua volta, del libro di Paola.

Il viaggio di Paola in Parise è, in realtà, un viaggio più profondo, direi filosofico, quasi ancestrale in tutta la realtà, nella storia, nel mondo.

E qual è la meta finale di questo viaggio? Io credo che, in fin dei conti, il libro di Paola su Parise è il viaggio nel male, il male dell’uomo e del mondo contemporanei.

Come sappiamo, i grandi pensatori e teologi del passato si chiedevano: Si Deus est, unde malum? Si non est, unde bonum? Se Dio esiste davvero, perché c’è il male nel mondo, da dove viene il male? Perché Dio “permette” che esista il male? E se Dio non esiste, da dove viene il bene? Domanda tipica della escatologia e della teodicea, come sappiamo.

Oggi, se ci pensiamo, questi interrogativi tradizionali sono cambiati radicalmente.

Il primo “pezzo” della domanda – quello su Dio – è stato amputato, è venuto meno: in quello che Habermas definisce il pensiero post-metafisico, “Gott ist tot”, “Dio è morto, l’abbiamo ucciso noi”, come leggiamo nell’aforisma n. 125 della Gaia scienza di Nietzsche.

Oggi quindi non esistono più i due corni del dilemma: “Se Dio esiste… se Dio non esiste”, perché l’umanità ha già deciso a tavolino che Dio non c’è, non esiste.

Ma allora, di fronte alla inesistenza di un dio, che volto assumono le due domande fondamentali?

Tolta di mezzo la domanda sul dio, rimane solo la seconda parte dell’interrogativo: “Da dove viene il male… da dove viene il bene?”.

La risposta che oggi tendiamo a dare, sostituendo l’uomo a Dio, è che tutto proviene dall’uomo, sia il bene, sia il male, sia le opere meravigliose, sia quelle malvage, sia la Cappella Sistina, sia Hiroshima…

Vedete come cambia la prospettiva: prima la premessa degli interrogativi variava (“Se Dio esiste… se Dio non esiste”). Adesso la premessa è unica, monolitica: visto che solo l’Uomo c’è nel mondo e non c’è alcun Dio creatore, da dove provengono sia il bene sia il male?

Come mai lo stesso identico essere, cioè l’essere umano, è capace sia del bene più sublime sia del male più atroce? Si tratta, in fin dei conti, del mistero perenne della libertà: perché mai, questa libertà, a volte si rivolge al bene e a volte al male? Una domanda alla quale, mi pare, non siamo ancora riusciti a dare una risposta definitiva.

Sto andando “fuori tema”? Può darsi, ma spero di dimostrarvi anche il contrario.

Paola Di Giuseppe, viaggiando nei viaggi di Parise con il libro “L’erba e verde”, si propone in qualche modo di tornare alla domanda fondamentale “da dove viene il male?”, “perché il male?”.

E qui arriviamo al punto nodale: se la ricerca sul male non ha più, dopo la “morte di Dio”, un appiglio, un sostegno, un riferimento “altro”, trascendente, “metà tà physika”, “al di di là del mondo fisico”, il riferimento non è più Dio, ma l’uomo stesso, che è al contempo osservato e osservatore, soggetto misurante, soggetto misurato e, addirittura, metro stesso di questa misurazione.

E allora, per il Parise dell’“Erba è verde”, non essendoci più un Dio a cui appellarsi, l’unico modo per incamminarsi verso la risposta sul male è esser-CI, e mi spiego.

In “Essere e tempo” e in molte altre opere, Heidegger chiama l’uomo quell’essere che è un “esser-ci”, Da-sein, cioè un essere sempre situato e collocato all’interno di un contesto, una situazione, uno scenario, sempre spaziale e sempre temporale.

ESSER-CI, essere qui e ora, dice la filosofia ermeneutica.

Il mondo è devastato, quasi appestato dal male, la guerra, la fame, il turbo-capitalismo, la tecnocrazia, la morte delle democrazie.

Di fronte a questi scenari, Parise, come mostra benissimo Paola Di Giuseppe, non si limita a osservare la realtà come un narratore virtuale, terzo, imparziale, dal caldo del suo studio o di un divano.

