HEIMAT 2

Chronik einer Jugend – Cronaca di una giovinezza 

1960 – 1970

INTRODUZIONE

I campanili della Frauenkirke svettano sulla panoramica di Monaco che apre i capitoli in Die Zweite Heimat.

Quinta di fondo sono le montagne, in campo lunghissimo, immateriale, la città è in primo piano, la luce muta rapidamente, è dinamica nei passaggi giorno/notte.

Monaco è un luogo di transito, dinamico, febbrile, un paesaggio di passaggio tra il “materiale” del passato e l’ “immateriale” del futuro-presente.

L’ambientazione di un film in una grande città, ricorrenza tipica del cinema delle avanguardie, aveva offerto con il cinema tedesco, prima del disastro, numerosi esempi, da Die Strasse di Karl Grüne con le scenografie di Ludwig Meidner (1923), fino alle due pietre miliari del 1926, Metropolis di Fritz Lang, che immagina la città del futuro e Berlin, die Symphonie einer Großstadt di Ruttmann, che descrive Berlino come modello di città moderna, dalla calma dell’alba all’attività e al divertimento febbrile della sera.

In HEIMAT 2 il  centro di tutte le possibilità è Monaco, il legame con Reitz è biografico, e inoltre Monaco può essere il simbolo di un ripartire diverso da quello di quaranta anni prima.

L’impegno di Reitz nella realizzazione di questa seconda parte della saga, Cronaca di una giovinezza, alimentato dal grande successo della prima, si traduce in quattro anni di riprese, dall’ ’88 al ’92, con numerose partnership europee e internazionali e soprattutto con la collaborazione  pressochè esclusiva del Maestro Mamangakis, già autore della colonna sonora del primo HEIMAT e ora più che mai determinante nel costruire una storia che della musica fa il suo centro propulsore.

Reitz modifica qui il registro narrativo a cui ci ha abituato negli undici episodi di Eine deutsche Chronik.

La dilatazione temporale del primo HEIMAT (1919-82) lascia il posto ad un focus esclusivo sugli anni sessanta, decennio chiave per tante svolte epocali, e la storia segue non più la comunità collettiva di Schabbach ma la formazione professionale e sentimentale di Hermann, lo studente di composizione che abbandona la sua Heimat anagrafica per cercare l’altra patria, quella mentale, che deve  nascere dalla scoperta di sé come uomo e come artista.

Intorno ad Hermann ruotano altri personaggi, la storia si arricchisce nell’incontro di persone dalle provenienze più varie, ora convergenti in un percorso di formazione collettivo che ha tutti i caratteri della iniziazione alla vita.

In ogni capitolo un personaggio chiave, protagonista di una vicenda personale, si aggiunge all’affresco composito e variegato di questa generazione di studenti e artisti riuniti nella Fuchsbau (la Tana della Volpe), grande casa dei sogni aperta a tutti dalla signorina Cerphal, protagonista del nono capitolo, erede un po’ snob e annoiata di una grande famiglia di editori  compromessa col nazismo .

La storia collettiva di un’epoca e di una nazione si rispecchia nelle storie di questi giovani che vogliono chiudere con il passato dei loro padri, con famiglie di origine e luoghi in cui non si riconoscono, in un’aspirazione alla libertà che trovano nell’arte, nel cinema, nella filosofia, nella letteratura e, soprattutto, nello sguardo nuovo su un mondo di cui vogliono sentirsi protagonisti.

Teatro dell’azione è Monaco di Baviera, rare evasioni nei dintorni, un segmento veneziano e un breve  excursus ad Amsterdam nel finale.

Monaco è la città delle possibilità che si traducono in realtà, ma sarà anche la città dove molte illusioni dovranno cadere e la diaspora finale lascerà il sapore malinconico dei capitoli della vita che si chiudono, con tutto il loro bagaglio di promesse, speranze, tentativi più o meno riusciti, fallimenti.

Dopo inizierà la vita reale.

Il ritmo narrativo degli episodi è mutevole, soggetto a rallentamenti e accelerazioni, dilatazioni temporali in alcuni passaggi chiave, come per i due anni iniziali (‘60/’62) a cui Reitz dedica dieci ore e cinque film, o è concentrato su un solo giorno, quello dell’assassinio di JFK a Dallas, vissuto in parallelo con la giornata piovosa di Monaco.

La forza affabulatrice di Reitz e la sua capacità di arrivare con piccole storie e tocchi minimi fino al significato profondo delle cose, in HEIMAT 2 si carica di vibrazioni  ancora più sottili.

Nella coralità del primo HEIMAT la grande storia penetrava nella forma stessa di quella realtà, ne era filtrata e adattata a ciò su cui l’influenza e il controllo erano più diretti, la famiglia, il lavoro, le piccole ambizioni, l’amore.

Qui la proiezione è verso l’esterno, la patria che si cerca è tutta da costruire, mentre il secolo accelera la sua corsa e tutto diventa più sfuggente, più complesso e i processi difficili da governare.

La lacerazione è tutta lì, nel contrasto, nella necessità di una rottura e nella sua sostanziale impossibilità.

Alcuni si perderanno, altri seguiranno strade aperte dal caso o dalle proprie scelte, Hermann tornerà a Schabbach per riprendere slancio e porsi in un angolo solido di osservazione da cui ripartire.

Il gioco cromatico, già codice linguistico forte del primo HEIMAT, torna e alterna il colore delle scene dopo il tramonto e dei notturni con il bianco e nero del giorno, la sezione musicale è più intensa, le sonorità più piene, arricchite dagli intemezzi pianistici di Hermann o Volker, dai Lieder di Evelyne e Clarissa, dalle ricerche d’avanguardia di tante serate passate nell’Auditorium a cercare nuove strade per la musica  e il teatro.

Il cinema fa il suo ingresso importante, piccoli registi di strada con mdp prese in prestito inventeranno il nuovo cinema tedesco, circolano inquietudini, attirano nuovi modi di vivere insieme, nelle comuni, fra nuvole di fumo e straniamenti lisergici, l’ “epoca delle molte parole” segue  l’ “epoca del silenzio”, la rivoluzione dei figli dei fiori è arrivata ma nuove guerre sono in corso, e, anche se in posti lontani del mondo, sarà come averle sulla porta di casa.

Reitz chiude il sipario sul 1970 e lo riaprirà nel 1989, con HEIMAT 3, non ci racconta i vent’anni in mezzo, ma ha lasciato in HEIMAT 2 tutte le tracce necessarie perché possiamo immaginarlo.

 

CAPITOLI

(cliccare sui titoli per andare alle pagine)

  1. L’epoca delle prime canzoni (Hermann, 1960)
  2. Due occhi da straniero (Juan, 1960/61)
  3. Gelosia e orgoglio (Evelyne, 1961)
  4. La morte di Ansgar (Ansgar, 1961/62)
  5. Il gioco con la libertà (Helga, 1962)
  6. Noi figli di Kennedy (Alex, 1963)
  7. I lupi di Natale (Clarissa, 1963)
  8. Il matrimonio (Schnüsschen, 1964)
  9. L’eterna figlia (La signorina Cerphal, 1965)
  10. La fine del futuro (Reinhard, 1966)
  11. L’epoca del silenzio (Rob, 1967/68)
  12. L’epoca delle molte parole (Stefan, 1968/69)
  13. L’arte o la vita (Hermann e Clarissa, 1970)

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