Parise vuole essere lì, vuole esser-CI (Da-sein), vuole andare in situ, situarsi, vuole toccare con mano queste realtà da uomo, non come un essere divino o extraterrestre, vuole “sporcarsi le mani”, vuole “assorbire in sé il mondo”, per usare le parole di Paola.

Come dice Paola, “ciò che spinge Parise al viaggio non è la passione politica o la passione militare: è la passione umana”. Aggiungo io, una specie di Terenzio ma al contempo un Socrate post-moderno: conoscere l’umanità, tutta l’umanità senza sconti, per conoscere se stessi, la propria realtà più profonda.

Paola Di Giuseppe racconta così i viaggi di Parise nell’inferno del Vietnam in guerra, nel Laos, nella tragedia umanitaria del Biafra, nel Cile pochi giorni dopo il golpe militare, e di molti altri scenari di guerra, di dittatura, di fame, di una umanità sempre più disumana.

In Asia, in Africa, in Sud-America, Parise confessa di sentirsi in “luoghi di paradiso terrestre” ma prova un “triste stupore” di fronte alla loro profanazione.

Dopo i viaggi negli scenari di guerra, abbiamo poi i viaggi nei cosiddetti paesi sviluppati, il “primo mondo”, il “mondo di serie” A: New York nuova caput mundi e Giappone, i “paesi dei balocchi” luccicanti, strabilianti, ma non per questo privi di contraddizioni e persino di propri drammi, compresa la cosiddetta “rivoluzione consumistica”.

E abbiamo infine la Cina, “Cara Cina”, come recita il titolo di Parise, sempre in bilico tra gli ideali utopistici del comunismo e del bene collettivo e le pesanti ombre di un regime politico paradossale e totalitario. Molto interessante è anche il confronto tra Cina e Giappone: due civiltà così vicine nello spazio, eppure ideologicamente così lontane, agli antipodi.

Concludo:

Al Parise raccontato da Paola non basta “venire a sapere” qualcosa di notorio, apprendere qualcosa “a distanza” (oggi diremmo “da remoto”): vuole in qualche modo assistere di persona, agire, quasi intervenire.

In termini aristotelici, non gli basta speculare, teorizzare o contemplare: vuole passare all’azione e persino alla creazione, al momento produttivo e creativo del fabbro, dell’artefice.

È una specie di pragmatismo, che si traduce poi in una nuova forma di letteratura, di prosa e anche di poesia.

Nella prefazione al libro, ho giocato parafrasando Cartesio: il motto di Parise potrebbe essere “Viaggio ergo sum”, nel senso che non gli basta pensare, non gli basta riflettere o speculare: solo viaggiando, Parise capisce davvero di esistere, di essere un uomo, di essere degno di essere uomo. “Voglio andare in Vietnam. Amo il Vietnam e vorrei capirlo”, dice Parise prima di partire, “vorrei capirlo”.

Osserva i marines “scaraventati in una guerra di cui non capiscono il perché” e Parise non alza le spalle, non pensa: “questa è la vostra guerra; affari vostri se non la capite”, ma si immerge, si immedesima nella guerra stessa, per cercare di comprendere i fatti, le ragioni, i progetti dell’uomo, buoni o malvagi che siano.

Come mostra Paola Giuseppe nel libro, quello di Parise non è dunque puro giornalismo, non è solo un “reportage”, non è pura sociologia, non è filosofia speculativa, non è politologia: forse è tutto questo messo insieme, ma sempre con quella vena di poesia che è in grado di rappresentare le realtà più crude e più raccapriccianti, come anche quelle più sublimi, sempre trasfigurandole, quasi distillandole con il filtro della cultura, della letteratura, dell’arte.

Solo in questo modo, infatti, solo trasfigurando e sublimando il male, possiamo essere in grado di guardarlo in faccia, negli occhi, e di affrontarlo: e questo, mi pare, è il significato ultimo dei “viaggi nei viaggi” di Parise, raccontati in modo drammaticamente avvincente nell’“Erba è verde” di Paola Di Giuseppe.

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Ponte di Piave (Treviso) 9 maggio 2026

“L’erba è verde”. Viaggi e approdi di Goffredo Parise (di Paola Di Giuseppe)

Oligo editore- Mantova

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